Biodiesel dalla pollina mediante pirolisi

Un team di ricercatori del College of Agricolture and Life Sceinces del Virginia Tech, diretto dal professor Foster Agblevor, sta lavorando allo sviluppo di un’unità mobile di pirolisi per convertire la pollina – un misto di substrato, deiezioni, piume e residui di mangime – in biocarburante. Si tratterebbe di un sistema economico e vantaggioso per smaltire la lettiera dei polli riducendo il suo impatto ambientale e i rischi per la salute ad essa connessi.

 


I ricercatori stanno attualmente testando la tecnologia presso gli allevamenti di pollame. L’unità di pirolisi scalda il materiale di lettiera fino a portarlo a vaporizzazione. Il vapore viene poi condensato per produrre biocarburante, mentre dal reattore si recupera la frazione non vaporizzata utile come fertilizzante a rilascio lento. Il gas è inoltre utilizzato per alimentare la stessa unità pirolitica rendendo l’intero sistema energeticamente autosufficiente.

Negli Stati Uniti ogni anno si producono 5,6 milioni di tonnellate di pollina che, attualmente, viene smaltita sui campi come fertilizzante o utilizzata come mangime per il bestiame, ma tali impieghi sono contestati per il rischio di inquinamento delle risorse acquifere e di contaminazione della catena alimentare legato alla sindrome della mucca pazza. Si teme inoltre che la lettiera dei polli possa trasmettere malattie quali l’influenza aviaria che, pur non minacciando direttamente la salute umana, può essere veicolata attraverso calpestamento, passaggio di mezzi e trasferimento dalla sede di produzione a quella di smaltimento.

Utilizzando l’unità pirolitica portatile gli allevatori potranno processare gli scarti direttamente sul posto evitando gli spostamenti. Il processo termochimico offre inoltre il vantaggio di distruggere i microrganismi presenti riducendo le probabilità di trasmissione di malattie.

In base all’età e alla composizione della pollina la resa in biocarburante può variare dal 30 al 50% del peso. Elevati contenuti in legno della lettiera possono portare a rese in biodiesel fino al 62% del peso. Il biocarburante ottenuto dalla gassificazione risulta altamente viscoso, contiene dal 4 al 7% in peso di nitrati mentre presenta un basso contenuto di zolfo (meno dell’1%).

Fonte: Virginia Tech

 

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