Solo il tempo chiarirà quali sono le ipotesi giuste, fermo restando che l’esigenza di un mutamento tattico-strategico degli Usa era stata da me ipotizzata due anni fa – senza ovviamente mettersi a fantasticare sulle forme concrete che avrebbe assunto – in base alla considerazione di carattere generale, secondo cui gli Usa, dopo il crollo del muro e la dissoluzione dell’Urss, si erano sbagliati nel pensare di poter ormai affermare definitivamente il loro monocentrismo. Questa valutazione errata spiega una serie di guerre (Jugoslavia, Afghanistan, seconda impresa in Irak, del tutto diversa dalla prima), che miravano al definitivo consolidamento di una supremazia in aree chiave (non solo e non tanto per questioni meramente economiche).
A partire dal 2001 (per alcuni) e dal 2003 (per il sottoscritto) è avvenuto un mutamento – non improvviso e tutt’altro che definitivo e non certo a 180° – per cui si è compreso che gli Usa dovevano rassegnarsi alla crescita di nuove potenze, ma soprattutto della Russia poiché la Cina lo era già in precedenza (non essendo mai “crollata” e sempre cresciuta invece velocemente in tutti gli anni, dai ’90 in poi). Strano che non ci si sia accorti che, durante gli ultimi due anni della presidenza Bush, si notavano già segni di incertezza (ad es., la liquidazione di Rumsfeld ne fu un sintomo) e qualche cambiamento dovuto alla pur “dura” Condoleeza Rice. Con Obama certe modificazioni si sono accelerate e hanno preso un più spedito andamento.
Prima di trarre alcune conclusioni, faccio un importante inciso “storico” che forse molti non ricordano. Durante gli anni ’70 e ’80 (fin quando fu possibile) i servizi segreti di alcuni paesi est-europei – in modo del tutto specifico i più forti: Stasi della RDT e STB della Cecoslovacchia – tramarono con alcuni servizi occidentali (si dice anche con pezzi di quelli Usa) per frapporre ostacoli ai rapporti, ritenuti dai paesi “satelliti” troppo pericolosi perché eccessivamente “molli”, tra Stati Uniti e Urss; rapporti che potevano mettere in discussione alcuni regimi dell’est e anche, evidentemente, particolari equilibri di potere in “occidente”. Difficile dire se anche l’affaire Moro non sia dipeso in parte da manovre simili. Una cosa è certa; RDT e Cecoslovacchia avevano ottimi motivi per i loro timori, tanto è vero che, quando arrivò Gorbaciov, furono tra i primi paesi del cosiddetto “impero sovietico” (comunque i più avanzati) a subire le conseguenze del dialogo russo-americano, che non poteva non finire se non con la liquidazione di un assetto geopolitico che l’Urss, in piena stagnazione e involuzione, non era in grado di reggere.
In un certo senso, Israele può temere qualcosa di – ma assai latamente – simile; per cui si agita e mette “zeppe” tra i piedi di tale mutamento tattico-strategico statunitense. Ho però scritto non a caso “assai latamente”. Gli Usa non sono nella situazione di apnea e di ormai imminente dissoluzione dell’Urss nei suoi ultimi due decenni di esistenza. Tale fatto è decisivo per capire gli sviluppi internazionali futuri. La configurazione mondiale cui stiamo andando incontro, se tutto procede come dal 2003 ad ora, non è di crollo (o dissoluzione o declino rapido) di alcuna potenza, bensì di multipolarismo e, a più lungo raggio, di aperto policentrismo come lo fu nell’epoca detta “dell’imperialismo” tra otto e novecento, sfociata nella I guerra mondiale. In epoche del genere i giochi delle varie potenze (alcune sono oggi ancora in gestazione, non comunque sullo stesso piano degli Usa) sono mutevoli come le nuvole in cielo. Possono cambiare in pochi mesi o magari in alcuni anni (o periodi intermedi), ma non vi è mai nessuna alleanza stabile e durevole; i giri di valzer, i cambiamenti completi di posizione, il “saltellare” da una parte e dall’altra, sono la cifra più vera di epoche simili. Solo quando si è deciso che bisogna in qualche modo – non credo più alle vecchie “grandi” guerre novecentesche – regolare i conti con metodi “ruvidi”, solo allora si stabiliscono le alleanze “durature”, i “blocchi” nemici acerrimi fra loro; durano però solo per il regolamento dei conti e, anche durante quest’ultimo, i tradimenti e cambiamenti di campo si verificano con facilità.
