Il regime degli Ayatollah ha rimosso i sigilli internazionali ai suoi impianti nucleari che potrebbero consentirgli di produrre la bomba atomica. I paesi sunniti limitrofi, Arabia Sudita e Giordania, seguono con apprensione la grande espansione sciita. George Bush si è già detto pronto a qualsiasi opzione per difendere gli interessi americani nell’area. Ma quali sbocchi può aere un conflitto contro teheran? Scritto dal doppio angolo visuale di un cristiano (Vincenzo Maddaloni) e di un musulmano (Amir Modini), il libro “L’atomica degli ayatollah” vuole essere uno strumento utile per orientarsi nel dedalo dello scenario mediorientale. Attraverso una ricca documentazione, il libro analizza l’area di crisi più scottante della geografia politica mondiale alla ricerca di quelle possibilità di dialogo tra culture, religioni e nazioni, indispensabili per evitare un continuo dilagare di conflitti.
QUARTA CONVERSAZIONE – Dove si parla dell’obiettività del giornalista; dei guai prodotti dalla mondializzazione; dell’ “Occidente infedele” e dell’ Oriente radicale; del senso e della qualità della vita; dei diritti umani e del significato della tolleranza; dell’ atomica degli ayatollah
V. MADDALONI – Leggo con curiosità tutto ciò che in questi giorni si scrive sull’Iran e spesso mi torna in mente Foucault, caro Amir. Egli, come ricordi, aveva definito l’azione di Khomeini la « rivoluzione contro la politica » e questa e come altre sue affermazioni di entusiastica adesione saranno poi “dimenticate” dal filosofo-reporter, il quale era a quel tempo il coordinatore di un progetto da lui stesso ideato che aveva come obiettivo la verifica sul campo di come « nascono e muoiono quegli avvenimenti che sono le idee ». E questo spiega la ragione dell’entusiasmo di Foucault per la rivoluzione iraniana che poi gli procurerà tanto imbarazzo.
Minore invece l’imbarazzo dei tanti miei colleghi che, ammaliati dal filosofo di Poitiers, infarcivano le corrispondenze da Teheran con le sue teorie, ma essi scrivevano sui giornali o affidavano le loro cronache alle radio “popolari”, resoconti che, in quanto tali, hanno vita caduca e perciò sono facilmente dimenticati. Il che ha permesso ad alcuni tra loro di passare con estrema disinvoltura dai giornali e dalle radio di sinistra a quelli di destra senza che alcuno se ne accorgesse, tranne i pochi che con loro condividevano quei giorni.
Perché mi ci soffermo? Perché a Teheran c’erano più giornalisti italiani che francesi, inglesi e americani e tutti erano attratti dallo sventolio delle tonache, dalle teste avvolte nei turbanti. Pochi sapevano che quelli neri indicavano i discendenti dal Profeta Maometto. L’importante era “ fare colore”. Pochi sapevano che il 25 giugno del 1975, quattro anni prima del suo arrivo a Teheran, era stato firmato un accordo a Sidone nel quale si riconosceva a Khomeini la leadership su tutti gli sciiti del mondo e sui movimenti islamici di liberazione. Fra i firmatari c’erano l’imam Mussa Sadr che operava nel Libano, ma che è nato a Qom; Hussein Mussavi che verrà accusato di essere il mandante degli attentati contro i contingenti americano e francese a Beirut. A settantacinque anni, dunque, Khomeini era già il capo riconosciuto del mondo sciita, e in Occidente – miracoli della disinformazione – nessuno aveva sentito ancora parlare di lui. Naturalmente anche allora non c’era gran voglia di approfondire, nemmeno quando arrivò a Teheran quattro anni dopo. Ma in effetti poco importava, a cominciare da Foucault il quale in Iran cercava la riconferma on live delle sue teorie per consolidare la sua fama di filosofo impegnato. Nessuno che si ponesse la domanda « Cosa trovano i musulmani nel Corano?», come del resto accade oggi. Ricordo l’inviata del “Corriere della Sera”, Oriana Fallaci che arrivò un pomeriggio, il mattino successivo andò a Qom a intervistare Khomeini e il giorno dopo se ne ripartì perché tanto le bastò per capire quella rivoluzione.
