Suicidium mentis

Nell’omelia del 5 agosto papa Ratzinger ha sottolineato come l’attuale società moderna sia vittima della “dittatura del relativismo” e come, al tempo della Rivoluzione Francese, fosse parimenti succube di quella razionalista. Entrambe queste “dittature” sono, secondo lui, inadeguate e pericolose (di Ludovico Polastri).

Il razionalismo perché è volto a fare in modo che l’essere umano si fidi esclusivamente della sua ragione, che lo conduce alla ricerca costante della verità esclusivamente tramite la scienza, e il relativismo in quanto, sempre attraverso la ragione, rende l’uomo instabile nei suoi pensieri al punto da poter affermare che nulla è sicuro e certo.

Dunque un attacco del papa alla ragione umana, che, sempre secondo lui, male è usata dall’uomo che, come tiene a precisare, è “mendicante di significato e compimento, alla ricerca continua di risposte esaustive alle domande di fondo che non cessa di porsi”.

E’ evidente che in quest’ultima affermazione la chiesa vuol porsi come unica interlocutrice e referente della mente umana, in quanto deficitaria di autonomia critica.

Mi chiedo tuttavia quale possa essere l’alternativa che l’uomo ha per dibattersi nella sua esistenza se non l’utilizzo della propria intelligenza, unico mezzo che ha per rendersi libero da dogmi e credenze che lo renderebbero inevitabilmente schiavo e servo delle ideologie religiose. Non deve stupire questo attacco del papa anche alla Rivoluzione Francese in quanto da allora fino al Concilio Vaticano II la chiesa cattolica non ha più retto il confronto con il mondo moderno e la sua evoluzione.

La decadenza dell’ideologia religioso-dogmatica, tanto cara al cattolicesimo integrale, è stata accelerata proprio grazie a questi eventi socio-culturali e, se è vero che l’uomo si è trovato a confrontarsi con problemi enormi, è altrettanto vero che il suo benessere l’ha costruito da quando ha iniziato ad usare la propria intelligenza, senza essere succube di balzane interpretazioni fatte dalla gerarchia ecclesiastica, la quale, ed è esempio di questi giorni riguardo la pillola RU486 più di dire dei no, torturare e bruciare in piazza fino al tardo 800 chi non la pensava come lei, non è mai riuscita a proporre. Esempi questi che si possono riscontrare anche nell’islamismo, soprattutto in quello integralista, che proprio perché non è si mai confrontato con eventi storici similari, risulta essere religione ancora più retrograda e intollerante di quella cristiana.

L’alternativa alla logica che ci ha da sempre propinato la dottrina cattolica e che vorrebbe restaurare è quella del cosiddetto “suicidium mentis”, atto di fede incondizionato che richiede l’annullamento della capacità critica del cervello in nome di credenze teologiche. Pertanto si può affermare che la fede cristiana consiste in una certezza piena posseduta interiormente a prescindere dalla ragione, “distruggerò l’intelligenza degli intelligenti…rigetterò la sapienza dei sapienti” (Isaia 29), testo citato anche da san Paolo scrivendo a quelli di Corinto (I Cor. 1,19). La fede quindi comporta la “eliminazione della ragione”, “il decadimento del pensiero” (Heidegger), “sacrificium intellecti”, come si esprimono i teologi, salto nel buio, “credo quia absurdum” (Tertulliano). Nel credere sono vere anche le assurdità, perché la fede non rientra nel mondo del pensiero. E’ stato detto anche: fede come “suicidio” della ragione, della mente che è il bene primario e tutto il senso dell’uomo, unico privilegio che può essere da lui rivendicato ( E. Severino).

Va però precisato che possedere certezze interiori non vuol dire possedere verità incontrovertibili. Certezza non significa verità. Si può essere certi, credere fermamente a delle stupidità, né queste diventano fatti oggettivi solo perché credute fermamente. Sondaggi hanno accertato che la quasi totalità dei credenti, in realtà, crede a cose senza senso: credente o meglio credulone, vittima di illusioni. Agostino, Pascal paragonarono la condizione interiore del credere all’atteggiamento del fanciullo che ha fiducia, trova sicurezza nella madre che certamente non lo abbandonerà mai. I processi religiosi, come ha dimostrato Freud, sembrano per lo più obbedire alla logica dei processi primari esperimentati nell’infanzia.

Anche il “credo nel Dio padre” del simbolo apostolico elaborato a Nicea nel 325 d.C. sembra mobilitare stati arcaici dello psichismo infantile. Il bisogno di sicurezza, certezze, vissute nel saldo credere dell’adulto sembrano fondate sulla esperienza infantile che perpetua un equivoco. Di fronte a tale prospettiva meglio essere razionalisti e relativisti, quanto meno per salvaguardare il nostro intelletto.

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