L’intervista di Tringali a byoblu.com, il 17 ottobre
Internet e’ uno strumento fantastico. Consente di accedere a molte fonti ufficiali di informazione, senza sorbirsi le mediazioni e le distorsioni del cosiddetto mainstream.Le fonti ufficiali sono costituite, per esempio, dalle analisi, i grafici e le statistiche costruite dagli uffici di enti ed istituzioni quali l’Istat, la Corte dei Conti, le Camere, e cosi via. Prima di internet, queste fonti erano raggiungibili quasi esclusivamente dagli operatori del mainstream. E quando raccontavano balle, i cittadini non avevano molti mezzi per accorgersene.E’ anche per questo che cercano in ogni modo di mettere il bavaglio ai blog indipendenti. Perche’ grazie aidati ufficiali possiamo svelare l’enormita’ delle balle che ci propinano: ovvero che per uscire dalla crisi dobbiamo ‘fare sacrifici’, diminuire il debito pubblico e realizzare ‘riforme’ simili a quelle della ‘virtuosa’ Germania.
Ho affrontato questo tema nella mia recente video-intervista a byoblu, che ha suscitato un ampio e vivace dibattito, sia sul blogche su youtube. Il che mi ha dato l’opportunita’ di offrire alcuni chiarimenti ed una precisazione su quanto avevo affermato nel video, circa il fatto cioe’ che la maggior competitivita’ della Germania rispetto ai PIIGS, tra cui l’Italia, si basa principalmente sulla capacita’ del governo tedesco di tenere bassa l’inflazione contenendo i salari e comprimendo i diritti dei lavoratori.
Ora, alla documentazione che ho gia’ fornito, costituita prevalentemente da analisi ed interventi di esperti economisti, aggiungiamo i dati ufficiali della Commissione Europea sull’evoluzione della competitivita’ in diversi Paesi dell’eurozona nel periodo successivo all’introduzione della moneta unica. Possiamo cosi mettere a fuoco i motivi per i quali, dal 2000 in poi, la Germania ha visto aumentare la propria competitivita’ rispetto ai PIIGS, i quali, non potendo svalutare la propria moneta rispetto a quella tedesca, appaiono incapaci di recuperare le quote di mercato perdute e si avvitano sempre piu’ nella crisi.I dati raccolti dalla Commissione Europea si trovano scorrendo la documentazione parlamentare relativa alle modifiche al modello di Documento di Economia e Finanza (DEF) introdotte nel 2011, dove leggiamo che in esso, cioe’ nel DEF, deve essere contenuto il Piano Nazionale di Riforme (PNR).
Il PNR, che costituisce la piu’ rilevante novita’ del DEF, e’ un documento strategico che definisce gli interventi da adottare per il raggiungimento degli obiettivi nazionali di crescita, produttivita’, occupazione e sostenibilita’ delineati dalla cosiddetta ‘Strategia Europa 2020’. Tra le altre cose, il PNR indica gli squilibri macroeconomici nazionali e i fattori di natura macroeconomica che incidono sulla competitivita’ dei diversi Stati. E’ undocumento che viene redatto in strettissima collaborazione con le istituzione europee, seguendo il calendario del cosiddetto ‘Semestre europeo’.
L’indicatore utilizzato per verificare le evoluzioni della competitivita’ e’ il tasso di cambio effettivo reale, che puo’ essere costruito sulla base di vari indicatori diversi.Il tasso di cambio reale si determina ponderando l’andamento degli indicatori di prezzo (o di costo) che si decide di considerare, con le variazioni del tasso di cambio.Si ha perdita di competitivita’ quando un aumento dei prezzi interni rispetto alla media dei prezzi internazionali non e’ compensato da una svalutazione del cambio di pari ammontare (cioe’, in sostanza: perdiamo competitivita’ quando i nostri prezzi aumentano piu’ di quanto aumentino negli altri Paesi, perche’ chi acquista dall’estero iniziera’ a trovare vantaggioso comprare da altri Paesi esportatori, che sono ovviamente quelli dove i prezzi sono cresciuti di meno. Naturalmente cio’ accade perche’ non possiamo svalutare la moneta nazionale, se potessimo farlo, i potenziali acquirenti esteri potrebbero continuare a trovare vantaggioso comprare da noi).