A questo punto bisognerebbe aprire il discorso sull’obiettività del giornalista oppure sulla grande utopia del separare i fatti dalle opinioni, ma il discorso diventerebbe troppo lungo e si rischierebbe di ripetere cose già dette e meglio di me da Alberto Cavallari il quale sull’argomento scrisse un saggio prezioso<sup><sup>1</sup></sup>, tuttora valido. E così, quando sento parlare o leggo di “scontro di civiltà”, non mi torna in mente la Mesopotamia, bensì le giornate degli scioperi ai Cantieri Lenin di Danzica, di quell’agosto dell’Ottanta con gli operai inginocchiati che si facevano il segno della croce. In quei giorni e nei mesi che ne seguirono ci fu un lungo silenzio dei progressisti perché non trovavano una spiegazione a loro conveniente da diffondere su quel segno di croce. Sul versante opposto ci fu l’ assordante rullare di tamburi di guerra dei conservatori i quali, ogni giorno, prevedevano l’arrivo dei carri armati di Breznev, per alzare la tensione e mobilitare le piazze. Mi ricordo Jas Gawronski – a quel tempo era corrispondente della Rai a Mosca – che incalzato dallo studio si affannava a ripetere che non c’era sentore di carri armati in partenza dalla capitale sovietica. Lo ripeté con tanta insistenza che a un tratto il collega che lo intervistava avvertì i telespettatori che il collegamento s’era interrotto, rafforzando quel pathos che con la sua trasmissione si proponeva di diffondere.
Caro Amir, ti sto elencando i miei ricordi, forse ti annoio, ma per alcune circostanze, probabilmente di scarsa rilevanza se non per me, la rivoluzione iraniana mi ritorna in mente ogni qual volta mi trovo testimone diretto di fatti di rilevanza mondiale. Khomeini morì il tre di Giugno del 1989, ed ero in Cina. Era scoppiata la rivoluzione di piazza Tienammen. Cosa c’entra? C’entra perché ero arrivato una settimana prima in Cina –si svolgeva la visita di Gorbacev- e avevo potuto parlare con quei giovani cinesi che in sit in sulla piazza più grande del mondo chiedevano la libertà di espressione, di stampa, ma soprattutto il ripristino dei valori morali, cioè la pulizia nell’apparato amministrativo e lotta alla corruzione, nel più e nel meno quello che dieci anni prima avevano chiesto i tuoi connazionali. In quei giorni di giugno una rivoluzione veniva repressa nel sangue in Cina e in Iran moriva Khomeini, che al suo popolo aveva voluto offrire l’immagine di colui che si batte per il riscatto culturale della nazione di fronte alla “ violenza” delle altre culture. Cosa predicava Ruhollah – l’anima di Dio – Khomeini? Predicava: «Smettiamo di disprezzare la nostra antica civiltà, smettiamo di ispirarci ai libri che vengono dall’Ovest o dall’Est materialista. Noi dobbiamo ridare la fede al popolo, strapparlo all’idolatria di una cultura d’importazione. Dobbiamo cercare Allah, perché in Allah c’è tutto ». Credo che questi concetti rimbombino anche oggi nelle moschee e non soltanto in quelle persiane, e credo che soprattutto nelle moschee si misuri la forza dei persiani.
Oggi le contraddizioni sono molto più forti a causa della mondializzazione, dell’era globale nella quale viviamo che determina la tendenza a coagulare il rapporto fra universalismo e localismo. Il “mondialismo” che schiaccia le identità è un concetto che non ritroviamo soltanto nel mondo islamico, ma è ciò che è arrivato in questi ultimi dieci anni nella stessa India col radicalismo indù, oppure nell’Africa sub-sahariana provocando le guerre civili, anche l’Occidente ne esce contagiato. Oggi viviamo in modo schizofrenico due livelli di identità, un’identità di tipo “mondialista” che appartiene all’éra globale e un’identità che rivendica la sua specificità. E dunque da lì nasce il fondamentalismo. E’ difficile non dar ragione a Gilles Kepel quando afferma che gli odierni movimenti fondamentalisti sono: « per eccellenza figli del nostro tempo: creature non desiderate, bastardi dell’informatica e della disoccupazione o dell’esplosione demografica e dell’alfabetizzazione; le loro grida e i loro lamenti incitano a ricercarne le origini, a rintracciarne la genealogia inconfessata in questo fine secolo. Come il movimento operaio di ieri, così i movimenti religiosi odierni hanno la particolare capacità di indicare le disfunzioni della società, che classificano secondo le proprie categorie interpretative».
