Una bici. La più semplice possibile, tanto semplice da essere quasi inesistente: un sottile fil di ferro sapientemente angolato, con due strisce sottili di gomma a separare il mezzo dal terreno, un manubrio nudo, senza leve dei freni o cambio, manubrio che in qualche caso può essere un pezzo di tubo. Corona, catena, pignone: il meccanismo di trasmissione dell'energia muscolare, agito da pedivelle [Paolo Bellino – Il Manifesto].
Da qualche mese esiste in Italia un gruppo di persone che sta concentrando le sue energie su questo semplice, ovvio -ma dimenticato- metodo di propulsione, applicando prima inconsapevolmente e poi sempre più consapevolmente i criteridella decrescita economica allo spostamento personale. Scoprendo che la ricerca della semplicità provoca nuove ed intense sensazioni, non solo per la ricerca in sè ma anche per i contenuti dei risultati: le biciclette che il gruppo sta costruendosi sono mezzi incredibilmente precisi, scattanti, netti nelle risposte, indocili solo se non gli si presta attenzione e immediatamente reattivi quando la concentrazione riprende il sopravvento. Mezzi leggeri come piume vista l'incredibile assenza di pezzi:ad esempio non ci sono i freni.
Il gruppo é sparso tra varie zone della penisola, principalmente Milano e Roma, e si chiama Chaingang Rotafixa S.p.A, una denominazione “sociale” ironica: la S.p.A é intesa realmente come società per azioni, vale a dire persone che si uniscono per agire. E' in parte un'evoluzione della Critical Mass italiana, nasce da una costola del movimento che spontaneamente si riunisce una volta al mese per dimostrare che spostarsi in bicicletta é possibile, e contemporaneamente riappropriarsi delle strade, invase da pletoriche e mortali vetture.
La direzione del gruppo é quella di esplorare tutti gli aspetti di un mezzo caduto nel dimenticatorio quasi un secolo fa: la bicicletta a ruota fissa. Questo “velocipede” ha una caratteristica fondamentale: il pignone (l'ingranaggio posteriore, per chi avesse scordato la sua prima bicicletta) non gira liberamente sul suo asse ma é avvitato al mozzo posteriore. Questo vuol dire che quando la ruota gira, girano anche le pedivelle: da quando si sale in sella a quando si scende non si smette di pedalare. Per capire meglio: se si pedala all'indietro, si va all'indietro.
L'effetto principale di questo meccanismo é la possibilità di modulare l'avanzamento e il rallentamento con la sola forza delle gambe: da qui l'assenza di freni, il primo pezzo inutile ad essere individuato ed immediatamente tolto. Un effetto inaspettato é invece l'intenso piacere di una pedalata su questo assurdo destriero: dolce, continua, sinuosa, qualcuno sostiene sensuale. Ci si muove come felini, senza strappi o pause o asincronie. Si diventa un tutto unico con il mezzo che moltiplica la propria forza fisica, senz'altro consumo se non le proprie calorie. Nessun altro mezzo dà una così profonda sensazione di benessere in corso di movimento. Centrati e concentrati, prestando la massima attenzione all'ambiente circostante e agli altri utenti della strada. L'andare senza freni costringe ad una concentrazione totale e alla sua prima conseguenza, in termini di circolazione stradale: attenzione e rispetto per gli altri.
Questo tipo di mezzi, volendo, potrebbe essere definito come l'esatto opposto dei tanto chiacchierati Suv – sport utility vehicle-, che ben rappresentano l'imbarbarimento della strada e il disprezzo per chi la usa: vetture gigantesche, ingombranti, spesso inutili, sempre minacciose. Pletoriche, appunto: un manifesto del consumismo. Così come la bici a ruota fissa rappresenta invece la bandiera della decrescita economica, la teoria nata dalle geniali intuizioni -geniali quanto allora ignorate- dell'economista di origine rumena Nicholas Georgescu-Roegen, che nel suo The Entropy Law and the Economic Process dimostrò l'impossibiltà di una crescita economica indefinita, diventando -forse al di là delle sue aspettative – il padre della bioeconomia, allora ignorata e oggi rafforzata dal contributo di pensatori come Serge Latouche e Ivan Illich, per non citare il sempre più compianto Alexander Langer. Applicando le leggi fisiche della termodinamica ai meccanismi teorici dell'economia, Georgescu-Roegen dimostrò matematicamente la follia del perseguimento di una crescita economica basata sull'aumento costante della produzione e del consumo. Naturalmente restò inascoltato dal gotha dell'economia, incapace di un mea culpa oggi sempre più inevitabile.
