Chi votare? Nessuno dichiara guerra all’oligarchia Ue

Rifiutare il Fiscal Compact e proporre lo strumento finanziario degli eurobond per sostenere investimenti strategici. Intervistato dal programma di Michele Santoro, mentre Grillo procede con la purga a cascata contro i dissidenti veri o presunti, Alessandro Di Battista vede cosi il possibile piano-B per uscire dalla tagliola dell’austerity imposta dalla Troika europea, nel giorno in cui Matteo Renzi a Bruxelles se la cava dicendo che l’Italia sa cosa fare, rifiutando la consuetudine dei compiti a casa per compiacere i signori dell’Ue. Tradotto: il governo si appresta a spostare voci di spesa, senza pero’ sfondare il tetto del 3% fissato come un dogma dalla tecnocrazia europea, quella che ” con la camicia di forza dell’Eurozona ” impedisce agli Stati di esercitare le loro funzioni sovrane di investimento pubblico. Niente da segnalare, su questo fronte, nemmeno da Moni Ovadia, candidato con la lista Tsipras: l’artista, tra i piu’ importanti intellettuali italiani, e’ contrario all’uscita dall’euro, interpretata come la perdita (pericolosa) di un orizzonte comunitario europeo. L’euro, dice Moni Ovadia, dovrebbe (dovra’) essere la moneta comune del futuro Stato federale unitario europeo: a quel punto, l’attuale valuta che la Bce destina alle sole banche ” non agli Stati ” diverrebbe pienamente legittima, in un futuro indefinito, che la lista Tsipras spera di avvicinare con l’elezione di un euro-Parlamento costituente, per cambiare le attuali regole oligarchiche dell’Unione Europea, retta da un governo ” la Commissione ” non eletto dai cittadini e pilotato dalle lobby d’affari. Ne’ il M5S, ne’ Tsipras (ne’ tantomeno Renzi) osano ventilare misure di interdizione per ridurre alla ragione gli oligarchi di Bruxelles e Francoforte, disposti finora ad ascoltare solo la Bundesbank, che impone condizioni-capestro per sabotare la concorrenza dell’export tedesco e creare un mercato del lavoro a bassissimo costo, adatto cioe’ a consentire alla Germania di competere sui mercati mondiali globalizzati. Ad oggi ” esclusi gli slogan della Lega Nord ” l’offerta politica italiana in vista delle europee di maggio non presenta nessuna forza disposta ad affrontare in modo frontale l’impegno di un’opposizione radicale all’attuale sistema europeo, impugnando cioe’ l’arma regina della sovranita’ finanziaria statale, senza cui non e’ praticabile alcuna reale riconversione dell’economia. Sulla francese Marine Le Pen pesa la macchia della xenofobia, ancora agitata per non perdere l’antico elettorato ultra-nazionalista di Jean-Marie Le Pen, ma e’ evidente che il boom dei sondaggi che accreditano il Front National come prima forza politica di Francia non dipende certo dalla guerra agli immigrati, ma dalla determinazione con cui la signora Le Pen dichiara di voler risolvere la questione: se Bruxelles continuasse ad imporre moneta non sovrana, la Francia minaccerebbe direttamente di uscire dall’Unione Europea. In Italia, per ora, parole di questo tipo non le ha pronunciate nessun leader.

Rifiutare il Fiscal Compact e proporre lo strumento finanziario degli eurobond per sostenere investimenti strategici. Intervistato dal programma di Michele Santoro, mentre Grillo procede con la purga a cascata contro i dissidenti veri o presunti, Alessandro Di Battista vede cosi il possibile piano-B per uscire dalla tagliola dell’austerity imposta dalla Troika europea, nel giorno in cui Matteo Renzi a Bruxelles se la cava dicendo che l’Italia sa cosa fare, rifiutando la consuetudine dei compiti a casa per compiacere i signori dell’Ue. Tradotto: il governo si appresta a spostare voci di spesa, senza pero’ sfondare il tetto del 3% fissato come un dogma dalla tecnocrazia europea, quella che ” con la camicia di forza dell’Eurozona ” impedisce agli Stati di esercitare le loro funzioni sovrane di investimento pubblico. Niente da segnalare, su questo fronte, nemmeno da Moni Ovadia, candidato con la lista Tsipras: l’artista, tra i piu’ importanti intellettuali italiani, e’ contrario all’uscita dall’euro, interpretata come la perdita (pericolosa) di un orizzonte comunitario europeo. (continua)

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