Naturalmente, a differenza di quanto accadeva ai lavoratori di una volta, i poveri di oggi sono innanzitutto coloro che stanno in una vana fila d’attesa davanti all’ingresso della grande festa consumista. E’ l’uomo che vive nel continuo e logorante sospetto di non essere all’altezza dei mutevoli (in meglio) standard di vita e delle loro pretese. Cosicché il fondamentalismo diventa, accogliendo tra le sue fila gli esclusi, l’unico rimedio radicale contro il flagello della società consumista basata sul libero mercato, il modello esportato dall’America di Bush. In un mondo dove tutti i modi di vivere sono consentiti ma nessuno è sicuro, il fondamentalismo dice a chi vuole ascoltarlo che cosa fare, anche se il prezzo da pagare è la limitazione delle libertà democratiche. Certamente nei periodi di crisi, il fondamentalismo è il segmento che urta contro la storia e che provoca il terrorismo, la guerra preventiva. Ragion per cui la tentazione di desumere il futuro dal presente e dal passato è diventata ancora più grande. Lo sforzo è di capire se ci attende un’Apocalisse o un futuro di pacifica coesistenza, al di là di stabilire chi siano i vinti e i vincitori. Si tratta certo di una visione suggestiva, che non va respinta, dato che a volte certe previsioni poi finiscono con l’avverarsi e succede ancor più in fretta quando lo scontro è su un’area dove sono concentrate le maggiori riserve mondiali di petrolio e di gas naturale finora stimate. Ma noi ci fermeremo all’inventario limitato dei danni provocati quando con la forza si vogliono imporre modelli senza rispettare la cultura dell’Altro.
Così, nel breve volgere del millennio, torniamo a scrutare la scala dei valori democratici, fra cui il primato della coscienza, il pluralismo, l’etica della responsabilità, per vedere se sono stati compiuti passi in avanti o all’indietro mentre si scontrano gli interessi particolari degli individui, delle lobby, mentre esplode l’ambizione imperiale di prevaricare con la propria ideologia sulle culture delle nazioni, sulle singole anime che le compongono. Qual è il futuro comune della coesistenza? Prevarrà la cultura del rispetto dei diritti umani, o dell’human security con la quale si limiteranno gli spazi democratici e si privilegeranno le leggi che s’ispirano al Patriot Act che ben conosciamo? Prevarranno le libertà civili o le leggi di sicurezza, gli imperativi dei sacri testi? Non mi sembrano delle domande retoriche. Perché lo squilibro geopolitico che s’è creato con la guerra in Irag, la minaccia di invasione dell’Iran, l’oltraggio della pubblicazione delle vignette su Maometto, hanno riaperto la discussione storica sul senso della vita che si è estesa a livello planetario coinvolgendo la politica, le ideologie. Quali sono le risposte del cristiano?
Questo desiderio ansioso di interrogarsi, ha avviato una ricerca profonda sui valori che accomunano gli uomini, sui criteri che li regolano, sul senso stesso dell’esistenza con una velocità che non ha precedenti, poiché in ogni crisi gli aspetti tradizionali e i nuovi aspetti si uniscono in una miscela il più delle volte lacerante. Da più di un ventennio il mutamento “strutturale” dei sistemi economico-produttivi ci ha mostrato i suoi effetti sulla natura e sulla regolazione del lavoro così come nei rapporti sociali. Il capitalismo-postfordista poggia su nuovo modo di intendere il rapporto di lavoro e il lavoro stesso: “flexible capitalism”. Così negli Stati Uniti, verso la fine degli anni Novanta, era chiamato – per sintetizzarne le caratteristiche – il nuovo regime di accumulazione basato proprio sulla flessibilizzazione del rapporto di lavoro. Flessibilità che sta per precarietà in un mondo postindustriale dove da tempo non si parla più – secondo il sociologo U. Beck – di divisione del lavoro, ma di divisione della disoccupazione il che significa, come sostiene Beck, che la società del lavoro diventa sempre più precaria e che parti sempre più grandi delle popolazioni hanno «pseudoposti di lavoro» sempre più insicuri. Ciò provoca nei lavoratori comuni un senso di fallimento per l’incapacità di rispondere adeguatamente alle nuove sfide, mina alle radici la percezione di continuità dell’esistenza e della tradizione, scollega definitivamente il già mal conciliato tempo di lavoro e tempo di vita creando così le condizioni di un conflitto tra “personalità” e “esperienza”.
