Come e’ ampiamente noto, siamo ben lontani nel mondo occidentale dalla riforma su basi adeguate dell’attuale sistema finanziario, sistema che, per come funziona, ha fortemente contribuito a portarci sull’orlo del baratro. Abbiamo affrontato la questione piu’ di una volta su questo stesso sito e altrove.I governi e le istituzioni internazionali incaricate hanno in generale messo a punto delle pretese riforme, ma esse si collocano in generale molto in qua di quanto sarebbe necessario; gli stessi governi promettono per il futuro qualcosa di piu’, ma appare difficile prenderli sul serio
Purtuttavia, un senso perlomeno di inquietudine permanente sul tema appare da qualche anno diffuso nell’opinione pubblica, mentre anche molte organizzazioni non governative sono in uno stato di mobilitazione costante sulle stesse questioni. Cosi si accendono qua e la’ dei fuochi di speranza ed ogni tanto un argomento di peso nella lunga lista delle cose che sarebbero da cambiare si affaccia alla pubblica ribalta.
Ora, complici anche, da una parte, la protervia delle grandi imprese multinazionali, che mirano con durezza e costanza a ridurre costantemente il loro carico fiscale globale e, dall’altra, il fatto che molti governi occidentali si trovano con le casse vuote e si guardano intorno alla disperata ricerca di qualche ulteriore fonte di denaro, sembra si stia risvegliando, in particolare in alcuni paesi europei, almeno la questione di una giusta tassazione dei profitti annuali delle imprese che hanno sedi in diversi paesi. Si tratta di una fra le tante questioni lasciate aperte dalla crisi, ma perlomeno c’e’ sul tavolo qualcosa da mettere a fuoco e da provare a portare avanti.
Il problema di fondo nasce dal fatto che molte grandi imprese multinazionali in forte espansione e che ottengono grandi profitti in giro per il mondo riescono alla fine a pagare un totale di imposte sui loro risultati economici annuali che di frequente e’ molto ridotto. E questo in marcato contrasto con quello che accade non solo ai comuni privati cittadini, ma anche alle imprese di piu’ ridotte dimensioni e che operano su di una base soltanto locale o nazionale.E tutto questo puo’ accadere senza scomodare le tecniche di evasione fiscale, che pure sono cosi comuni ad esempio nel nostro paese, ma attraverso semmai tecniche di semplice elusione, restando formalmente nei limiti della legalita’. Naturalmente si tratta per altro verso di una legalita’ che le stesse grandi imprese hanno contribuito a modellare nel tempo.
Per ottenere tali risultati di riduzione anche sostanziale del carico delle imposte si puo’ in effetti, da una parte, cercare di concentrare i profitti nei paesi che hanno delle aliquote fiscali particolarmente attraenti, ma che pure di solito ospitano anche rilevanti attivita’ produttive delle stesse imprese, e/o, dall’altra, tendere a dirigere il grosso degli utili nei paradisi fiscali nei quali non si svolge neanche una parvenza di produzione di beni e servizi. Per farlo basta utilizzare dei prezzi di trasferimento adeguati dei prodotti e semilavorati dell’impresa tra un paese e l’altro e/o anche addebitare da parte di qualche filiale o da parte del quartier generale costi di direzione e supervisione, costi per royalties, oneri finanziari sui prestiti alle varie unita’; e chi piu’ ne ha piu’ ne metta.
Le imprese interessate naturalmente si difendono dalle accuse affermando con tranquillita’ che esse hanno osservato alla lettera le leggi fiscali dei vari paesi, cio’ che appare in diversi casi peraltro vero. Ma, come scrive sull’argomento P. Stevens sul Guardian del 3 dicembre 2012, magari questo puo’ apparire corretto in tempi di boom economico, ma in tempi duri come quelli che stiamo ora attraversando la societa’ civile e gli stessi governi sono inclini a prendere in considerazione una visione piu’ larga della responsabilita’ aziendale.
In ogni caso nelle ultime settimane, in particolare in paesi come la Francia, la Gran Bretagna, la Germania e persino l’Italia vengono sollevati dai governi e dai mass media diversi casi apparentemente scandalosi e che toccano in particolare alcune imprese statunitensi che operano nel settore delle tecnologie avanzate o del consumo di massa, da Google ad Amazon a eBay a Starbucks.Cosi di recente Parigi, Berlino e Londra, ma non ahime’ Roma, come ci informa Le Monde del 22 novembre 2012, si apprestavano a firmare una lettera comune indirizzata all’OCSE nella quale le tre capitali chiederebbero all’ente internazionale di mobilitarsi per progettare un nuovo quadro di riferimento in materia che metta fine a tali politiche di elusione fiscale.
Particolarmente attiva sul fronte della lotta all’elusione fiscale, per qualche ragione che non ci e’ chiara, appare oggi la Gran Bretagna. Va ricordato a questo proposito che il paese in passato si e’ sempre opposto in sede di Unione Europea a qualsiasi progetto di regolamentazione ed uniformizzazione delle regole fiscali dei paesi facenti parte della Comunita’, mentre e’ anche noto come essa governi alcuni dei paradisi fiscali piu’ attivi al mondo, quali quelli delle le Isole della Manica e di quelle Cayman. Inoltre, probabilmente non a caso, Londra e’ il quartier generale scelto da tante multinazionali. Misteri della politica e della finanza.
Ad ogni modo, Il governo britannico scopre cosi che la Starbucks a fronte di vendite per 400 milioni di sterline nel 2011 non ha pagato nel paese neanche una sterlina di tasse, o che eBay avrebbe evitato di versare all’erario circa 300 milioni di sterline di IVA regolarmente incassati, ma deviati fiscalmente verso i piu’ benevoli lidi lussemburghesi.
La piu’ nota e apparentemente ragionevole base per calcolare in modo relativamente corretto a fini fiscali i profitti e quindi le tasse di un’impresa multinazionale in un qualche paese appare quella che e’ nota come ‘formula del Massachussets’, che prende in considerazione tre elementi dei bilanci di un’impresa a ciascuno dei quali la formula da uguale peso; essi sono le vendite, il costo del lavoro, il totale attivita’ di bilancio svolti in un paese rispetto al totale dell’impresa su scala globale per i tre parametri.
Nonostante che la formula presenti qualche problema, sembra proprio che essa possa essere una base ragionevole per il calcolo delle imposte nei vari stati.Chissa’ se si fara’ poi veramente qualcosa in Gran Bretagna come in Italia per provare ad applicarla.
(Tratto da: http://www.finansol.it)
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