Giustiza negata: il caso Carlo Parlanti

C'è un uomo rinchiuso in carcere negli Stati Uniti che da più di un anno grida la propria innocenza. Carlo Parlanti, incarcerato pur senza né prove né processo, rischia seriamente da 14 anni all'ergastolo. E in questi giorni deve scegliere se barattare la propria libertà con la propria innocenza: se (come pare sia “costretto” a fare) patteggia firmando la propria colpa diventa libero, ma reo di violenza sessuale.


Per approfondire il caso, proponiamo la lettura di un recente articolo pubblicato da L”Espresso in data  6 agosto 2005

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Usa: il caso di Carlo Parlanti, detenuto “in attesa di denuncia”

Dal 3 giugno scorso Carlo Parlanti è rinchiuso in una cella senza finestre di due metri per due nel carcere americano di Ventura, Stato della California. Soffre di asma ed è risultato positivo al test della tubercolosi. Ma non è questo il suo unico problema. Su di lui pesa una triplice, terribile accusa: quella di avere sequestrato, picchiato e violentato nel 2002 l”ex fidanzata Rebecca McKay White. Quanto basta per fargli rischiare negli Usa, in caso di condanna, una pena compresa tra i 25 anni e l”ergastolo. “Il tutto senza prove”, denuncia l”avvocato Cesare Bulgheroni: “Peggio: senza che sia stata sporta denuncia dalla presunta vittima, la quale non ha firmato documenti ufficiali. E senza che le autorità statunitensi abbiano svolto le dovute indagini”.

Sembra impossibile, detta così. Ma di particolari assurdi questa storia è piena. A partire dallo scontro che nei mesi scorsi c”è stato tra il ministero italiano della Giustizia e la Procura di Milano, in disaccordo sulla linea da tenere nei confronti di questo connazionale. O dal modo in cui Parlanti, 40 anni, programmatore informatico di successo, è finito in manette: bloccato all”aeroporto di Dà¼sseldorf dopo un controllo casuale e incarcerato per un mandato di cattura emesso a sua insaputa dagli Stati Uniti. L”imprevedibile epilogo di una vita iniziata come tante altre: origini piccolo borghesi a Montecatini, studi al liceo scientifico, facoltà di Fisica all”università di Pisa, grado di tenente al servizio militare. Fino al 1989, quando Parlanti si trasferisce a Milano e viene assunto dalla Nestlé Italia: “Analista di sistemi e project manager”, lo definisce la fidanzata storica Katia Anedda: “Girava in continuazione tra Svizzera, America e Gran Bretagna. Poi accettò l”offerta della società J.D. Edwards, per la quale seguiva i sistemi operativi di grandi aziende, e incominciò a sognare di trasferirsi negli Stati Uniti”.

Lo fa nel 1996, conquistando con il suo curriculum la multinazionale Dole, specializzata nel settore alimentare. E per quattro anni va tutto bene. Soddisfazioni, soldi, una bella casa a Salinas, nei pressi della californiana Monterey. Ma soprattutto una lunga serie di flirt: il suo punto debole, la passione che tanti guai gli avrebbe procurato. “Come quando”, racconta l”avvocato Bulgheroni, “ebbe una relazione con la sua analista, Sandra Hollyngworth. Lei violò il codice professionale, salvo poi denunciarlo quando Parlanti si stancò e la buttò fuori di casa”. Fu così, spiega l”avvocato, “che l”informatico italiano si trovò per la prima volta sotto sorveglianza della polizia”. Ma non per questo rinunciò ad avviare l”ennesima relazione: stavolta con Rebecca White, la signora quarantaquattrenne per la quale oggi è rinchiuso a Ventura.

I fatti incriminati risalgono al 29 giugno 2002 e si svolgono nella casa di Thousand Oaks, contea di Ventura, dove la donna convive con Parlanti. Potrebbe essere una tipica serata della coppia, in bilico tra l”attrazione erotica che spesso li porta al sesso estremo, e il disagio di lei verso un uomo che non le è fedele. Invece, secondo la versione che Rebecca White dà alla polizia, le cose prendono un”altra piega. “Parlanti”, scrive il detective John Reilly, “beve due bottiglie di vino e diventa violento con la sua compagna. Le sbatte la testa contro il muro e cerca di soffocarla. Poi la prende a calci e la trascina in camera da letto, dove la spoglia e la lega con strisce di plastica, penetrandola contro la sua volontà . Due volte”, sostiene la White, malgrado lo pregasse di smettere.

A questo punto nel documento c”è un buco di quarantotto ore, su cui nulla si sa. Il racconto del detective salta al 2 luglio, quando Parlanti torna al lavoro e Rebecca White non scappa, a suo dire, per paura delle conseguenze. Il convivente italiano, spiega, ha minacciato di ucciderla se si rivolge alla polizia. E in effetti la violenza viene denunciata il 18 luglio, dopo due settimane, poco prima che l”informatico lasci l”America per tornare in Italia. Fuggito perché colpevole? “Questo lo deciderà il giudice”, dice l”avvocato Bulgheroni: “Una cosa è certa: non ci sono riscontri alla versione della White. Il detective Reilly le ha perquisito casa il 19 luglio 2002, trovando come unico indizio strisce di plastica che ha definito “non utilizzate”, per giunta senza le impronte dell”informatico. Quanto alla salute della White, l”investigatore scrive di avere parlato con Troy Manchester, il dottore a cui la donna si è rivolta il 22 luglio, ma soltanto per telefono. E di non avere certificati per documentare eventuali danni fisici. Contraddizioni”, afferma Bulgheroni, “che avrebbero dovuto spingere le autorità americane a svolgere indagini approfondite: non la caricatura di inchiesta che potrebbe costare l”ergastolo a un innocente”.