Il sociologo americano R.Sennet rileva nel lavoratore precario una progressiva corrosione del carattere, le cui caratteristiche di stabilità, di durata e permanenza sono in contrasto con la dinamicità, la frammentarietà e la mutevolezza del capitalismo flessibile. Stando così le cose il liberismo conservatore americano , come dimostra Sennet, è caduto in una profonda contraddizione: lo stesso libero mercato che esso propugna ha ottenuto, infatti, di minare profondamente il carattere morale individuale, la cui esaltazione è un elemento imprescindibile del pensiero conservatore e liberista. Siccome la democrazia è nata in Europa e negli Usa come “democrazia del lavoro”, nel senso che essa si fonda sul lavoro salariato, se questo viene meno si rompe l’alleanza storica tra il capitalismo, stato sociale e democrazia e viene meno anche un certo modo di percepire il mondo così come fino all’altro ieri eravamo abituati. E’ già nata per esempio una nuove sensibilità nell’interpretazione della miseria umana e in questa interpretazione il fondamentalismo religioso gioca un ruolo determinante, perché possiede la straordinaria capacità di mettere a nudo le disfunzioni della società.
E quindi non c’è da stupirsi se i musulmani e i cristiani convergono sul fatto che la “qualità” della vita non debba divenire il surrogato del “significato” della vita. Certamente il gemellarli è una sfida suggestiva, l’importante è sapere come riuscirci senza rinchiudersi nelle bende del dogma, senza limitare le libertà civili. Naturalmente non con lo spirito di crociata di chi come Bush e la sua squadra di strateghi vogliono imporre nel mondo il loro modello di democrazia e di libero mercato. L’impero del Bene, cioè l’America neo-con, contro l’impero del Male, cioè il terrorismo islamico, gli Stati-canaglia.
Infatti, Da quando i carri armati americani hanno cominciato a muoversi (1991) intorno al Golfo Persico hanno soltanto dimostrato quanto fosse veloce la creazione di frontiere legate al risveglio religioso mentre si delineava la “comunità” islamica e l’Unione Sovietica cadeva. Tutto si è mosso in sintonia coinvolgendo le diverse anime dell’Islam nel quale, non esistendo la struttura di Chiesa, sono sempre gli esseri umani che debbono, in un certo senso, interpretare, leggere il testo a seconda del momento storico nel quale vivono; sono gli uomini che danno origine allo sviluppo delle tematiche fondamentaliste o neo-fondamentaliste o del tradizionalismo. Non mi hai detto Amir, che il confronto politico in Iran ruota sul God’s rule, or man’s? Siete al centro della crisi mondiale e vi interrogate se il politico deve essere subalterno al primato religioso, oppure non deve esserlo. Se il governo lo sceglie Dio oppure il popolo. Bella domanda dopo vent’anni e passa di Rivoluzione islamica!
Capisco anche la frustrazione dei progressisti, dei riformatori che lottano, spesso subendo e rischiando il carcere, perché la cultura islamica non rimanga ostinatamente ancorata alla più ferrea ortodossia. La presenza americana nella regione non li avvantaggia, anzi.
Tu Amir, mi puoi ribattere che la questione delle libertà si è posta nell’Islam già nel 1200 a partire da una scuola filosofica, ma se noi cerchiamo di fare un paragone con la scuola e con l’evoluzione del pensiero filosofico occidentale, le strade si divaricano. Dal Rinascimento fino alla Rivoluzione Francese c’è un succedersi in Occidente di studiosi, di teologi, di filosofi che portano avanti l’idea di una libertà individuale, di un’autonomia dell’essere umano, il cui paradigma si fonda proprio sull’esistenza del presupposto della libertà. Trecento anni di evoluzione, di cambiamenti, ma anche di guerre di religione. Ebbene, nel mondo musulmano c’è una specie di lunga notte, di buio dal Cinquecento fino ai primi anni del Novecento. Nei suoi primi secoli di vita l’atteggiamento dell’Islam verso il progresso era positivo, tant’è che era culturalmente più avanzato rispetto all’Occidente considerato la “terra del tramonto”. Poi tutto s’è bloccato, i paesi islamici non sono andati oltre il capitalismo mercantile, non hanno conosciuto quello industriale, hanno cominciato a dipendere prima dalle potenze coloniali, poi dal progresso scientifico-tecnologico dell’Occidente. Il mondo musulmano non riesce più ad avere una distanza critica fra la rivelazione e la produzione di un ambito filosofico in grado di definire la libertà stessa. Un lungo silenzio che ha impedito l’evolversi e il crearsi di un’autonomia della libertà e di un nuovo individualismo. Quando nel Novecento l’Islam è costretto a un brusco risveglio riversa i suoi umori più acidi, quelli del radicalismo che invoca la lotta contro l’ “Occidente infedele” per conquistare ai musulmani lo spazio di una nuova libertà. Ma quale? Eppure, oggi, potrebbero trarre una lezione, sia positiva che negativa, dal processo di modernizzazione occidentale, evitando così contemporaneamente gli errori commessi in Occidente, scegliendo quelle realtà dove il dialogo tra gli universi culturali è, come usa dire, di casa. Non per scatenare le jihad, ma per approfondire il dialogo sui valori etico-politici che hanno permesso oggettivamente la costruzione delle società pluraliste e l’Europa ne è un esempio, seppure non smagliante.
