RAI, un malato grave da curare in fretta

L’infinita “telenovela” dell’elezione del presidente della commissione parlamentare di vigilanza sulla RAI è l’ennesima conferma che l’informazione continua a rappresentare una delle anomalie più preoccupanti di questo paese. Innanzitutto, pur con il dovuto rispetto alla figura e alla storia di Leoluca Orlando, la scelta dell’ex sindaco di Palermo per la guida della commissione appare come una semplice operazione di alchimia politica all’interno dell’opposizione, tesa a non spezzare irrimediabilmente il già logoro rapporto fra il PD veltroniano e il movimento di Antonio Di Pietro, con il riconoscimento a quest’ultimo di un importante incarico istituzionale [Cataldo Esposito].

In barba, ancora una volta, all’esperienza e alla conoscenza del settore che dovrebbero contraddistinguere coloro ai quali è affidata la gestione e il controllo dell’emittenza radiotelevisiva.

Colpisce poi l’arroganza di una maggioranza che, nonostante il palese controllo editoriale e politico delle tre più importanti televisioni commerciali italiane, di due canali della TV pubblica e di almeno un telegiornale RAI, pretende di scegliere il nome del presidente dell’organismo di vigilanza, fregandosene altamente dei più elementari principi di pluralismo, prima ancora che della consuetudine istituzionale.

Dall’altra parte c’è un’opposizione che si accontenta, con al governo il centro-destra, di coltivare un suo “orticello” nell’azienda televisiva di stato, senza avere alcuna proposta concreta e credibile di riforma dell’intero settore delle comunicazioni, come due esperienze di governo hanno impietosamente dimostrato.

I due principali schieramenti politici del paese, quindi, ancora una volta uniti dalla volontà di non cambiare le cose: il centrodestra geloso custode del perenne conflitto di interessi del suo leader ed il centrosinistra prigioniero del totem di una RAI con tre reti analogiche, oggetto di una  spartizione sempre più al ribasso di incarichi, consulenze e posti di sottogoverno fra i partiti.

Eppure, i cittadini di questo paese, nell’ormai lontano 1995, votarono, con una significativa maggioranza, a favore di un avvio di privatizzazione della RAI. Ebbene, anziché procedere nel senso indicato dal corpo elettorale, entrambi i poli optarono per lasciare le cose così com’erano: Berlusconi, come sempre da finto liberale, si guardò bene dall’avviare un processo riformatore che avrebbe comportato inevitabilmente un “dimagrimento” di Mediaset; il centrosinistra, invece, in parte per la presenza al suo interno di idee stataliste, in parte per appetiti lottizzatori, preferì ignorare la volontà espressa anche da molti suoi elettori, di fatto concedendo un salvacondotto al tycoon di Arcore

I risultati di quella scelta infausta sono sotto gli occhi di tutti. Non è facile invertire la rotta, ma è il momento che tutti gli autentici democratici, liberali e riformatori facciano sentire la loro voce, al di là delle appartenenze politiche, per dare a questo paese un autentico mercato radiotelevisivo, nel quale si possano fare avanti nuovi soggetti e nuove idee, in grado di aumentare la qualità del servizio offerto e la possibilità di scelta degli italiani.  Un’occasione insomma per portare un po’di Europa in questo paese, il cui parlamento  ratifica all’unanimità il Trattato di Lisbona ma che, quando si parla di pluralismo televisivo, volge lo sguardo altrove.

Cataldo  Esposito

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