America Latina: dove sei?

Intervista a Eduardo Galeano
Hai cliccato su «Intervista a Eduardo Galeano». I casi sono tre: 1) ti sei sbagliato, in realtà Eduardo Galeanosei appassionato di galeoni, 2) t'interessava, 3) t'incuriosiva. Nel caso uno, la strada la sai. Negli altri due, scegli di condividere la straordinaria lezione sull'America Latina presa, gratis e a fianco del grande scrittore uruguayano, lunedì 16 settembre 2002 nella Biblioteca civica di Carmagnola. Piccola sera, piccola sala, piccoli respiri.


A Carmagnola c'erano molti torinesi in prima fila e diversi sudamericani trapiantati in Piemonte. Erano tutti per lui, l'Eduardo che ha scritto pagine bibliche sul continente desaparecido: «Memoria del fuoco» e «Le vene aperte dell'America Latina» i libri più forti. Non c'è stato tempo per le moine. Una domanda sparata dal pubblico ha spedito subito il discorso alle contraddizioni e alle speranze del Sudamerica. La gente voleva questo, si percepiva nell'aria. E' come quando vai allo stadio: la gente vuole che la sua squadra segni, che la palla vada in una sola direzione.

Galeano non si è fatto pregare, dando la sensazione di sapere bene a cosa andava, e a cosa andrà sempre, incontro. Le traduzioni le ha abbozzate Coco Cano, pittore e amico di Galeano, stesso quartiere di Montevideo e stessa sorte negli anni bui: l'esilio. Cano lavora per il Comune di Carmagnola. Alla fine, mentre l'Eduardo guadagnava l'uscita, se lo lustrava: «Vedi, io credo che lui sia il migliore, perché è la voce vera di noi sudamericani. Dice quello che noi pensiamo. Non è come certi scrittori del Sudamerica che hanno fatto fortuna e che si mantengono sotto i riflettori scrivendo per riviste patinate e grandi giornali. Lui scrive libri e basta. Sa che quello è il suo ruolo. Fa un libro e vende 20 milioni di copie. Che gli vuoi dire?».

 
Ero partito da Avigliana (fa parte della Recosol, rete dei comuni solidali, che ha organizzato l'incontro di Carmagnola) con l'idea di parlare con Galeano sì di America Latina, ma prima ancora di calcio. Deformazione professionale. Il suo libro «Splendori e miserie del gioco del calcio» è uno di quei luoghi dove la storia e le virtù del pallone saltano fuori come salmoni e vengono trascinate come una corrente di superficie sopra tutti gli oceani della vita. Eduardo Galeano e Osvaldo Soriano, argentino, morto nel 1997, ironico e struggente nello scrivere, sono stati tra i pochi capaci di emozionare con storie di calcio. Sarà che vengono dal profondo Sudamerica, sarà che erano amici, sarà che fanno rima. Con Galeano volevo parlare di Soriano, il Gordo, come lo chiamavano gli amici. Soriano è sepolto nel cimitero della Chacarita, a Buenos Aires, e Galeano racconta talvolta di quel giorno in cui una donna, passandoci davanti, scoprì la tomba dello scrittore e il becchino gli disse: «Sa, viene a trovarlo gente strana. Si siede qui, chiacchiera e ride, ride sempre. Non c'è più rispetto». Quando il becchino si allontanò, la lettrice ringraziò il Gordo per il suo grande umorismo. Per tutta risposta, arrivò una voce dalla tomba: «Scusa eh, se non mi alzo!».

Loro erano così. Ma torniamo a noi. Di domande stupidamente concrete ne avevo pronte un paio. Uno. Cosa pensa Galeano dei giocatori brasiliani infelici che lasciano l'Inter? Due. Come giudica Galeano la categoria degli arbitri equadoriani? Me le sono tenute in tasca, perché l'incontro con il muro di assetati di America Latina ha preso la piega della dura constatazione di un mondo che sta vivendo uno dei periodi più difficili della sua storia. Mi avevano chiamato a fare il giornalista, a fare domande. Il pubblico ha invaso il mio spazio e ne ho fatta una sola sul ruolo degli scrittori, portatori di parole e di sentimenti, nel momento delicato del Sudamerica. La risposta l'ho messa alla fine, perché con quelle parole è finita la serata di Carmagnola.

La prima domanda ha portato dritti tutti quanti alla globalizzazione.

Come vede l'America Latina dentro questo processo?

«Non la vedo. A volte mi guardo in giro e dico: dov'è il mio Paese? Gli esperti dicono che il Paese non esiste più. La globalizzazione ha tolto le frontiere, dicono. Che bella notizia, rispondono a Cuba, non ci sono più le frontiere! La globalizzazione mente quando parla di abbattimento delle frontiere perché chi muove la globalizzazione sta commettendo un errore imperdonabile: sta scambiando le persone per il denaro».