Le condizioni, per molti versi – guerre preventive a parte – sarebbero favorevoli, perché il crollo del Muro di Berlino e con esso quello delle ideologie, ha prodotto una frammentazione senza precedenti tra imperi-Stato, nazioni Stato, nazionalità che meglio spiega l’Atlante del XXI secolo formato da centinaia di frammenti alla deriva sospettosi nei confronti dell’America perché: « è un grosso cane amichevole in una stanza troppo piccola. Ogni volta che scodinzola, fa cadere una sedia», come diceva Arnold Toynbee. Egli credeva che per le civiltà valga un meccanismo di “sfida e di risposta”: una civiltà nasce – sosteneva – quando un gruppo umano è in grado di rispondere ad una sfida che gli viene posta dall’ambiente naturale o sociale e muore quando la civiltà non riesce più a rispondere vittoriosamente alle sfide che incontra. Toynbee riteneva possibile l’incontro e lo scontro, l’intrecciarsi di una pluralità di civiltà. Egli era per molti versi un ottimista. Dopotutto, siccome le culture e le aree culturali non sono dei monoliti come sostiene Huntington nel suo “Lo scontro di civiltà e il nuovo ordine mondiale”, occorre cogliere le culture nel loro dinamismo interno, sia storico, sia attuale, non ultima la minaccia della disoccupazione globale che ogni civiltà accompagna. Sostenere l’idea di Universo culturale vuole dire anche favorire il dialogo, la conoscenza, in modo che i diritti fondamentali dell’uomo non appaiano più come “prodotti occidentali”, ma radicati nell’orizzonte culturale e spirituale proprio dell’universo culturale. Non ci sarà futuro per una coesistenza pacifica fondata sul rispetto reciproco delle libertà, senza una convergenza sul rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo affermati nella dichiarazione universale del 1948 delle Nazioni Unite.
Accade che nei paesi musulmani il dibattito è appena iniziato e nell’attesa che esso si concluda vige la sharī̉ a. La quale non prevede il diritto di libertà di coscienza dei cittadini e ha un’influenza determinante sul concetto di cittadinanza, di Stato e di società. Eppure sono i valori etico-politici che hanno permesso la costruzione di società pluraliste in cui le diverse espressioni culturali possono esprimersi liberamente in un clima di rispetto garantito giuridicamente. Questo implica però l’accettazione da parte di tutte le culture di quel quadro di valori fondamentali e cioè i diritti dell’uomo, i principi di democrazia, la distinzione tra Stato, confessioni religiose e società che sono elementi ineludibili e non sono negoziabili.
Il dialogo con l’Europa che, tu Amir auspichi, non può avvenire trascurando queste premesse. Un Islam calato nei nuovi tempi è la condizione indispensabile per ogni dialogo reale. Questo è il nodo della questione, del rapporto fra tradizione e modernità nell’Islam. La mondializzazione non è un prodotto occidentale. Non sono state le missioni cristiane ad avere indebolito l’Islam, come amate ripetere voi musulmani, bensì quel processo di modernizzazione che è dilagato in tutto il mondo e che non può essere arrestato neppure nei paesi islamici. Se sono entrati in crisi il modello marxista materialistico e quello conservatore liberista compito dei cristiani e dei musulmani non è di approfittarne per instaurare nuovamente il dominio clericale sul mondo laico. Compito della religione è di supportare il popolo e richiamarlo ai valori della pacifica democratica convivenza. Arroccarsi sulla missione salvifica dove “Dio non è neutrale”, come ama ripetere spesso il presidente Bush rassicurando il suo popolo che “Dio è con noi”, significa il venir meno delle libertà democratiche. C’è ancora voglia di far sopravvivere la speranza di un’etica globale condivisa da credenti e non credenti? E’ la sfida che l’Iran, per tutte le ragioni storiche, culturali, religiose che abbiamo in queste pagine elencato, dovrebbe raccogliere. Ne ha la possibilità: non è forse lo sciismo la reazione polemica, cosciente all’ortodossia musulmana?
