Camosci e girachiavi, storia del carcere in Italia

«Ancora oggi abbiamo carceri del tutto inadeguate sul piano igienico e funzionale: sono appunto gli ex-conventi, le fortezze, ecc. C’è tuttavia un problema non meno rilevante per quanto riguarda le carceri “nuove”, ossia quelle costruite a partire dagli anni Settanta: sono edifici costruiti in base ad una logica tutta improntata alla sicurezza, inumani nel loro grigiore, nei loro cortili dell’ “aria” di cemento armato. Ho incontrato tanti detenuti in questi anni e nessuno di loro mi ha mai detto di preferire le carceri “nuove” a quelle “vecchie”».


A parlare così è Christian G. De Vito, per lungo tempo volontario nelle careri di Firenze e Prato, oggi autore del libro  “Camosci e girachiavi – Storia del carcere in Italia” (ed. Laterza, 13 euro).

Per De Vito c’è anche un altro livello del problema carceri in Italia e cioè quello «relativo ai numeri – ci spiega –  la capienza complessiva delle carceri è oggi di 46.000 detenuti, mentre i detenuti sono ormai oltre 62.000.

Dunque, cosa si fa? La risposta più ovvia sembrerebbe essere quella della necessità di costruire nuove carceri, magari secondo criteri migliori che in passato.

Ma le carceri non sono abitazioni, scuole, strutture di servizi sociali, per i quali vale un ragionamento meccanico del tipo: ce ne sono poche, costruiamone di nuove. La scelta di costruire un carcere non è neutrale, dipende dalle scelte politiche di fondo e comporta gravi conseguenze per la politica penitenziaria, tra l’altro vincolando ingenti risorse alle strutture penitenziarie e distraendole ad esempio dal settore delle misure alternative.

La decisione del governo Berlusconi di costruire nuove carceri è coerente con un’impostazione fondata sulla repressione e sulla negazione dei diritti di cittadinanza per interi gruppi sociali. Del resto, se introdurranno il reato di immigrazione clandestina [SCRIVO IL 10 MAGGIO, PRIMA DELL’APPROVAZIONE DEL PROVVEDIMENTO NDR], potenzialmente dovranno costruire un carcere in ogni quartiere e forse neppure gli basterà.

E’ questo che vogliamo? Io credo – e non sono il solo naturalmente – che sia necessario aprire una grande discussione sulle politiche sociali, sulle politiche della “sicurezza” e sulla politica carceraria. Se si invertisse la direzione delle politiche sull’immigrazione e sulle tossicodipendenze – nel senso di un maggiore impegno sociale e di una minore impronta repressiva – senza dubbio le presenze in carcere scenderebbero con la stessa rapidità con cui sono aumentate nel corso dei due ultimi decenni. Dunque, non avremmo più alcun bisogno di costruire nuove carceri.

Con più coraggio, anzi, il ragionamento politico potrebbe essere rovesciato: si potrebbe cioè affermare la volontà politica di non costruire nuove carceri e si dovrebbe allora mettere in campo quella strategia politica alternativa alla quale ho accennato in una precedente risposta. A quel punto, anche il problema dell’edilizia penitenziaria si porrebbe in un modo completamente diverso. Ad esempio, si porrebbe la necessità di costruire case di semilibertà, che attualmente sono quasi tutte ospitate in sezioni dentro le carceri stesse; si dovrebbero sviluppare le strutture di accoglienza per le persone in misure alternative, che ad oggi sono del tutto insufficienti e per di più gestite in termini paternalistici e di controllo.

Mi rendo conto che tutto ciò sembra irrealistico rispetto alle tendenze politiche attuali. Ma è da questa capacità di non agire solo in senso difensivo che dipende, credo, la possibilità di tornare ad affrontare i problemi sociali in termini non repressivi e non carcerari. Inoltre, non si tratta di una prospettiva così irrealizzabile: è una strategia che in gran parte ricalca il percorso attraversato dall’assistenza psichiatrica, con la chiusura degli ospedali psichiatrici e la strutturazione di servizi di salute mentale sul territorio. Diventa possibile se c’è la volontà politica di portarla avanti»

Eppure c’è chi dice che in carcere si sta bene, che “stanno come in albergo” . E’ veramente così?

«Assolutamente no. I cittadini e le cittadine, e anche tantissimi uomini e donne politici, dovrebbero vedere le carceri prima di fare affermazioni del genere. Dovrebbero vedere le celle con i letti a castello a quattro piani, dove si mangia seduti sui letti perchè perfino gli sgabelli di legno sono spesso insufficienti rispetto al numero dei detenuti presenti. Dovrebbe vedere anche questi famosi televisori nelle celle, che così spesso vengono dipinti come il simbolo stesso del “carcere albergo” e che invece nella realtà del carcere sono una trappola infernale, perché avere come unica attività per ore e ore e per molti mesi quella di stare davanti a un televisore è un supplemento di condanna, non certo un lusso.

