Firenze, domenica 25 maggio 2008 – Tutelare i “beni comuni” e promuovere reti internazionali per la loro salvaguardia: su questi temi si è aperta la terza e ultima giornata di Terra Futura 2008, mostra-convegno delle buone pratiche di sostenibilità ambientale, economica e sociale. “Beni comuni” intesi non solo come risorse naturali, ma anche come sicurezza, diritti umani, lavoro, ricerca scientifica, circolazione delle idee: in una parola, qualità della vita. E tra i beni comuni, da valorizzare e far crescere, c’è anche l’economia solidale: perché la democrazia economica completa i diritti della democrazia politica.
«Secondo l’opinione e l’esperienza delle Nazioni Unite – ha affermato SANDRO CALVANI,direttore dell’UNICRI, United Nations Interregional Crim and Justice Research Institute, intervenendo questa mattina al convegno “Alleanze per la pace e i diritti umani” organizzato da Acli e Caritas Italiana – lo sviluppo sostenibile non è separabile da altri beni comuni come la sicurezza e i diritti umani, tutti indispensabili al “buon governo”. Sicurezza e giustizia sono ugualmente importanti in questo mare Mediterraneo che in realtà è un mare “Uniterraneo”, perché viviamo tutti su una stessa terra. Basti pensare a quanto i problemi del Nord Africa o del Medio Oriente si riflettono in insicurezza e mancanza di giustizia in Europa, e viceversa. Per questo è fondamentale lavorare insieme”.
Terra Futura è anche il luogo dove incontrarsi per conoscere le buone pratiche, i cambiamenti positivi in corso. Proprio dal Sud del mondo, dove si concentrano le maggiori povertà e sofferenze, giungono gli esempi positivi di un’economia solidale: un’altra economia – un altro mondo – non solo è possibile ma è già in costruzione.
EUCLIDES ANDRÈ MANCE di Solidarius, Rete brasiliana socioeconomia solidale, ha raccontato l’esperienza del suo Paese: «Negli anni novanta i movimenti (ecologista, dell’economia solidale, del consumo solidale, del commercio equo…) hanno scoperto l’importanza di fare rete, e ciò ha permesso l’emergere di azioni globali: nel campo della cultura politica ma anche dell’economia, generando reti di economia solidali, che integrano consumo, produzione, commercio, finanza, in maniera ecologicamente corretta e socialmente giusta. In Brasile, per esempio, ci sono 22 mila iniziative di economia solidale, in autogestione, in cui non c’è datore di lavoro né impiegato, ma i lavoratori stessi sono i proprietari: oltre un milione e mezzo le persone coinvolte, con 3 miliardi di euro di fatturato all’anno e 800 mila nuovi posti di lavoro generati negli ultimi sette anni».
«Della popolazione brasiliana economicamente attiva, oltre il 50% lavora nell’economia informale, cioè in imprese non regolari, senza una protezione giuridica – ha sottolineato CANDIDO GRZYBOWSKI, filosofo e sociologo, direttore Ibase, Brazilian Institute of Social and Economic Analyses, al convegno “Alleanze per i beni comuni, la democrazia e la partecipazione” di Cisl e Arci -. Ma è iniziato un movimento di economia solidale, anche se le oltre 20 mila associazioni o cooperative presenti, secondo le leggi del Paese, rientrano ancora nell’economia informale. Di qui il lavoro dell’Ibase e la richiesta allo Stato di politiche che riconoscano, facciano emergere e sostengano queste iniziative».
Un’altra esperienza significativa è nello Sri Lanka, dove l’Istituto di Cooperazione Economica Internazionale (Icei) ha sviluppato un progetto di riabilitazione del settore agricolo post-tsunami basato sull’agricoltura biologica e “familiare”, ovvero sullo sviluppo di piccole aziende produttrici gestite interamente dalle famiglie: 300 quelle coinvolte, per un totale di 3.000 persone. «Senza le alleanze fra le diverse estrazioni della popolazione – ha ricordato IBRA LEBBE MOHAMED NAJEEM, coordinatore nel Distretto di Ampara (costa est Sri Lanka) – non avremmo potuto raggiungere gli obiettivi: siamo riusciti a far lavorare insieme tre comunità (quella tamil, mussulmana e singalese) che per le loro differenze culturali e religiose non sono mai state particolarmente vicine e collaborative».
Nel Sud del mondo si trovano anche esperienze significative di reti tra i movimenti, molte volte nati proprio per tutelare i “beni comuni”.
«Le “aggressioni transnazionali” minacciano i beni comuni – ha sottolineato ROBERTO ESPINOZA, del Coordinamento Andino delle Organizzazioni Indigene Perù – come l’Amazzonia, la Cordigliera delle Ande, il Circolo polare. In queste aree hanno luogo i conflitti globali strategici dell’umanità, e in queste aree si trovano i popoli indigeni. Una “coincidenza” significativa: così la lotta dei popoli andini, quella dei popoli amazzonici, dell’artico, è allo stesso tempo lotta per la propria sopravvivenza e lotta per la conservazione dei beni comuni. Con loro i movimenti ambientalisti di tutto il mondo, i movimenti scientifici devono costruire alleanze. Perché è in gioco la sopravvivenza dell’intera umanità».
È l’Uruguay il primo Paese al mondo in cui l’acqua è stata inserita come bene pubblico in un articolo della Costituzione. Un grandissimo successo delle lotte portate avanti dalla popolazione, a cui tutto il Latinoamerica e tutto il mondo sta continuando a guardare. «Grazie all’esito positivo del referendum promosso nel 2004 – racconta ADRIANA MARQUISIO, rappresentante del CNDAV, Comisiòn Nacional en Defensa del Agua y de la Vida di Uruguay – siamo riusciti a bloccare il processo di privatizzazione che era in corso, allontanando le multinazionali. Ora si sta cercando di creare un cartello con le organizzazioni sociali e si sta ampliando l’articolo, specificando le regolamentazioni sulle fonti d’acqua di tutto il Paese e sull’acquifero del Guaranì, la più grande riserva d’acqua dell’America Latina». Proprio a Terra Futura l’occasione per condividere e ampliare l’esperienza ad altri Paesi, in primis la Bolivia.
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