Voglio riportare qui di seguito una nota che mi ha inviato la rivista Indipendenza, che ringrazio:
<<<Il «minilateralismo» di Obama potrebbe rilanciare la posizione degli Stati Uniti come superpotenza mondiale. E’ la principale conclusione del rapporto annuale dell’Istituto Internazionale di Studi Strategici di Londra (IISS). La strategia di Barack Obama di coinvolgere paesi terzi nei suoi piani – sostiene l’Istituto – creando piccole coalizioni «ad hoc» («minilateralismo», in opposizione all’«unilateralismo» dell’era Bush), potrà consentire agli Stati Uniti di uscire rafforzati dalla crisi globale alla quale tanto hanno contribuito.
Gli USA potrebbero divenire una potenza mondiale senza paragoni, se mantengono la logica attuale «minilaterale» di alleanze a geometria variabile, «riunendo di volta in volta un numero adeguato di paesi per risolvere un dato problema particolare relativo a differenti tematiche e scenari», segnala l’Istituto.
Solo così, ha sostenuto il direttore dell’IISS, John Chipman, «la politica statunitense potrà, in questi tempi difficili, ritardare, se non invertire, la teoria del declino che alcuni hanno ventilato con eccessiva precipitazione». L’approccio «minilaterale», ha aggiunto, potrebbe essere ciò che caratterizzerà l’immagine della presidenza Obama.
Del resto, prosegue il rapporto, «nella maggior parte delle questioni internazionali, gli Stati Uniti hanno molta più capacità della Cina nel creare coalizioni intorno ai propri punti di vista», tanto che è da dubitare che la «teoria di un G2, in cui USA e Cina si eguaglino» come superpotenze, possa divenire realtà>>>.
Questo minilateralismo è in definitiva la “politica del serpente” di Obama, di cui ho spesso parlato, mentre l’unilateralismo bushiano era quella “della tigre” (ma già in mutamento, il documento sorvola su tale punto). Comunque, lo studio dell’istituto inglese di studi strategici va tenuto presente. Mi permetto però di dubitare fortemente del fatto che gli Usa diverranno una potenza “senza paragoni” (questo è un desiderio del “51° Stato dell’Unione”, qual è di fatto l’Inghilterra), anche perché sembra esista solo il confronto Usa-Cina, mentre la Russia sarà ben presente, e il mondo si sta ulteriormente complicando. Altra ingenuità è anche solo accennare al grande contributo dato dagli Usa alla crisi per poi in fondo approfittarne. Le crisi arrivano abbastanza impreviste, e tutto il loro andamento lascia sempre “sorpresi”. Non è facile orientarle per approfittarne. Questo è il solito atteggiamento degli economicisti; ben altrimenti, con altri mezzi (militari, politici, di subdole manovre all’interno di paesi deboli, ecc.), agiscono gli Usa nel tentativo di raggiungere, per vie contorte (serpentine), lo stesso obiettivo monocentrico inseguito direttamente in precedenza.
