Le recenti indagini in corso sulla corruzione che sarebbe praticata all’estero da manager di Eni, Saipem, Finmeccanica (per citare i soli casi degli ultimi giorni) per aggiudicarsi commesse milionarie, riapre vecchie riflessioni e nuovi quesiti. A caldo, eccone due:
1) La “responsabilita’ sociale delle imprese” e’ una conseguenza della coscienza morale dei manager e dei proprietari delle aziende. Le imprese sono finzioni giuridiche, inventate per raggruppare Capitale e Uomini. Non esiste una economia buona o giusta, o una finanza buona o cattiva. Esistono strumenti, i contratti (si, anche i derivati o le obbligazioni bancarie!) e i mercati (finanziari o per gli scambi di beni e servizi, come gli appalti in questione), ed esistono individui che scambiano contratti nei mercati. E’ gia’ stato autorevolmente affermato (non cito la fonte solo per non influenzare il Lettore nella lettura): “l’economia e la finanza, in quanto strumenti, possono esser mal utilizzati quando chi li gestisce ha solo riferimenti egoistici. Cosi si puo’ riuscire a trasformare strumenti di per se’ buoni in strumenti dannosi. Ma e’ la ragione oscurata dell’uomo a produrre queste conseguenze, non lo strumento di per se’ stesso. Percio’ non e’ lo strumento a dover essere chiamato in causa ma l’uomo, la sua coscienza morale e la sua responsabilita’ personale e sociale” [Cap. 3, par. 36, p. 57].
Le aziende gestite per la massimizzazione degli extra profitti (o del “valore”, se preferite un termine piu’ politically correct) hanno solo tre modi per realizzare questo obiettivo nel lungo periodo: a) crescere; b) migliorare la redditivita’ delle vendite; c) ridurre il costo del capitale raccolto dai finanziatori. Gli obiettivi b) e c) non possono essere costantemente migliorati, c’ e’ un limite ovvio. Queste aziende cercano cosi di crescere a dismisura, attraverso nuovi contratti di vendita. Ad ogni costo, anche morale.
Le aziende gestite per la massimizzazione del valore sono quindi piu’ esposte di altre al decadimento morale dei loro manager e azionisti, perche’ esse stesse si sono poste nella condizione di dover crescere (costantemente), aumentare i margini (sfruttando rendite, posizioni dominanti, fornitori), ridurre il costo del capitale (scaricando rischi dalla proprieta’ ai creditori). Lo abbiamo gia’ scritto nel 2006, ma ogni tanto e’ bene ricordarcelo.
2) Berlusconi intervistato a riguardo, dalla sua prospettiva di persona informata sui fatti di cui si parla – in qualita’ di Presidente del Consiglio ha trattato questioni economiche del valore di centinaia di milioni di euro con la Russia (forniture energetiche), la Libia (la costruzione dell’autostrada litoranea) e altri Stati extra Europei – ha rilasciato dichiarazioni inquietanti. Non solo perche’, affermando che “sono illegali per loro [gli Stati esteri, ndr], non per noi“, dimostra di non conoscere affatto il Decreto Legislativo n.231/2001 che punisce (con sanzioni pecuniarie, interdittive e la confisca) gli enti che commettono reati di corruzione anche all’estero, ma perche’ ci rappresenta quello che piu’ temiamo: il decadimento morale dell’agire dell’Uomo.
Se nel 1991 Giovanni Paolo II affermava: “Investire ha sempre un significato morale, oltre che economico” (Lett. enc. Centesimus annus, 36: l.c., 838-840), nel ventennio successivo si e’ costruito un sistema di uso del mercato e dei suoi strumenti finalizzato all’accrescimento del potere e dell’utilita’ personale di pochi. Le tangenti, il clientelismo, il nepotismo, la concentrazione del capitale e l’accesso al credito “selettivo”, non solo mortificano le aspirazioni dell’Uomo e delle imprese nell’usare il lavoro e il capitale di cui dispongono quali mezzi per compiere la propria natura (il “dovere sociale verso gli uomini del lavoro“, nel lessico di Giuseppe Mazzini), ma soprattutto perche’, se non contrastate nella societa’, prima ancora che nei tribunali, queste disfunzionalita’ alterano la percezione comune su cio’ che e’ buono e giusto, e spingono o conformano l’agire di tutti verso cio’ che e’ utile e necessario.
E’ vero infatti che “ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale” [Cap. 3, par. 37, p. 58]. E se e’ vero che imprese o talune istituzioni (come lo erano le “banche di interesse nazionale”) non sono altro che finzioni giuridiche usate da individui verso quegli obiettivi fissati da loro stessi (la creazione di extra profitti o anche la sola utilita’ personale), ne consegue necessariamente che se la morale dominante diventa quella dell’utilitarismo, la minoranza nella societa’ non ha altra strada da seguire se non quella della rifondazione di una nuova economia civile.
(Tratto da: http://www.finansol.it)
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