Esistenza ed immortalità

di Ludovico Polastri Non è un caso se la certezza dell’esistenza dell’immortalità la troviamo inserita nel libro della Sapienza, libro attribuito a Salomone ma molto probabilmente opera di un ebreo alessandrino vissuto attorno al 100 a.C. In questo libro, fusione di concezioni greche ed ebraiche, la Sapienza è il presupposto ed il tessuto dell’immortalità, cosicché “il Signore regnerà su di essi per sempre” (cap. VIII,3-4). Nel libro VIII è detto addirittura “ l’immortalità si trova nell’intima unione con la sapienza”. L’evangelista Giovanni ci dice che “ ora la vita eterna consiste nel conoscere Te”, ossia consiste nel raggiungere la conoscenza totale. I testi alchemici ci parlano di un avvento della “Sapientia Dei”, mentre le antichissime leggende di Atlantide, il mitico continente ricordato da Platone, ci narrano di una “razza saggia” che non moriva mai. Gli esempi potrebbero continuare e sarebbero innumerevoli. Cosa ci vogliono dire, dunque, tutti questi indizi disseminati nella storia dell’umanità e che si perdono nella notte dei tempi? Ebbene sembrano portarci ad affermare che solo quando la coscienza incomincia a sentire l’esperienza vasta, completa, unitaria che non muta nei riguardi della fluttuante abituale coscienza dell’io individuale, allora noi stiamo veramente preparandoci a superare definitivamente la morte. L’immortalità si realizza, pertanto, attraverso un reale e concreto processo la cui meta è raggiunta a prezzo di una radicale trasformazione. Va anche detto che questo processo non implica necessariamente la morte, al contrario. Il “salire al cielo” è una chiara indicazione che l’immortalità si ottiene mediante un mutamento della nostra realtà, tanto radicale quanto differente è il “cielo” in relazione alla “terra”. Gli alchimisti parlavano di trasformazione dal “denso” al “sottile”. Ciò che muore in questa radicale trasformazione è la personalità più banale, l’immagine di noi che si ferma ad un nome, un cognome, ad un dato anagrafico, nato a.., il…, che vive a…che sono tutti elementi relativi, moduli convenzionali, che non dicono nulla per ciò che riguarda il fondamentale destino di un essere umano. Quando, pertanto, si può dire che tale trasformazione è avvenuta ed è sopraggiunta l’immortalità? Quando fin d’ora e da vivi, senza ricorrere ad immagini, si ha la coscienza dell’immortalità. Quando questa viene sperimentata ed appresa senza certezze, senza garanzie esteriori; così come si è certi dell’esistenza mediante la coscienza dell’esistere, così come si è certi dei suoni mediante la coscienza delle vibrazioni sonore e delle cose mediante la coscienza del colore. Tuttavia cose, suoni, colori, sono un limite alla coscienza dell’immoralità che è una esperienza priva di cose, parole, immagini, idee. Nessuna idea. Quando giunge l’esperienza dell’immortalità le idee si dissolvono. E’ scientificamente provato che l’anima, che attinge nel nostro inconscio, filtra, deforma e falsifica tutta la realtà. Noi viviamo di immagini il cui valore è sempre relativo e pertanto criticabile. La trasformazione radicale quindi implica soprattutto una componente conoscitiva fondata su nuove attitudini mentali, sulla rivoluzione degli schemi conoscitivi, cosicché questi vengono trasformati ed aperti a livelli diversi e resi in tal modo adatti a percepire tutta la realtà e non una sola parte di essa. L’immortalità non implica il soddisfacimento dell’aspirazione egocentrica dell’uomo alla felicità ma è appunto una situazione del tutto diversa, di natura conoscitiva, che può peraltro implicare anche la felicità ad una certa fase del processo. Se non avviene la trasformazione totale in chiave conoscitiva non si potrà parlare di immortalità, cosicché si può affermare che non tutti gli uomini la raggiungeranno. Mitologicamente la vicenda