Argentina: un paese sulla lama della transizione

Un grande e difficile Paese. àˆ così che viene voglia di definire l’Argentina dopo aver parlato con Carlos Monsalve, una montagna umana di una quarantina d’anni e pura dinamite proveniente dalla sua Patagonia e giunto in Italia di passaggio per Atene, dove in Agosto si recherà per seguire lo svolgimento dei Giochi olimpici e “trovare storie”.


Carlos, video e radio giornalista dell’emittente ‘Todo Noticias’ (Tn), perennemente in giro con la sua telecamera, viene da Neuquén, città capitale dell’omonima provincia occidentale dell’Argentina, proprio sotto le Ande e a una manciata di chilometri dal Cile, che pure le alte pareti rocciose rendono inavvicinabile. Con sé porta tante piccole-grandi storie argentine che, seppur brevemente, vale la pena raccontare, per testimoniare le esperienze di una professione vissute da un altro capo del mondo e la condizione in cui versa quello che, fino a poco più di un lustro or sono, era uno dei Paesi in via di sviluppo apparentemente meglio posizionati nella corsa al ‘tavolo dei grandi’ del pianeta.

“Nella mia città , Neuquén, siamo circa 250.000 anime ” racconta Monsalve nel suo spagnolo limpido infarcito d’allegria ” più della metà di tutti gli abitanti della provincia. La mia è una regione bellissima ” mostra orgoglioso le fotografie ” nella quale è ancora possibile bere le acque del Rà­o Negro senza paura, prima che il fiume si sposti verso Oriente e diventi il ricettacolo di ogni sorta di scarico. In tutta la regione percorro decine di chilometri al giorno alla ricerca di notizie da mandare a Buenos Aires. Lavoro così da vent’anni e ormai posso dire con orgoglio di essermi fatto parecchi nemici all’interno dell’amministrazione pubblica locale”. In una regione così lontana dai sequestri di persona e dalle violenze di Buenos Aires ” circa 2.000 chilometri più a Est ” non mancano comunque i problemi. “Il principale è dato dall’estrema povertà che ha colpito tutto il Paese, a cominciare da quella classe media che ormai non esiste più ed è sprofondata nella povertà . Oggi in Argentina ci sono 20 milioni di poveri, quasi la metà della popolazione, e le prospettive, nonostante il buon lavoro del governo di Néstor Kirchner, non sono ottimistiche. Le prime vittime di questo fenomeno sono, come sempre, i bambini. A Neuquén, negli ultimi anni, si sono moltiplicati i frequentatori della grande discarica provinciale: uomini, donne, bimbi che si contendono il cibo dalla spazzatura o che dall’immondizia cercano di recuperare carta, metalli, vetro, plastica da rivendere a chi si occupa del riciclaggio dei materiali, guadagnando una miseria al giorno e rischiando in continuazione la vita”. Lo sa bene lo stesso Carlos, che non più tardi di un anno fa è stato aggredito proprio mentre cercava di girare un servizio all’interno della discarica della sua città .