Occorre essere in possesso di una teoria per inquadrare gli avvenimenti nella loro schematicità, ma senza pretendere di descriverne le particolarità concrete, momento per momento, fase per fase, ecc. Gli avvenimenti, a loro modo clamorosi, del 1989-91 non suscitarono in me alcuna sorpresa poiché la “teoria”, applicata all’analisi del “socialismo reale”, mi diceva che ormai quest’ultimo era storicamente finito; tuttavia, non sapevo affatto né il momento né le forme concrete di quanto poi accadde con rapidità anche per me sorprendente. Egualmente oggi: la “teoria” (le ipotesi per il momento formulate e magari da rivedere in futuro) mi dice che, in tempi più o meno lunghi e in forme impreviste, crescerà il multipolarismo. Gli Usa vi si opporranno con i nuovi metodi descritti nel pezzo sopra citato. Senza dubbio, nulla va dato per scontato, tanto meno un rapido declino americano, quindi resterà valida per un pezzo la prevalente attenzione da dedicare alla politica internazionale, alla configurazione assunta di fase in fase dalla conflittualità nel mondo.
Gli articoli di Freda e Chiesa, da cui ho preso le mosse, sono molto interessanti, descrivendo però una situazione locale (in senso spaziale e soprattutto temporale). Inutile fare “ah, oh, uh” di sorpresa. Da simili sorprese saremo investiti continuamente negli anni a venire. A volte sembrerà che gli Usa si “amino” con la Russia, poi invece con la Cina e quasi sempre con l’India (con il Pakistan, alla fine della guerra in Afghanistan, si verificheranno “fasi alterne”); d’altronde, Russia e Cina si guarderanno sospettose a causa della Siberia, del Kazakistan, probabilmente del Pakistan, ma anche riconosceranno spesso la necessità di far fronte comune di fronte al “serpente” statunitense. Non insisto oltre; so però già che vedremo alleanze, e ostilità, fra le più impensate e impensabili in questo momento.
Mi attengo in ogni caso ad alcune “scommesse” (ipotesi fondate sulla teoria dello sviluppo ineguale dei vari paesi capitalistici, che richiederà in futuro un approfondimento dei suoi corollari): gli Usa non diverranno, a mio avviso, una potenza “senza paragoni” e l’attuale “amore” tra essi e la Russia durerà “qualche tempo” (non so la durata, sono convinto che sia temporaneo). La Russia potrebbe anche fare qualche concessione sull’Iran e magari sull’Afghanistan. Non è nemmeno sicuro, ma se lo fa, è molto probabile che si tratti di pura forma; e se vi è qualche (poca) sostanza, sarà per un tempo non memorabile quanto a lunghezza. Tuttavia, non dobbiamo dare per ormai finiti, o in inarrestabile declino, gli Usa, pur sempre una grande potenza (ancora una superpotenza). Nemmeno dobbiamo credere che, a cuor leggero, essi si ritireranno dall’Afghanistan o abbandoneranno Israele senza prima aver tentato, magari per vie interne, di indebolire l’Iran, gli Hezbollah, di ricondurre ad una “pace di sconfitta” i palestinesi, ecc. Nulla di tutto questo avverrà se prima, indubbiamente, non si saranno assicurati vie di ritirata che non siano una rotta, che non facciano loro perdere ogni presa nelle zone caucasiche, nel Medio Oriente, in Georgia e Ucraina (e Turchia), e via dicendo.
Abbiamo a che fare con un gioco assai complesso, in cui tutti i fattori internazionali muteranno rapidamente di posto e di rilevanza. Ragionare schematicamente, solo in base ai principi generali che uno crede di poter affermare, conduce alla più totale inconcludenza. Tuttavia, un’analisi retta da ipotesi teoriche – duttili, di fase, pronte all’integrazione o al cambiamento – è indispensabile, pena appunto gli “oh, ah, uh” ad ogni stormir di fronde della conflittualità geopolitica multilaterale (o multipolare); e sempre in attesa – ma non per domani – del reale policentrismo. Bravissimi quindi Chiesa e Freda; continuino così, ché noi sempre li leggeremo. Tuttavia, è poi necessario inquadrare, sia pure con elasticità, i vari accadimenti che ci prendono “di sorpresa” (e sempre più ci “sorprenderanno”). Per il momento, è tutto.
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