Presentato a Roma il film “Hotel Rwanda” di Terry George sul massacro del '94 in cui morirono un milione di persone. La storia (vera) di un manager d'hotel hutu che salvò 1.200 tutsi. E oggi racconta: “Non sono un eroe, ho fatto solo il mio dovere” (Claudia Morgoglione – La Repubblica).
“Perché non vi aiutiamo? Perché siete neri. Anzi, peggio: siete africani”. E' in questa battuta, rivolta da un generale dell'Onu al protagonista del film, il senso profondo di una delle vere, grandi tragedie dei nostri tempi: quella del Ruanda. Una guerra civile combattuta a colpi di machete e di mitra, un genocidio etnico – compiuto dalla maggioranza hutu contro la popolazione tutsi – che provocò, undici anni fa, un milione di morti in appena cento giorni. Nel silenzio e nell'indifferenza della grandi potenze. E ora – a riportare alla luce quella vicenda – arriva una pellicola diretta da Terry George, da venerdì nei nostri cinema.
Hotel Rwanda – questo il nome del film, distribuito da Mikado – narra una vicenda (realmente accaduta) di straordinario eroismo, che ha come protagonista una sorta di Schindler africano, Paul Rusesabagina. Un uomo comune, prima dell'inizio del massacro: un direttore d'hotel a Kigali, un benestante hutu – sposato con una tutsi – abituato ai compromessi. Ma che poi, di fronte alla follia che si impossessa del suo Paese, non si ferma di fronte a nulla pur di salvare la famiglia e altri 1.200 cittadini tutsi, che trovano rifugio nell'albergo.
E oggi a Roma, a presentare la pellicola, insieme al regista (già autore di film di impegno civile, come Nel nome del padre) c'è proprio lui, Rusesabagina. Un uomo dallo sguardo ricco di umanità , un “giusto” (per usare la terminologia con cui gli ebrei indicano chi salvò alcuni di loro dall'Olocausto) che rifiuta però l'etichetta di eroe: “Io non lo sono – dichiara – sono solo un direttore d'albergo che ha fatto il suo lavoro. E che si è comportato seguendo ciò in cui credeva”.
Sarà : ma a seguire le vicende raccontate dal film, fedeli almeno al 90 per cento ai fatti realmente accaduti, l'impressione è diversa. E cioè che Rusesabagina (interpretato in modo straordinario da Don Cheadle) e sua moglie Tatiana (Sophie Okonedo) sono gli unici paladini del buon senso, in una realtà impazzita in cui la gente uccide i vicini solo perché di etnia diversa, e in cui la radio incita la gente a massacrare “gli scarafaggi Tutsi”. E in cui la figura peggiore la fanno gli occidentali, che, di volta in volta, scappano: lo fanno l'operatore televisivo (Jacquin Phoenix), il generale Onu di stanza nel Paese (Nick Nolte), perfino il missionario italiano (Roberto Citran).
A fronte di una vicenda del genere, non sorprende che Terry George abbia avuto molte difficoltà , nel realizzare il film. Come lui stesso racconta: “La prima cosa ardua è stata trovare i finanziamenti: ho portato la sceneggiatura a tutti gli studios hollywoodiani, ma l'hanno rifiutata. Poi abbiamo trovato soldi inglesi, sudafricani e italiani (attraverso la Mikado). L'altra difficoltà è stata promuovere la pellicola, almeno finché non siamo entrati in ballottaggio per gli Oscar: tutti consideravano questo un film piccolo, da sala d'essai”.
Alla fine sono arrivate le tre candidature: quelle agli interpreti Cheadle e Okonedo, e quella per la migliore sceneggiatura. Alla fine, però, Hotel Rwanda è rimasto a bocca asciutta, non ha portato a casa nemmeno una statuetta. Circostanza, questa, che al regista proprio non va giù: “Mi è dispiaciuto non aver vinto, perché con un premio del genere la vita di un film è più lunga. E poi mi sarebbe piaciuto vedere Don (Cheadle) sul palco: forse lo show sarebbe stato meno noioso…”.
Ma, al di là di questi rimpianti, la pellicola ha un valore civile innegabile: non dimentichiamo che il genocidio in Ruanda fu compiuto, senza che il Consiglio di sicurezza dell'Onu muovesse un dito, anche perché le immagini e le testimonianze di quell'inferno non trovarono adeguata diffusione, nei mass media occidentali. Un concetto ribadito da Rusesabagina: “Per il futuro del mio Paese – spiega – la stampa ha un ruolo fondamentale. Può essere un'arma molto utile, nel far conoscere le cose, ma anche molto pericolosa. Come lo è stata, da noi, la radio Rtlm, che ha diffuso l'odio contro i tutsi”.
E, sempre nell'ottica del “non dimenticare”, non sorprende che Hotel Rwanda sia anche sponsorizzato da Amnesty International: “Film come questo – racconta oggi il dirigente della sede italiana, Daniele Scaglione – sono molto utili, per sensibilizzare le persone”. Anche per questo, il distributore Mikado farà una campagna per far vedere il film ai ragazzi delle scuole.
Quanto al futuro del Paese, Rusesabagina – che vive tuttora in esilio e ha rimesso piede per la prima volta in Ruanda solo due anni fa – è cautamente ottimista: “Attualmente, ci sono al potere dei vincitori che hanno preso il posto degli sconfitti: non è vera pace, è intimidazione degli uni sugli altri. La riconciliazione ci sarà solo se ci siederemo tutti attorno a un tavolo negoziale, per parlare francamente di quanto è successo”.
(7 marzo 2005)
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