Il grande Paese sudamericano è alle prese con una crisi economica che rende impossibile per milioni di persone anche semplicemente nutrirsi: eppure, l’Argentina è il terzo produttore al mondo di soia dopo Stati Uniti e Brasile, e in particolare è al secondo posto nella coltivazione di soia geneticamente modificata (dopo gli Usa), oltre a essere uno dei più grandi produttori del pianeta di carne bovina. E proprio qui sta uno dei problemi: un chilo di carne della migliore qualità costa, a Neuquén, provincia a ovest della Pampa bagnata dal Rio Negro ricco di gelide acque andine, “due euro, ma parliamo dei bovini migliori” spiega Carlos, aggiungendo che, nonostante il prezzo così basso, “i bovini argentini sono sempre meno venduti in Europa in quanto il loro costo è reso meno favorevole dal protezionismo doganale dell’Unione europea a beneficio dei produttori agricoli del Vecchio continente“. A questo si aggiunga, tornando dal fenomeno macroeconomico a quello microeconomico, che “il livello medio dei salari, intorno ai 250 euro al mese, e l’alto tasso di disoccupazione rendono per molti quasi impossibile comprare carne bovina, mentre le terre argentine, il cui prezzo è crollato a causa della crisi economica e della fine dell’artificiosa e insostenibile parità col dollaro, sono ormai oggetto di una vendita sempre più serrata a beneficio di stranieri pieni di soldi da investire”. Non solo gruppi imprenditoriali, come quello che fa capo all’italiano Benetton, ma anche molti singoli, “come il fondatore della ‘Cnn’ Ted Turner, gli attori Bruce Willis e Sylvester Stallone, i calciatori Roberto Baggio e Gabriel Batistuta e tanti altri ancora” racconta il giornalista argentino.

Se a far gola agli imprenditori e agli investitori stranieri sono le terre, il vero tesoro argentino è invece l’acqua dolce: “Abbiamo riserve enormi in Patagonia ma anche nel Nord-Est del Paese; su di loro hanno messo gli occhi gli Stati Uniti, lo sanno tutti, a cominciare dalle riserve situate nella zona della ‘Triple frontera’, il comune confine tra Argentina, Brasile e Paraguay, la regione famosa per il Rà­o Iguazຠe l’omonimo parco nazionale, oltre che per la presenza coreografica di immigrati ucraini, che da noi chiamiamo ‘il popolo che balla sempre’ e per il famigerato commercio degli esseri umani, soprattutto di bambini”, favorito dalla mancanza di adeguati controlli nei posti di frontiera, in particolare quelli in comune col Brasile. In quest’Argentina “che i due mandati dell’ex-presidente Carlos Menem hanno messo in ginocchio”, Monsalve svolge con amore encomiabile il suo mestiere difficile di reporter: “La criminalità in questo momento è tanta e, come se non bastasse, ad aumentare i pericoli c’è il fatto che le nostre strade sono pericolose e percorse da vecchie automobili. Le statistiche sugli incidenti mortali parlano di decine di migliaia di morti l’anno, molti dei quali giovani. In Argentina in pochi rispettano i semafori, oggi, e ancora in meno possono permettersi un’auto nuova o un’adeguata manutenzione a quella di proprietà “. Eppure, nonostante i pericoli del mestiere e le difficoltà di vivere in un Paese economicamente e socialmente allo sbando, è proprio a uomini come Carlos che a volte capitano le storie più strane e, allo stesso tempo, crudeli da raccontare: “Non dimenticherò mai l’11 settembre 2001. In piena crisi economica, ricordo che cercavo disperatamente qualsiasi cosa da fare pur di mandare un servizio a Buenos Aires. Venni a sapere che da quattro giorni l’aeroporto di Neuquén era chiuso. Controlli anti-terrorismo? Assolutamente no, quelli erano altri tempi. Un’enorme stormo d’uccelli andini era sceso dalla Cordigliera e da quattro giorni si era messo a beccare sulla pista del nostro piccolo impianto, lasciando scivoloso guano dappertutto. Avevo un amico in aeroporto, che mi fece entrare; ripresi delle belle immagini, poi sempre approfittando del mio amico feci una telefonata in capitale per annunciare l’invio del servizio. Mi rispose un collega con la voce tremante, che mi raccontò in diretta l’istante in cui il secondo aereo si schiantò sulla seconda torre del World Trade Center, a New York. Mi accorsi che alle mie spalle c’era un televisione accesa, sintonizzata su un canale che trasmetteva l’inferno. Lì, in quel momento, mi resi conto di quanto è incredibile questo lavoro. E ancora oggi, quando prendo in mano la cassetta con quelle immagini, mi sembra di tornare indietro a quel giorno in cui il mondo non è più stato lo stesso”.

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