di Gilgamesh si conclude nel senso che egli non riesce né a possedere l’erba della vita né ad offrirla all’uomo. Nell’ebraismo rabbinico, nello Scheol, il fuoco matura purificando le anime degli ebrei mentre distrugge definitivamente tutte le altre. In questo senso era anche l’insegnamento della setta degli Esseni, alla quale sembra ormai assodato appartenesse anche Gesù. Infatti Gesù stesso riteneva che l’immortalità non fosse riservata a tutti se egli stesso esorta a temere coloro che possono “distruggere l’anima” ed il corpo nella Geenna (Matt. X,28). Valentino, che fu uno dei più grandi dottori della gnosi del primo cristianesimo, afferma che l’immortalità si conquista ed è guadagnata come Gesù “conquistò” la sua divinità. Per quell’ anima anemica, non fissa, distratta, non ampia e rinsecchita per la quale i limiti “densi” del corpo fisico sono anche troppo ampi, secondo le mitologie e molte religioni, non ci saràsopravvivenza al disfacimento del corpo. L’immortalità giunge al momento giusto solo per chi è maturo. Dunque se così fosse, il terreno dal quale scaturisce il senso dell’immortalità è il senso originario dell’esistere. Il senso dell’esistenza consiste nell’afferrare la realtà sorprendendola alle sue origini attraverso la nostra individuale intimità. La più grande meraviglia dell’uomo è quella di sentirsi vivo. Noi proviamo stupore nel sentirci parte dell’incarnazione cosmica, nel sentire, parafrasando un concetto buddista, il sangue come parte del mare ed il vedere come una parte del sole. Il senso dell’esistere dopo Kierkegaard, Heinemann, Jaspers, non deve essere più descritto o spiegato ulteriormente ma deve essere solo ricercato continuamente in ogni istante. Il senso dell’esistere, già esperienza di immortalità nel mondo dei mortali, deve essere sentito nella sua essenza affinché abbia a rivelarci i valori delle religioni, delle scienze, della morte, di noi stessi, della storia, per distruggere alla fine tutte queste parole, tutte queste indagini necessarie, tutte queste idee che paralizzano, così da poter sfumare il nostro senso dell’esistere in un Tutto che ci riassume. L’esperienza esistenziale della totalità è rara ed è in perenne lotta con il nostro piccolo mondo quotidiano, con le nostre miserie umane, frammentate e per questo necessariamente dolorose. Il prendere coscienza della realtà esistenziale è un fatto diverso dal pensare, anzi, come dice Schelling, “il pensare viene dopo questo fatto”. Il pensare è in definitiva un mio prodotto e dunque viene sempre dopo ogni fatto. Il senso dell’esistere vero e fondamentale è quindi raggiungibile in modo diverso dal pensiero che è un prodotto di “seconda mano”. Jaspers ci ricorda infatti che “il peso della realtà deve divenire sensibile attraverso il naufragio del pensiero”. Cogliere la realtà con l’esperienza, in definitiva, vuol dire che noi stessi siamo nella realtà e ci dilatiamo senza fine fondendoci ad un certo punto in essa. Noi sentiamo di “essere” e non soltanto di essere un frammento di tempo e materia ma di fare parte di tutte le cose percependo di “essere esistenzialmente infiniti”. Il mistico ha un’esperienza vasta ed unitaria che penetra la più intima comprensione di se stesso rapportato all’universo dissolvendosi fino a quando ogni distinzione o separazione non risulta scomparsa. Questo è il fondamento della libertà e dell’immortalità. La realtà vera è questo valore dell’ “esistere” che abbiamo precedentemente esaminato; è questo valore che abbiamo sentito come realtà pura, come un qualcosa che preme e ci allarga in una stupefacente libertà mediante la quale noi siamo in sintonia con tutte le cose. Ancora un poco e l’immortalità appare veramente, ancora un poco e sarà finita la condizione di “svegliato imperfetto”.


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