Un primo corollario di questa teoria prevede che non basta il rallentamento della crescita economica o addirittura il raggiungimento della “crescita zero”, nè tantomeno il perseguimento della crescita “sostenibile”, vista come una gentile e ingenua chimera. No: bisogna raggiungere una crescita negativa, avere un pil negativo (sotto zero), cambiando tutto l'impianto non solo della struttura economica che l'Occidente ha così ben incarnato ma l'intero stile di vita di ciascuno e quindi delle popolazioni. Obiettivo indubbiamente gigantesco. Secondo una minoranza di economisti e sociologi, tuttavia, inevitabile. La chiave di volta per riuscirci é la (ri)scoperta di un mondo relazionale antico, quello della convivialità e quindi della semplicità : di scambi, di spostamenti, concetti, parole, relazioni, azioni. In due parole: vita semplice.
Gli adepti della bicicletta decostruita (é questo che fanno, in realtà : vanno alla ricerca del pezzo superfluo e lo eliminano) hanno scoperto l'incredibile efficacia di questo obiettivo-pratica, tanto da pensare di mettere a punto un “pacchetto informativo” sulle loro ricerche e iniziare una specie di “road show” dimostrativo nei centri del sapere e dello scambio: università , associazioni, centri di cultura ambientale ed economica. Il progetto é in fase di sviluppo. La ricerca della decostruzione, nel frattempo, continua: finora i mezzi più essenziali costruiti dal gruppo hanno visto l'eliminazione del manubrio da bicicletta, sostituito da un tubo di misura adeguata (costo inferiore, e con l'utilizzo di materiali come l'ottone o il legno un'estetica migliorata) e l'eliminazione della ghiera che tiene fermo il pignone in sede, utilizzando una tecnica già certificata in pista da grandi campioni delle corse in velodromo.La fase invece già rodata e finemente messa a punto é il coinvolgimento di altri attori del “ciclismo critico” nella decostruzione del mezzo: nei punti di riunione delle esperienze di ciclismo urbano (centri sociali, ciclofficine popolari) un numero sempre crescente di persone sta provando la bicicletta a ruota fissa e ne scoprono, dopo aver espresso dubbi e timori, l'incredibile piacevolezza ed efficacia meccanica. Efficacia messa alla prova anche in brevi gare di velocità urbana, a Roma e Milano, chiamate Velocity: anche questa un'evoluzione dell'esperienza di Critical Mass, le velocity sono riunioni spontanee di ciclisti, all'alba di una domenica qualsiasi, per correre lungo una trentina di chilometri in ambito urbano, con dei punti di passaggio obbligatori e ostacoli urbanistici come parchi, marciapiedi, sottopassi, gallerie e quant'altro possa essere utilizzato per raggiungere il vero risultato (la classifica non conta): la riscoperta della propria città , la sua bellezza all'alba, la gioia della corsa insieme ad un gruppo di amici. Il tutto nella più rigorosa “clandestinità “: le convocazioni alle velocity vengono fatte via internet, e raggiungono chiunque ne abbia sentito parlare e abbia manifestato l'intenzione di essere avvisato almeno un mese prima della data prevista.
Chaingang si é imbattuta nella “convivialità felice” per una via insospettabile e apparentemente fortuita, e si appresta a condividere con altri questa modalità di sottrarre per -contemporaneamente- aumentare l'intensità della propria esistenza. Esattamente l'obiettivo della decrescita economica, insieme alla marcia indietro necessaria per evitare lo sradicamento di una vita umana degna del pianeta.
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