Cooperanti che scrivono sulle pagine dei quotidiani e reporter che si impegnano nell'umanitario. Due emisferi che negli ultimi anni si sono avvicinati sempre di più, arrivando in alcuni casi a sovrapporsi. Non senza paradossi…
[di Francesca Paci]
La cartina sul sito di Reporter senza frontiere racconta che il mondo
dell'informazione è embedded, incastonato nel nuovo ordine bellico globale.
Nel 2002 il numero dei cronisti messi sotto inchiesta è cresciuto del 40%
rispetto all'anno precedente. Ogni giorno viene censurato un media e un
terzo della popolazione mondiale vive sotto governi che vietano la libertà ƒ
di stampa. In molti Stati (Bangladesh, Eritrea, Zimbabwe…) la situazione è
in continuo peggioramento.
Cooperanti giornalisti
à ‚Â«Gli ultimi anni hanno mutato il volto della guerra imponendo un nuovo ruolo alle organizzazioni umanitarie. Oggi siamo chiamati a supplire i giornalisti, tenuti lontani dalle aree maggiormente pericolose dalla prudenza dei direttori o dal divieto dei miliziani locali disposti ad ospitare solo stampa facilmente controllabileà ‚Â», sostiene il responsabile europeo di Human Rights Watch, Jean-Paul Marthoz. Quando i grandi media richiamano i propri corrispondenti di guerra gli operatori umanitari vengono spesso ingaggiati come supplenti che se con l'alta tecnologia sono aumentati i collegamenti televisivi, molti conflitti restano al di fuori della copertura mediatica. L'impatto sull'opinione pubblica è un'arma a doppio taglio. Da una parte, la moltiplicazione dell'immagine porta nelle case di tutto il mondo il volto delle violenze
perpetrate a migliaia di chilometri. Dall'altra la ripresa dell'evento ne aumenta la distanza temporale, come se, quel che accade appartenesse ad un epoca remota ed oscura dell'umanità ƒ che non coinvolge direttamente il presente. Nello spettatore abituato ad avere il mondo a portata di telecomando l'alibi del non poter intervenire sostituisce il disgusto e neutralizza il dolore iniziale. Basta cambiare canale per dimenticare le guerre lontane. A questo punto diventa importante il ruolo delle organizzazioni umanitarie che lavorano sui media. Human Rights Watch, come altri gruppi analoghi, sta sperimentando metodi di copertura e distribuzione globale delle informazioni raccolte sul campo dai suoi operatori. La teoria di Marthoz è che sia nata una nuova branca nel giornalismo, I'emergency research.
Biock notes di pace
Reporter rapidi a muoversi sul terreno del conflitto, forniti di background umanitario, autoequipaggiati per comunicare con li mondo in tempo reale. à ‚Â«Un approccio Cnn ai diritti umanià ‚Â», notizie deprima mano documentate con interviste a rifugiati e vittime, inchieste sul campo, imparzialità ƒ . In guerra il reporter è chiamato a testimoniare gli scontri perchà ƒÂ© il mondo non dimentichi. Una volta cessate le ostilità ƒ la stampa partecipa con il resto della società ƒ alla ricostruzione post-bellica. à ƒË†qui, in questo limbo, che anticipa il ritorno alla vita normale, che si apre un nuovo` spazio. Giornali e tv che hanno raccontato gli orrori della guerra e le violazioni di diritti umani, possono farsi mediatori tra le parti attraverso un uso conciliante dell'informazione. Si tratta di un impegno che ricorda quello di peacebuilding, la costruzione della pace cui sono chiamati gli umanitari dopo aver fatto fronte alle emergenze. La somiglianza arriva al punto che, quando i grandi media richiamano i propri corrispondenti di guerra perchà ƒÂ©
l'interesse giornalistico è terminato con gli scontri o perchà ƒÂ© l'area è ancora troppo pericolosa, gli operatori internazionali di pace vengono ingaggiati come supplenti. Valga come esempio il Diario Umanitario di Paola Biocca, portavoce del World Food Programme, l'agenzia delle Nazioni Unite che distribuisce aiuti alimentari di emergenza, pubblicato nel'inverno del 2000 dal Corriere della Sera.
Ong e media
Negli ultimi dieci anni diverse organizzazioni non governative hanno investito sui media. Tre anni fa il gruppo americano Search forCommon Ground ha avviato, a Gerusalemme, il Common Ground News Service; un canale informativo che monitora la produzione giornalistica araba e israeliana per estrarne gli interventi trasversali sull'opzione non violenta e farli circolare tra la gente. Ad aprile dei 2000 The European Centre for Common Ground ha aperto una stazione radio in Sierra Leone, Talking Drum Studio; dove una volta alla settimana sessanta ragazzini tra 7 e 12 anni, reclutati attraverso I'Unicef tra orfani,' ex bambini soldato, ex prostitute, curano un programma per; bambini. L'Institute for War&Peace Reporting ha distribuito in Afghanistan Reporting the future, un manuale per i giornalisti locali e per le giornaliste di The Voice ofAfghan Women, la prima emittente radiofonica gestita da donne che dall'8 marzo 2003 trasmette sui 91.6 MHz FM. II teatro di guerra post-moderno prevede dunque tra i ruoli principali il giornalista umanitario? à ‚Â«Prevede il giornalista, l'umanitario, e la connessione necessaria tra le due professionià ‚Â», risponde Nicoletta Dentico, ex presidente della sezione italiana di Medici senza Frontiere. à ‚Â«Nel periodo trascorso con Msf ho imparato il segreto: un occhio ai diritti umani e l'altro alla divulgazione delle informazioni raccolte. Due emisferi complementari. Ci sono casi in cui le azioni di giornalisti e umanitari si confondono, ma i ruoli vanno tenuti distinti per garantire che gli effetti si amplifichino reciprocamente. Nella società ƒ dell'informazione il non detto non è mai accadutoà ‚Â». La maggior parte dei conflitti attuali rientrano nella categoria delle à ‚Â«nuove guerreà ‚Â». Per il peacekeeperiavorare sul terreno della comunicazione, dove le nuove tecnologie hanno ormai rimosso le barriere è una sfida a ricucire il tessuto sociale di comunità ƒ lacerate internamente. E la scommessa che il pensiero depurato dalla violenza ne possa un domani impedire il ritorno.
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