Una pena senza fine. Intervista ad un ergastolano

Una pena senza fine. Estrema. Per convenzione temporale esso ha la drammatica dicitura “Fine Pena: 99/99/9999” l’equivalente di “Fine Pena: MAI”.  E’ l’ergastolo di cui vogliamo parlare. E del come viene vissuto il Tempo lì dentro. Dentro un carcere. «Sono stati i programmatori dell’informatizzazione del sistema penale che avevano bisogno di una data da scrivere nel campo “fine pena” escogitando per i casellari giudiziari l’escamotage di reiterare il numero 9» (Davide Pelanda).


Di solito al cittadino che viene recluso in un carcere la pena ha una determinata durata temporale: condannato a 3 anni, 5 anni, 10 anni… consentendogli prima o poi di acquisire la libertà di gestirsi la sua vita nei tempi e modi da solo.

Ma ciò non è così per l’ergastolo. Nessuno di noi riesce ad immaginarlo. E il nostro amico intervistato qui sotto si spinge ancora più in là dicendo che «la morte ha più senso».

Quella che segue è l’intervista a N.V., 54 anni. Ha avuto una condanna all’ergastolo per fatti legati alla lotta armata degli anni Settanta. Ha scontato 22 anni e 5 mesi tra reclusione (15 anni) e semireclusione, poi il Tribunale di sorveglianza gli ha concesso la libertà condizionale. Al termine dei 5 anni della condizionale, come previsto dalla legge, è stata dichiarata esaurita la pena. Ora lavora in una editrice-cooperativa di cui è tra i soci fondatori.

«Il Tempo del recluso – esordisce nella nostra chiacchierata – è totalmente gestito dall’istituzione carceraria. E’ l’istituzione che decide se e a che ora un recluso può prendere l’aria, se e a che ora può fare la doccia, se e quando può socializzare con altri reclusi, se e quando e quante volte può incontrare i suoi familiari a colloquio, a che ora si aprono le celle e a che ora si chiudono… in sostanza il Tempo di vita del recluso è totalmente gestito dall’istituzione e anche sorvegliato, non c’è un solo minuto in cui l’internato è fuori dallo sguardo dell’istituzione. Poi c’è il Tempo della pena»

All’interno della cella avevi un orologio? Un calendario? Che rapporto si instaura con questi oggetti?

«Nella mia esperienza carceraria è sempre stato vietato avere l’orologio, ed il calendario l’usavo solo per segnare i giorni in cui potevo fare colloquio con i miei familiari oppure telefonare. Ma per sopravvivere alla torsione del tempo è decisivo costruire un tempo per sé, caratterizzato da un proprio fare autodeterminato, cosa non facile. Negli ultimi anni della mia carcerazione ho scoperto di avere una vena creativa inaspettata. Di notte quando si chiudevano le celle mi lasciavo andare alla pittura usando la terra del campetto di calcio del carcere di Rebibbia ed altre materie colorate che avevo in cella per cucinare, lo zafferano, ad esempio. Il patriota Settembrini, condannato all’ergastolo, scriveva nelle “Ricordanze” che l’attività autodeterminata consente al recluso di pensare: “almeno in questo son libero”, almeno in questo agisco per me stesso.

Producevo 3/4 opere a notte e alla fine, estenuato, mi godevo l’incanto della sospensione del Tempo. Dipingendo era come se accendessi le luci su un altro mondo, anche se l’orecchio rimaneva comunque vigile all’ascolto di ciò che accadeva in sezione, perché la porta della cella si sarebbe potuta aprire in qualunque momento, ad esempio per una perquisizione, o per la conta notturna dei detenuti, la qual cosa avrebbe violato quel momento. Ero quindi simultaneamente collocato un una doppia dimensione: mano e occhi immersi nel tempo della creazione, orecchio attento ai ritmi dell’istituzione carceraria».

Che reazione (o sensazione) hai avuto quando lo Stato ha decretato, con la formula “fine pena: mai”, l’ergastolo per te? Cosa ha voluto (o vuol) dire in termini di Tempo quella frase?

«Se una persona condannata ad una pena temporale può dire a se stessa: qualunque cosa accada il giorno X sarò una persona libera, e quindi avere un punto di orientamento, il recluso senza fine pena, il recluso condannato all’ergastolo, non può fare questo conto. Nel suo certificato penale il fine pena è scritto con un numero immaginario: 99/99/9999. La sua possibilità di uscita, se non è fra gli ergastolani ai quali è preclusa la possibilità di ottenere i benefici previsti dalla legge (che quindi resteranno a vita in carcere), è legata unicamente alla grazia o all’ottenimento della libertà condizionale che sono entrambi provvedimenti gestiti da autorità diverse ma assolutamente discrezionali. Quindi la vita di una persona condannata all’ergastolo, la sua possibilità di uscire dalla pena, dipende unicamente dal potere discrezionale di un’autorità. Per questo motivo l’esperienza che la persona condannata all’ergastolo vive è quella di sentirsi totalmente nelle mani dell’istituzione che può decidere a suo piacimento se tenere un ergastolano a vita in carcere o farlo uscire. Si potrebbe dire che se con la pena di morte lo Stato toglie la vita ad una persona, con l’ergastolo se la prende.

L’impatto con la parola ergastolo è reso bene da una frase di Pietro Ingrao: “Sono contro l’ergastolo perché non riesco ad immaginarlo”. Anche fra i reclusi l’ergastolo è una parola tabù. Per aggirarla si usano alcuni eufemismi, prendere l’ergastolo si dice “avere l’erba”… che forse è come dire che si sta un po’ sotto terra»

Come giudichi l’uomo moderno che oggi vive sempre correndo e correndo dietro al Tempo, l’uomo contemporaneo che sembra volere sempre tutto e all’istante, che “brucia” i secondi e il Tempo nella logica del “tutto e subito”, grazie anche alla tecnologia, ai mass media, mail e telefonini che ci fa vivere “in Tempo reale” avvenimenti lontani di altri continenti?

«Da alcuni anni sono uscito dal carcere e vedo che i dispositivi reclusivi di controllo del Tempo delle persone sono disseminati ovunque nelle istituzioni sociali, ad esempio in alcune aziende la “pausa fisiologica”, quella per andare a gabinetto, per intenderci, è considerata dall’azienda un “furto di Tempo”. Per quel che riguarda il mio lavoro, invece, con altre persone, alcune delle quali provenienti dalla reclusione, sono riuscito a costruire un’esperienza lavorativa di tipo cooperativo che consente ai soci cooperanti di decidere autonomamente come organizzare il proprio tempo di lavoro».

Che cosa è per te il Tempo oggi? Quanti orologi hai in casa?

«L’orologio, ora che posso, lo uso stabilmente perché ho imparato a considerare il mio tempo e quello delle altre persone una cosa preziosa, questa considerazione della preziosità del tempo penso sia anche un indicatore del rispetto che si ha verso se stessi e verso gli altri. Far aspettare ad esempio è uno dei dispositivi attraverso cui le istituzioni totali, ma più in generale tutti i poteri,  fanno sentire la loro supremazia sulle persone. “Ci uccidevano con le attese” affermò una donna internata in campo di concentramento per raccontare uno dei dispositivi più mortificanti di Auschwitz».

Davide Pelanda

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