No, le carceri non sono degli alberghi. Sono istituzioni dove mancano le cose anche più semplici, dove ogni detenuto vede negati anche diritti fondamentali come quello alla salute. Sono anche luoghi di violenze, sia nella forma dei continui arbitri e ricatti, sia in quella delle vere e proprie violenze fisiche, molto meno rare di quanto si pensi»

Nella situazione che lei descrive il carcere, si può ancora parlare di struttura rieducativa per chi ha commesso reati?

«La logica della rieducazione è vecchia come il carcere stesso. L’idea della punizione si è sempre accompagnata con quella di riempire il tempo trascorso in carcere di attività che modificassero la personalità e lo stile di vita dei detenuti. E’ da questo che derivano già nell’Ottocento i principi dell’individualizzazione del trattamento e della specializzazione delle carceri; questo è il senso anche della pena “rieducativa” definita nell’art.27 comma 3 della Costituzione italiana.

Tali principi a seconda dei casi sono stati tradotti in termini strettamente clinici (dalla scuola della “difesa sociale” negli anni Cinquanta e Sessanta) o in termini morali-religiosi (come “redenzione” del condannato). Dalla metà degli anni Settanta, la riforma del 1975 e poi la legge Gozzini del 1986 hanno dato un’interpretazione più legata all’idea del reinserimento sociale, ma ciò si è anche coniugato con meccanismi premiali all’interno del carcere: in sostanza, la massa dei detenuti è stata divisa in tanti settori o “circuiti” (massima sicurezza, media sicurezza, custodie attenuate, sezioni per tossicodipendenti, reparti di osservazione psichiatrica), mentre ogni detenuto è stato spinto a mantenere comportamenti conformi alle regole penitenziarie, per evitare di perdere la possibilità di ottenere vari “benefici”, come il lavoro interno e poi esterno, la semilibertà, l’affidamento in prova al servizio sociale. Ciò che era stato concepito come uno strumento di decongestionamento del carcere è tuttavia diventato sempre più uno strumento di controllo di una popolazione carceraria in costante aumento; parallelamente, le misure alternative hanno perso ogni loro “alter natività” rispetto alla detenzione, divenendo complementari all’aumento della popolazione carceraria.

Nel frattempo, è mutata radicalmente la composizione della popolazione detenuta. Le riforme degli anni Settanta e Ottanta erano rivolte a un detenuto-tipo di nazionalità italiana, con la possibilità di reinserirsi a livello abitativo e lavorativo in un tessuto sociale preesistente. Fino a un certo punto questa configurazione si è potuta adattare alla realtà dei detenuti tossicodipendenti, per i quali tuttavia vi erano delle esigenze anche sanitarie alle quali lo sviluppo delle comunità, dei ser.t. e delle sezioni a custodia attenuata ha risposto in maniera sempre solo parziale. Oggi la realtà è ulteriormente mutata: se si pensa che nelle maggiori carceri ormai gli immigrati sono oltre il 50% dei detenuti, si può capire quanto questo modello di intervento sia superato, o quantomeno marginale, rispetto a un carcere che svolge una funzione puramente contenitiva e repressiva.

Analizzando le cose in questi termini secondo me si può capire la crisi permanente nella quale si dibattono sempre più tutte le attività trattamentali e i progetti ad esse ispirate: sono strutturalmente condannati ad una marginalità sia numerica che simbolica, ad inseguire inutilmente una vera e propria alluvione di detenuti e di disuguaglianza sociale. Sono processi che provengono dall’esterno del carcere e che hanno molto a che fare con le trasformazioni del mercato del lavoro e con il progressivo smantellamento anche di quel poco di welfare che era stato edificato a partire dagli anni Settanta. A questo va aggiunto un altro elemento: alla prospettiva del “reinserimento” dei detenuti, in Italia, le autorità politiche non hanno mai veramente creduto. Lo dimostra il fatto che le risorse per queste attività sono da sempre incomparabilmente inferiori rispetto a quelle riferite alla funzione custodiale del carcere. Si può trovare prova di questo in ogni carcere, basta comparare il numero degli agenti di polizia penitenziaria a quello degli educatori: nel carcere di Firenze, per esempio, dove ci sono in questo momento 940 detenuti a fronte di una capienza di 470 posti, ci sono 420 agenti e 5 educatori»

A questo punto la domanda sorge spontanea: ma che tipo di progettualità esiste secondo lei al Ministero di Grazia e Giustizia per ciò che riguarda carceri e detenzione?

«Attualmente la progettualità sembra essere quella di uno Stato di polizia: incremento della repressione rivolta agli strati sociali subalterni; forte accento sulla retorica populista e securitaria; attenzione massima ad evitare ogni forma di repressione sui colletti bianchi e il ceto politico, parallela ad una legiferazione che amplia ogni giorno le possibilità di illeciti da parte di queste categorie (basti pensare ai condoni e al “piano casa”). Se davvero costruiranno altre carceri le riempiranno molto rapidamente, ma più probabilmente si limiteranno a riempire ancor più le celle esistenti, perchè di quelle persone che sono lì dentro, e di quelle che stanno fuori provenienti dagli stessi gruppi sociali, davvero le autorità governative non sembrano minimamente interessarsi»

Intervista a cura di Davide Pelanda

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