Da bravo difensore, l”avvocato di Parlanti non ha dubbi: “Il caso è una bufala”, dice: “Un misto di ripicche sentimentali e sciatterie investigative. Nessuno”, aggiunge, “ha per esempio considerato che la signora White era reduce da un divorzio. E che già allora aveva accusato l”ex marito di maltrattamenti, finendo ricoverata in una clinica psichiatrica”. Ma non è questo a indignarlo di più. àˆ allibito per ciò che è successo a Parlanti dopo il ritorno in Italia, nel 2002, quando ancora ignorava di essere inseguito da un mandato di cattura internazionale: “In un lampo aveva avviato consulenze con ditte europee, era stato assunto dal gruppo irlandese Cng Travel e aveva dimenticato la parentesi americana. Finché il 6 luglio 2004, transitando per l”aeroporto di Dà¼sseldorf, è stato fermato dagli agenti e portato nel carcere cittadino. Dopodiché i magistrati italiani hanno fatto il possibile per peggiorare le cose”.

La questione sta tutta in uno scioglilingua giuridico. Il nostro codice penale prevede che “i cittadini italiani che commettano un delitto comune all”estero punito con la reclusione di almeno tre anni, possano essere punibili ai sensi della nostra legge penale ove si trovino sul territorio italiano”. Tradotto significa: per chiedere l”estradizione di Carlo Parlanti, una Procura italiana doveva aprire un fascicolo su di lui. “Non a caso”, dice Bulgheroni, “il nostro consolato a Colonia ha scritto nell”agosto 2004 al ministero della Giustizia italiano e alla procura di Milano, competente per territorio, illustrando l”emergenza. E io stesso il mese successivo ho presentato una auto denuncia del mio cliente alla Procura meneghina”. Inutilmente. Per il sostituto procuratore Brunella Sardoni (che a “L”espresso” dichiara solo: “Non ho niente di cui giustificarmi”) c”è un ostacolo procedurale: manca la querela della parte lesa. Poco importa che negli Stati Uniti non serva, la querela, per avviare un”azione penale. L”ostacolo, in Italia, esiste. E non viene superato dalla lettera che il pm Sardoni nel novembre 2004 invia, d”accordo col procuratore capo Manlio Minale, alla “competente autorità giudiziaria Usa”. Un documento nel quale richiede “assistenza, affinché voglia procedere all”assunzione della testimonianza della cittadina americana Rebecca McKay White, chiedendole se intenda presentare querela per i fatti da lei denunciati in America, essendo in Italia condizione per la procedibilità della violenza sessuale”.

La risposta arriva con le accuse confermate da parte della White, e con la rinnovata opposizione al fatto che Parlanti venga processato in Italia. Nel frattempo le polemiche non si spengono: anzi. Esplodono sotto traccia, tra Roma e Milano, quando nell”aprile 2005 il ministro della Giustizia Roberto Castelli affida il caso ad Augusta Iannini, capo del dipartimento Affari di giustizia. La quale inventa la soluzione: invece di procedere per il reato di violenza sessuale, vincolato alla querela, propone alla Procura di Milano di puntare sul sequestro di persona, perseguibile all”estero dietro richiesta del Ministero. “Un”ipotesi praticabile”, dice l”avvocato Bulgheroni, “ma che non ha convinto il pm Sardoni. Soprattutto dopo la trasferta milanese di alcuni funzionari ministeriali, inviati da Roma per discutere il problema”.

La conclusione è amara. Il 3 giugno scorso la Germania si è liberata della grana Parlanti spedendolo nel carcere di Ventura, come richiesto dagli Usa. Ora ai parenti dell”informatico non resta che attendere il processo: “Senza troppe speranze”, sottolinea la madre Nada Pacini: “E senza più soldi per pagare un difensore decente”.


La storia in un sito

Nel 2001 il detective Richard Lee investigò per conto di Carlo Parlanti sulle accuse di maltrattamenti avanzate dalla sua analista, Sandra Hollyngworth, con la quale l”informatico aveva avuto una relazione. Nel suo report, Lee scrisse che secondo Rebecca McKay White (la stessa donna che ora accusa Parlanti di violenza sessuale e sequestro di persona) “Carlo era sempre stato un gentleman, cortese e buono”, e che l”aveva sempre trattata “con totale rispetto”.

Di più: nello stesso documento, il detective Lee racconta che “la signora White si presentò a testimoniare in favore di Parlanti”. Un atteggiamento di grande solidarietà che continuò per lungo tempo, nel corso del quale “disse più volte di essere molto felice con Carlo e che la vita insieme nel sud della California era assai serena”. Premesso questo, continua Lee, Rebecca White aveva “un problema con l”alcol, che assunto in quantità eccessive le provocava disagi psicologici e la rendeva una persona instabile”. Dichiarazioni importanti per il processo all”informatico che sta per svolgersi in California. E che potrà essere seguito attraverso il sito www.carloparlanti.it.

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