Con Augusto Graziani e’ scomparso ‘il maestro di una intera generazione di economisti italiani, raffinato innovatore delle idee di Marx e Keynes e acutissimo critico dei luoghi comuni su cui regge il consenso verso la politica economica dominante’. Graziani, lo ricorda l’economista Emiliano Brancaccio, ha incarnato una miscela unica di rigore intellettuale, potenza dialettica e delicatezza espressiva. ‘Una figura minuta, quasi a simboleggiare la fragilita’ della condizione umana, che manifestava una sincera empatia verso chiunque fosse soggiogato dalla durezza della vita materiale, ma che al contempo racchiudeva lo spirito di un temuto combattente, capace con pochi affondi di rivelare l’insipienza dei protervi strilloni della vulgata economica che avevano la sventura di incrociare le sue affilate armi critiche’. Un uomo d’altri tempi, ‘nell’epoca della mediocrita’ alla ribalta’, con le antenne accese sul futuro: ‘In piu’ occasioni, infatti, Graziani ha saputo anticipare il corso degli eventi storici’. Attualissimi, in questo senso, i suoi studi sulle contraddizioni tra sviluppo economico italiano e ristrutturazione del capitalismo continentale, che oggi dominano la scena politica e sollevano dubbi crescenti sulla sopravvivenza dell’Unione monetaria europea. Nel 2002, a Napoli, nell’aula Vanvitelliana della facolta’ di scienze politiche, Graziani tenne una lezione sull’euro appena entrato in circolazione. I colleghi ad ascoltarlo vennero numerosi, ricorda Brancaccio. ‘La sensazione era che i piu’ lo onorassero senza esser minimamente persuasi dal suo scetticismo sulla sostenibilita’ futura dell’Eurozona’, vittime gia’ allora della ‘grancassa dell’ideologia’ che in quei giorni ‘operava a pieno ritmo, seducendo persino le menti piu’ brillanti e avvezze alla critica’. Quanto a Graziani, ‘i suoi dubbi sulla moneta unica, ben saldati sul terreno dei fatti, non si limitavano a trarre spunto dalla nota lezione keynesiana sulla insostenibilita’ di quelle unioni valutarie che pretendono di scaricare l’intero peso dei riequilibri commerciali sui soli paesi debitori. Vi era pure, nella sua analisi, una lettura implicita del concetto marxiano di centralizzazione dei capitali, e dei tremendi conflitti politici che possono derivare da essa’. Il pessimismo di Graziani, continua Brancaccio in un post ripreso da ‘Megachip’, era dunque fondato su una consapevolezza profonda dell’equilibrio precario su cui verteva il processo di unificazione europea, e del rischio che prima o poi la situazione potesse precipitare sotto il giogo di meccanismi favorevoli all’economia piu’ forte del continente. Veniva cosi a crearsi uno scenario propizio per la riscoperta del sinistro monito di Thomas Mann sull’essenza dello spirito prevalente in Germania: ‘Dove l’orgoglio dell’intelletto si accoppia all’arcaismo dell’anima e alla costrizione, interviene il demonio’. Nel clima di entusiasmo suscitato dalla nascita dell’euro, tuttavia, le preoccupazioni di Graziani non attecchirono. Nel nostro paese, piuttosto, trovo’ largo seguito l’improbabile ideologia del ‘vincolo esterno’. I suoi propugnatori sostenevano che i vincoli imposti dall’Europa sul governo della moneta, del tasso di cambio, dei bilanci pubblici, non costituivano la dimostrazione che l’Unione andava costituendosi a immagine e somiglianza degli interessi del piu’ forte, ossia del capitalismo tedesco. Piuttosto, si diceva, quei vincoli avrebbero miracolosamente trasformato i piccoli ranocchi dello stagnante e frammentato capitalismo italiano in algidi principi della modernita’ globale, in vere e proprie avanguardie della produzione planetaria. Insomma, modernizzare il capitalismo italiano, renderlo piu’ centralizzato e quindi piu’ forte: alcuni padri della patria, continua Brancaccio, ‘hanno incredibilmente sostenuto che il vincolo esterno imposto dall’Europa potesse spontaneamente fare tutto questo, sia pure in un deserto di progettualita’ e di investimenti’. In tanti furono abbagliati da simili illusioni. Di contro, in un articolo pubblicato sempre nel 2002 sulla ‘International Review of Applied Economics’, Graziani fu tra i pochi a segnalare che il vincolo esterno avrebbe potuto determinare un effetto esattamente opposto a quello annunciato. Previde cioe’ che i capitalisti italiani ‘avrebbero tentato di rimediare alla perdita delle ultime leve della politica economica tramite una ulteriore frammentazione dei processi produttivi, finalizzata a reiterare il lassismo in campo fiscale e contributivo e ad accelerare la precarizzazione del lavoro. Fino a scoprire, nella crisi, che questi rozzi tentativi di contrazione dei costi non potevano reggere a lungo’. Oggi, conclude Brancaccio, sappiamo che le cose sono andate come Graziani aveva previsto. E sappiamo pure che, proseguendo di questo passo, ‘l’inasprirsi dei conflitti tra capitalismi europei potra’ condurre a un tracollo dell’Unione che porra’ i decisori politici di fronte a una scelta cruciale tra modalita’ alternative di uscita dall’euro, ognuna delle quali avra’ diverse implicazioni sui diversi gruppi sociali coinvolti’. I contributi di Graziani, fondati su una visione moderna delle contrapposizioni ‘tra e dentro’ le classi sociali, potranno aiutarci anche ad afferrare i termini di quello snodo decisivo che pian piano affiora all’orizzonte. ‘Purtroppo, specialmente tra gli eredi piu’ o meno diretti del movimento dei lavoratori, vi e’ oggi ancora chi preferisce distogliere lo sguardo da questa realistica prospettiva, e continua ad affidarsi alle sempre piu’ flebili speranze di rilancio dei nobili ideali europeisti’. Eppure, in tempi piu’ illuminati del nostro, ‘e’ stato detto acutamente che l’invito a sperare e’ in fondo un invito a ignorare: chi conosce non spera ma prevede, e se le condizioni oggettive e la metodica organizzazione delle forze lo permettono, si dispone ad agire per il cambiamento’, proprio come fece Augusto Graziani.
Con Augusto Graziani e’ scomparso ‘il maestro di una intera generazione di economisti italiani, raffinato innovatore delle idee di Marx e Keynes e acutissimo critico dei luoghi comuni su cui regge il consenso verso la politica economica dominante’. Graziani, lo ricorda l’economista Emiliano Brancaccio, ha incarnato una miscela unica di rigore intellettuale, potenza dialettica e delicatezza espressiva. ‘Una figura minuta, quasi a simboleggiare la fragilita’ della condizione umana, che manifestava una sincera empatia verso chiunque fosse soggiogato dalla durezza della vita materiale, ma che al contempo racchiudeva lo spirito di un temuto combattente, capace con pochi affondi di rivelare l’insipienza dei protervi strilloni della vulgata economica che avevano la sventura di incrociare le sue affilate armi critiche’. Un uomo d’altri tempi, ‘nell’epoca della mediocrita’ alla ribalta’, con le antenne accese sul futuro: ‘In piu’ occasioni, infatti, Graziani ha saputo anticipare il corso degli eventi storici’. (continua)
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