Tenere inchiodati gli spettatori ad una poltrona di teatro per più di sei ore, narrando e mostrando loro gli orrori inspiegabili di un genocidio, è certamente un progetto ambizioso. Ci riescono molto bene gli autori e gli attori di à ¢â‚¬Å“Rwanda 94. Un tentativo di riparazione simbolica verso i morti, ad uso dei vivià ¢â‚¬?, spettacolo realizzato dal collettivo belga Groupov con la regia di Jacques Decuvellerie. Tre atti e sei ore di rievocazioni, scene oniriche, filmati e musiche per ricordare il massacro che dieci anni fa, in soli tre mesi à ¢â‚¬ tra aprile e luglio, à ¢â‚¬Å“decimà ƒÂ²à ¢â‚¬? letteralmente la popolazione del Rwanda [Cristiano Lanzano – Web magazine]
Un evento non ancora digerito dalla storia, un evento che appena adesso, e con fatica, cominciamo a ricordare. Memoria dolorosa, ma necessaria: à ¢â‚¬Å“chiunque non voglia conoscere il calvario del popolo rwandese è complice dei carneficià ¢â‚¬?, afferma Yolande Mugakasana nel primo atto. Non è unà ¢â‚¬â„¢attrice, ma una sopravvissuta che ha visto uccidere il marito e ha perso i suoi tre figli: attraverso la sua testimonianza, che inaugura lo spettacolo, possiamo appena affacciarci alla voragine di un dolore tenuto a bada e soffocato in poche lacrime discrete, di cui persino si scusa. Ma Yolande, come gli altri attori rwandesi della compagnia, sente il dovere della testimonianza. Intervistato, là ¢â‚¬â„¢attore Dorcy Rugamba, sopravvissuto allo sterminio e rifugiatosi in Belgio, dice: à ¢â‚¬Å“il modo in cui rivivo in teatro il genocidio mi aiuta a sopravvivere. Ma non basta. Fino al mio ultimo respiro, continuerà ƒÂ² a raccontare quello che è accadutoà ¢â‚¬?. Dopo aver girato là ¢â‚¬â„¢Europa, ad aprile lo spettacolo è stato rappresentato a Kigali, in Rwanda, suscitando ovviamente enormi emozioni.
Ma Rwanda 94 è pensato soprattutto per il pubblico occidentale; per chi ha vissuto il genocidio da lontano, dietro lo schermo televisivo e dietro le sue bugie. In scena, un ritornello recita: à ¢â‚¬Å“una iena astuta si mette a muggire come una mucca. Siamo nella loro tana: per favore, rimanete vigilià ¢â‚¬?.
La metafora si riferisce ai media, uno tra i principali imputati dello spettacolo: in una lunga sequenza tra il recitativo e il cantato, gli attori ricordano cià ƒÂ² che nessun giornalista ha mai raccontato sulla vicenda. Quasi niente si salva da questo atto dà ¢â‚¬â„¢accusa. Non la missione dellà ¢â‚¬â„¢ONU già ƒ presente in Rwanda, che non fece nulla per fermare la strage sebbene il mandato la vincolasse alla difesa della popolazione civile. Non i servizi segreti francesi e belgi, che erano al corrente dei programmi di sterminio sin da gennaio. Non la Chiesa, che ebbe pesanti corresponsabilità ƒ appoggiando acriticamente là ¢â‚¬â„¢ideologia estremista hutu contro là ¢â‚¬â„¢à ƒÂ©lite tutsi, favorevole alla laicità ƒ e considerata filocomunista . Infine, non si salvano certamente i luoghi comuni sul tribalismo africano e sul millenario odio interetnico tra hutu e tutsi: in una esauriente lectio magistralis, perfettamente inserita nello spettacolo, il regista stesso smonta le teorie etnologiche che nel periodo coloniale avevano tracciato una distinzione razziale inesistente tra gli allevatori tutsi e i coltivatori hutu, considerando i primi geneticamente superiori e discendenti del ceppo euroasiatico, e ponendo cosà ƒÂ¬ le basi per la loro successiva discriminazione.
Là ¢â‚¬â„¢impegno civile della pièce non toglie nulla allà ¢â‚¬â„¢attenzione riservata alle scelte stilistiche: la scenografia ed i costumi richiedono 15 tir per il trasporto; il materiale fotografico e filmico, tra cui alcune sequenze agghiaccianti dei massacri, integra con originalità ƒ la recitazione degli attori; e, soprattutto, la musica di Garrett List, in cui gli strumenti e le voci liriche di un insieme da camera dialogano con le percussioni e le voci africane. Il risultato complessivo è quello di de-esotizzare la vicenda del genocidio rwandese, di renderla tragicamente vicina a noi, anche nelle sue forme espressive.
Non è possibile, dopo aver assistito allo spettacolo, allargare le braccia e abbandonarsi allo smarrimento. Rwanda 94 seziona freddamente le cause storiche e politiche del genocidio, ci mostra la à ¢â‚¬Å“modernità ƒ à ¢â‚¬? dellà ¢â‚¬â„¢organizzazione e dei mezzi che lo resero possibile: insomma, ci inchioda alle nostre responsabilità ƒ . E non è affatto un male. Inizia solo adesso la costruzione della memoria di questo Olocausto rwandese: anche attraverso il teatro.
(La tournà ƒÂ©e di Rwanda 94 ha già ƒ toccato Palermo e Torino. Lo spettacolo sarà ƒ a Roma, al Teatro Eliseo, il 24, 25 e 26 settembre; a Milano, al teatro Strehler, il 2 e 3 ottobre; a Reggio Emilia, al Teatro Romolo Valli, il 9 e 10 ottobre.)
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