La battaglia per l’art. 18: o col capitale o con la Patria

Sono ormai vent’anni e piu’ che in Italia chiunque governi (centrodestra e centrosinistra in egual misura) s’adopera per ‘liberalizzare’ il mercato del lavoro. Lo Statuto dei Lavoratori, ovvero la famosa Legge 300 del 20 maggio 1970, e’ divenuta sempre piu’ relativa e meno influente. L’art. 18, poi, e’ stato assurto negli anni a ‘pietra dello scandalo’ alla base di un quotidiano e vieppiu’ virulento scontro tra quanti ne invocano la soppressione e quanti, al contrario, ne difendono la sopravvivenza a spada tratta. Eppure, piu’ passa il tempo e piu’ diventa chiaro come l’art. 18 sia ormai soltanto e soprattutto un ‘feticcio’, la cui abrogazione (o conservazione) influirebbe poco o nulla sulle prestazioni e l’efficienza del mercato del lavoro. Pare infatti che a beneficiarne, in Italia, sia ormai una percentuale irrisoria di lavoratori, cosi come irrisorio sarebbe il numero di casi annui in cui verrebbe appellato ed applicato.

Quindi, che venga eliminato o meno, nulla cambierebbe. Quella intorno all’art. 18 sarebbe, insomma, poco piu’ di una battaglia simbolica, dietro cui nascondere ben altri problemi che invece si preferiscono non affrontare. Quali sono questi problemi? Per esempio una seria riforma fiscale (accompagnata per ovvieta’ di cose da un’altrettanto seria lotta all’evasione fiscale) che alleggerisca il prelievo dalle buste paga dei lavoratori, favorendo anche le imprese ed incoraggiandole (in questo caso si, per davvero) a rimanere sul nostro territorio. Una politica d’interventi ed opere pubbliche, in grado di rilanciare l’economia e di creare occupazione, dando al paese nuove e necessarie infrastrutture nell’ambito dei trasporti, della sanita’, della scuola, dell’edilizia popolare, ecc, e recuperando o salvando quelle vecchie ed ormai bisognose di un’urgente rimessa in carreggiata. Un maggior intervento dello Stato in economia, col ritorno sotto il controllo pubblico di banche ed imprese oggi in sofferenza o comunque strategiche per l’interesse nazionale e che per ovvie ragioni di tutela della sovranita’ non possono essere lasciate in altre mani. E queste sarebbero solo le primissime cose da fare se s’avesse veramente a cuore il paese, e che determinerebbero un incremento dell’occupazione ed uno stimolo all’economia certamente ben piu’ consistenti di quello determinato da un eventuale abrogazione dell’art. 18.

Chi possiede una visione socialista della societa’ e dell’economia non puo’ certamente condividere l’idea (tanto cara a certi ambienti dove impera il culto dell’ideologia liberista) di chi vorrebbe eliminare l’art. 18 per rendere sempre piu’ concreta, anche simbolicamente, la compressione dei diritti dei lavoratori e la loro umiliazione, il loro venir ridotti sempre di piu’ a ‘bipedi da soma’. E di certo non guardera’ con molta simpatia a quella ‘sinistra’ che ai tempi di Berlusconi riempiva le piazze con oltre quattro milioni di persone in difesa dell’art. 18, mentre oggi s’appresta a freddarlo nel piu’ totale silenzio dei sindacati, suoi fidi satelliti. E’ una questione di dignita’, oltre che di coerenza.

Qualcuno vuole il bene del capitale, noi quello della Patria.

 

(Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it)

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