Il PNR propone quattro misurazione del cambio reale, basate sull’utilizzo dei seguenti indici (Non spaventatevi, sotto ai relativi grafici trovate la spiegazione delle varie sigle):
- L’indice IPCA dei prezzi al consumo;
- Il costo del lavoro per unita’ di prodotto (CLUP);
- Il deflatore del PIL;
- L’indice dei prezzi alle esportazioni.
Queste rilevazioni sono di particolare importanza per noi perche’ riguardano proprio il periodo che ci interessa, dacche’ misurano le variazioni degli indici dall’anno 2000 in poi.In pratica, per i Paesi presi in considerazione, si prende il valore che l’indice considerato aveva nell’anno 1999 e lo si pone uguale a 100. Poi si misurano le variazioni negli anni successivi. Il risultato sono i grafici che seguono, i quali mostrano gli andamenti relativi agli indici di Germania, Francia, Italia, Spagna e alla media dell’area-euro, indicata con AE.Ecco quindi i dati di cui abbiamo bisogno per capire perche’ la Germania aumenta la sua competitivita’ a discapito dei PIIGS e per comprendere, quindi, molte delle ragioni di fondo della crisi attuale. Vediamoli:
Figura 1 – Tasso di cambio reale basato su indice IPCA.Da wiki: questo indice e’ stato sviluppato per assicurare una misura dell’inflazione che fosse comparabile a livello europeo; l’indice, riferito alla stessa popolazione ed allo stesso territorio dell’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettivita’, e’ pero’ calcolato in relazione ad un paniere di beni e servizi costruito tenendo conto sia delle particolarita’ di ogni paese sia di regole comuni per la ponderazione dei beni che compongono tale paniere.
Ricordiamo che un aumento dell’indice rappresenta una perdita di competitivita’.
Figura 2 – Tasso di cambio reale basato sul costo del lavoro per unita’ di prodotto.Dal blog di Alberto Bagnai: Il CLUP e’ il costo del lavoro per unita’ di prodotto, ed e’ dato dal rapporto di due rapporti: (redditi da lavoro dipendente/occupati dipendenti)/(valore aggiunto totale/occupati totali). Si tratta, cioe’, del rapporto fra redditi unitari da lavoro dipendente (il costo del lavoro per addetto), e produttivita’ media del lavoro (il prodotto per addetto).
Ricordiamo che un aumento dell’indice rappresenta una perdita di competitivita’.
Figura 3 – Tasso di cambio reale basato sul deflatore del PIL.Il deflatore del PIL e’ il numero indice che esprime il rapporto tra PIL nominale (cioe’ il PIL calcolato a prezzi correnti) PIL reale (cioe’ il PIL calcolato a ‘prezzi costanti’, depurandolo dall’inflazione). Piu’ il valore del deflatore e’ alto, piu’ la crescita del PIL indica meramente un aumento dei prezzi invece che un aumento reale del volume degli scambi.
Ricordiamo che un aumento dell’indice rappresenta una perdita di competitivita’.
Figura 4 – Tasso di cambio reale basato sui prezzi alle esportazioni.Ricordiamo che un aumento dell’indice rappresenta una perdita di competitivita’.