Galeano, che in uno dei suoi libri ha coniato un termine di grande effetto, «democrature», per definire il riciclarsi delle dittature sotto forma di finte democrazie, sostiene che il denaro è il nuovo oppressore: «La dittatura finanziaria è ancora peggiore del terrore militare, e purtroppo l'America Latina, contro questa e contro altri derivati del capitalismo, non ha saputo difendersi. Difendersi non è un diritto, ma un dovere. Noi sudamericani non abbiamo esercitato abbastanza questo dovere, per questo siamo colpevoli. Colpevoli di stupidità . Da noi c'è un detto che dice: la colpa non ce l'ha il maiale, ma quello che gli gratta la schiena».

 
Come fermiamo, chiede un architetto colombiano, l'espansione coloniale americana in Sudamerica, considerata ormai il Mediterraneo americano?

«Il problema è la concentrazione del potere in diverse aree, proprio come nelle colonie. Lo aveva previsto un barbuto profeta. Il fatto è che il governo più obbediente agli Stati Uniti, sulla terra, è l'Inghilterra. Sta diventando colonia di quella che fu la sua colonia».

Gli domandano dei movimenti guerriglieri.

«La situazione è cambiata, e poi dipende dai luoghi dove sono nati e cresciuti. Tra tutti, il movimento che più mi sembra interessante è quello zapatista».

Gli chiedono delle sinistre sudamericane: che fine hanno fatto o che fine faranno. Apriti cielo.

«Sono buone università della destra. E' impressionante come si adattino ai tempi che corrono. Ma le sinistre sono in crisi in tutto il mondo: hanno più domande che risposte. Ve ne racconto una. Sui muri dell'università di Quito, in Ecuador, qualcuno ha scritto: ‘Quando avevamo le risposte, voi ci avete cambiato le domande'. Però la sinistra sta aprendo gli occhi su una realtà più grande di lei: i movimenti di grande importanza, che spesso hanno solo connotazioni locali».

In America Latina c'è cultura, eppure c'è una crisi profonda. Come in Argentina. Come può l'uomo comune venirne a capo, ogni giorno, per non cadere nella disperazione?

«Non so ciò che può fare, ma so cosa sta facendo: sta scappando. E' in atto un drammatico processo di fuga collettiva dal Sudamerica. L'unica soluzione sembra la fuga. C'è però unità di movimenti diversi. In questa situazione dolorosa, la gente sta indicando ai governanti la strada da seguire: la solidarietà . Questa è la via della salvezza. Unirsi a difendere ciò che si produce».

Crede nel commercio equo e solidale e nei movimenti come quelli di Porto Alegre?

«Sì, molto. Il commercio equo e solidale credo che ce la farà . La solidarietà è orizzontale, è qualcosa che si fa tra eguali, nel mutuo rispetto. Non può avere dei limiti. Credo anche nei movimenti. Uniscono voci disperse che dicono: c'è un altro mondo possibile. Un'unità fondata sulla diversità è qualcosa di indistruttibile: è questo che nutre la nostra speranza in un mondo più giusto». Alla fine, arriva il momento della domanda sugli scrittori.

«Domanda sindacale (il pubblico sorride). Vedi, io non ho l'arroganza di dire di essere interprete di una volontà collettiva. Piuttosto mi piacerebbe essere consigliere delle necessità della gente, questo sì. Faccio un esempio. Conosco un pittore venezuelano, certo Vargas, che vive in un posto bruttissimo, rovinato dal petrolio. Tutto è nero e bruciato, anche gli esseri umani. Eppure ha sempre fatto quadri con colori sgargianti, con animali e piante giganti. Sembrerà assurdo, ma lo considero un pittore realista, perché la sua immaginazione l'ha sempre portato a dipingere la realtà di cui aveva bisogno. Bene, la stessa cosa succede a me che scrivo».

Dopo gli applausi, i convenevoli, la parole di Coco Cano e tutto quanto il resto, ho domandato a Galeano se gli manca Osvaldo Soriano, di cui era grande amico. Altra domanda banale. Non era serata, me ne rendo conto. Ma è stato tutto improvviso, da improvvisare, che le prime a partire sono state le domande che venivano dal calcio, tenue metafora della vita. «Chi, il Gordo?». Ha abbassato la testa, ha sogghignato, mi ha stretto la mano senza guardarmi in faccia. Io avrei pagato per essere amico del Gordo, che dormiva di giorno e lavorava di notte e ti svegliava alle tre per fare due chiacchiere al telefono, minimo un'ora.

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