Dopotutto anche noi europei abbiamo bisogno di ricompattarci per non soggiacere all’ideologia della superpotenza imperiale. La tragica crisi esplosa con le vignette danesi su Maometto conferma quanto diverse siano in Europa le percezioni della galassia islamica. L’ esaltazione della qualità della vita ha prodotto l’atomizzazione degli interessi, delle culture, l’allontanamento nei fatti di ogni etica, ha stemperato il desiderio di aggregazione: i movimenti che manifestavano per la pace dove sono finiti? Molto, anzi moltissimo, vi contribuisce lo stordimento multimediale che traduce tutto in tragedia del mero presente del nudo accadimento senza offrire un minimo spunto di approfondimento che non sia strumentalizzato, distorto dai pochi gruppi di interesse.
Insomma, come diceva nel 1956 Edward R. Murrow: « Al momento attuale siamo tutti grassi, benestanti, compiaciuti e compiacenti. C’è un’allergia insita in noi alle notizie spiacevoli e disturbanti, e i nostri mass media riflettono questa tendenza ». Murrow non poteva ancora prevedere che la trasformazione della comunicazione in intrattenimento sarebbe stata un’arma di dominio più potente di ogni altra perché sarebbe stata usata per impedire che si creassero milioni di persone informate. Se poi si tiene a mente l’avvertimento di N.Postman secondo il quale:« La televisione è un mezzo individualizzante. La si esperimenta, e si reagisce ad essa, in un isolamento dagli altri, che è tanto psicologico quanto fisico», meglio si capisce come essa possa incidere anche sulle consuetudini più radicate. La tolleranza – per esempio – che ora viene ritenuta una debolezza nell’incontro con l’Altro, poiché si può tollerare soltanto ciò che “non” si reputa vero, perché:« Nessuno può acconsentire a che il differente da sé sconvolga quella verità su cui si fondava». Dimenticando che , come insegna Pico della Mirandola, la tolleranza è interconnessa all’amore. E’ l’unico atteggiamento che può garantire nel confronto con l’Altro quell’armonia che il mistico Mollā-Shāh raffigurava con un’immagine tenera: «Tu eri me e io non lo sapevo».
Ecco perché la cultura islamica invece di chiudersi a riccio lasciando spazio ai fondamentalisti, dovrebbe calarsi nei nuovi tempi, con la democrazia intesa non come procedura, ma come cultura: una cultura fatta di libertà individuale e di libera intersezione tra politica e religione. Insomma dovrebbe dar il via a un “Islam des Lumières”, un Islam illuminato che peraltro Averroé aveva previsto. Naturalmente non è questa la sede per disquisire sul come che impegna i teologi e i filosofi. Ma un Iran des Lumières, questa sì sarebbe degli ayatollah la vera atomica.
Vincenzo Maddaloni
1 A. Cavallari, “ La fabbrica del presente”. Saggi/Feltrinelli. Milano 1990
2 G.Kepel, “La rivincita di Dio”. Rizzoli, Milano 1991.
3 U.Beck, “ Che cos’è la Globalizzazione”. Editore Carocci, Milano 2000.
4 R.Sennet, “The Corrosion of Character: the Personal Consequences of Work in the New Capitalism”. Norton, New York 1998.
5 G.Kepel ibd.
6 Dal film “”Good night. And, good luck” che racconta la storia del giornalista televisivo Edward R. Murrow sulla storia vera del giornalista Edward R. Murrow che, nel 1953 denunciò i pericoli della televisione.
7 N.Postman, “ Ecologia dei Media”. Armando Editore, Roma 1995.
8 A. Rosmini “Frammenti di una storia dell’empietà”. Pogliani, Milano 1834
9 Aa.Vv. Giovanni Pico della Mirandola. Convegno Internazionale di Studi nel Cinquecentesimo Anniversario della Morte (1494-1994), a cura di G. C. Garfagnini. Olschki, Firenze 1997.
10 Chebel “ Manifeste pour un Islam des Lumières. 27 propositions por réformer L’Islam”, Paris 2004.
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