Tutte queste rilevazioni indicano una perdita di competitivita’ da parte dell’Italia rispetto alla nazione tedesca, ma essa appare piu’ accentuata nei grafici relativi al CLUP e i prezzi alle esportazioni, tanto che il documento dal quale abbiamo estratto i grafici riporta: ‘La perdita di competitivita’ risulta piu’ pronunciata se si considera il tasso di cambio basato sul clup o sui prezzi delle esportazioni. Tali indicatori evidenziano come l’Italia subisca un’erosione della competitivita’ sui mercati internazionali da ormai un decennio: nella misura utilizzata dal PNR (tasso di cambio effettivo ponderato in base al CLUP), questa perdita di competitivita’ raggiunge circa il 15% [Secondo l’analisi del PNR, nel 2010 si e’ registrato un incremento del clup rispetto al valore dei tre anni precedenti del 9,1%.]‘
Dunque anche i dati ufficiali confermano che il problema principale dell’eurozona risiede nel differenziale di inflazione fra i Paesi membri, che sembra determinato, prevalentemente, dal diverso andamento del costo del lavoro per unita’ di prodotto, il quale ha determinato un significativo aumento dei prezzi alle esportazioni in Paesi come l’Italia e la Spagna, rispetto a Francia e Germania.Ecco perche’ la crisi colpisce cosi duramente la Spagna. Perche’ il vero problema e’ la perdita di competitivita’, non certo il debito pubblico. La nazione iberica, infatti, negli anni precedenti alla crisi, presentava un rapporto fra debito/PIL assolutamente basso: 36,2% nel 2007, 39,8% nel 2008. Ed ecco perche’ vogliono imporre anche in Italia i licenziamenti facili, le deroghe alle tutele sancite dai Contratti Nazionali di Lavoro, la precarieta’ a vita: perche’ tutto questo, azzerando il potere contrattuale dei lavoratori e costringendo gli italiani a lavorare di piu’ guadagnando di meno, permette di abbassare il CLUP e alzare i profitti.
Immagino gia’ l’obiezione del difensore dell’euro di turno: ‘E va bene, hai ragione, la Germania ha guadagnato competitivita’ abbassando il CLUP contenendo i salari, ma noi possiamo raggiungere lo stesso risultato attraverso un’altra via! In Italia ci sono troppe tasse, abbassiamole! Giu’ il cuneo fiscale!‘Purtroppo questa strada non puo’ condurre fuori dalla crisi. Perche’?
Abbiamo visto che il problema dell’eurozona e’ il differenziale di inflazione e competitivita’ che i PIIGS scontano rispetto alla Germania. Dunque, per considerare che l’abbassamento del cuneo fiscale rappresenti una strada efficace per l’uscita dalla crisi dovrebbero essere vere due premesse:
- l’andamento del valore del cuneo fiscale nel periodo successivo all’introduzione della moneta unica dovrebbe aver avuto un ruolo importante nel determinare l’aumento di competitivita’ della Germania;
- dovrebbe esistere un buon ‘margine di manovra’ per l’Italia rispetto alla nazione tedesca, cioe’ le tasse sul lavoro in Italia dovrebbero essere significativamente piu’ alte che in Germania.
Anche in questo caso, e’ sufficiente dare uno sguardo ai dati ufficiali della Commissione Europea per capire la situazione, e per rendersi conto che nessuna delle due premesse e’ verificata.In effetti, in Italia, il cuneo fiscale presenta un valore abbastanza elevato, ma fra i pochi Paesi che vantano una tassazione sul lavoro ancora maggiore vi e’ proprio la Germania!E se guardiamo agli andamenti dei valori nel periodo compreso fra il 2000 e il 2008 vediamo che le variazioni sono ben poco consistenti. L’Italia oscilla tra il 41,6% e il 43,5%, la Germania fra il 46,6% e il 47,9%:
[Dati estratti dal documento ‘Tax wedge on labour cost’ pubblicato sul sito Eurostat, scaricabile qui]
Adesso spero sia piu’ chiaro per tutti il modo in cui la ‘virtuosa’ Germania ha costruito i suoi successi. Ora, se vogliamo restare nella gabbia dell’euro, tocca a noi fare le stesse ‘riforme’, proseguendo lo scempio iniziato dalla Fornero. Oppure possiamo forzare le sbarre, ed uscire.
(Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it)
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