Guerra democratica, un’illusione che dura da vent’anni

Raccolti in volume gli articoli di Massimo Fini dal 1987 a oggi. Il polemista contro l’idea dei diritti umani imposti con le armi: dalla Serbia alla Libia

Come sa bene chi abbia letto la sua biografia di Catilina, se c’e’ una cosa che Massimo Fini ammira e’ il coraggio. E, sia detto per inciso, c’e’ un po’ da compatirlo, visto che di questi tempi si tratta di merce rara. Ebbene, di coraggio ne ha avuto lui stesso parecchio a dare il via libera alla pubblicazione de La guerra democratica, raccolta di suoi articoli scritti tra il 1987 e il 2012 su varie testate.

 

Massimo Fini, Massimo Fini, “La guerra democratica”, Chiarelettere, pp. 289, € 14,90 Con questo libro in un colpo solo il giornalista attacca due dei capisaldi del politically correct dei nostri anni: il mito della democrazia occidentale in quanto migliore dei sistemi politici possibili per tutti, quindi in qualche modo da esportare costi quel che costi per il bene dei popoli che non la conoscono e non la praticano e quello della protezione dei diritti umani imposta con le armi e quasi sempre coniugata con la “lotta al terrorismo” e le operazioni di “peacekeeping”.

Per spiegare lo spirito dell’opera, conviene forse lasciare la parola all’autore che lo fa da par suo, cioe’ benissimo: “Dopo il collasso del contraltare sovietico le democrazie, Stati Uniti in testa, hanno inanellato, in vent’anni, otto guerre di aggressione. La ‘guerra democratica’ non si dichiara ma si fa, con cattiva coscienza, chiamandola con altri nomi. Col grimaldello dei ‘diritti umani’ si e’ scardinato il diritto internazionale sul presupposto che l’Occidente, in quanto cultura superiore (moderna declinazione del razzismo), portatore di valori universali, i suoi, ha il dovere morale di intervenire ovunque ritenga siano violati. Il nemico, allora, non e’ piu’, schmittianamente, uno ‘iustus hostis’, ma solo e sempre un criminale. Essenzialmente tecnologica, sistemica, digitale, condotta con macchine e robot, la ‘guerra democratica’ evita accuratamente il combattimento, che della guerra e’ l’essenza, perdendo cosi, oltre a ogni epica, ogni dignita’, ogni legittimita’, ogni etica e perfino ogni estetica”.

Si puo’ essere d’accordo oppure no con queste tesi, ma sono comunque parole da meditare in questi giorni in cui cio’ che sta succedendo in Siria scuote le coscienze del mondo e si parla sempre piu’ spesso di un intervento contro il regime di Bashar Assad. La lezione della Libia (anche se le elezioni di questi giorni fanno ben sperare) e’ ancora fresca: un intervento dell’Occidente in difesa dei diritti umani si e’ trasformato rapidamente in un sostegno a favore di una fazione impegnata in una guerra civile (gli insorti). E quello che si e’ ottenuto, dopo il rovesciamento di Gheddafi, e’ una societa’ scossa da scontri tribali in cui i diritti umani, come hanno documentato gli articoli degli inviati del “Corriere”, non sembrano molto piu’ rispettati, con l’unica differenza che ora i perseguitati sono gli ex seguaci del dittatore ucciso.

 

Guerra democratica, un'illusione che dura da vent'anni Civili afghani protestano contro le forze armate americane (marzo 2012) Insomma, che si tratti di grandi temi su cui la riflessione e’ necessaria, e’ indubbio. Cio’ vale soprattutto nel caso dell’Italia, dove un articolo della Costituzione, il numero 11, impedisce le guerre che non siano difensive e quindi aggiunge un ulteriore fattore di grande peso. Di fatto, se Fini ha ragione e quelle dell’Occidente sono guerre di aggressione mascherate, allora molto semplicemente noi italiani non possiamo dirci la verita’ senza mettere in discussione uno dei cardini del nostro diritto e siamo costretti, ancora piu’ degli altri Paesi occidentali, a raccontarci che andiamo in armi in altri Paesi per il loro bene, anche se non e’ vero e almeno una parte delle loro popolazioni non ci vuole. Ma non dirsi la verita’ quando di mezzo ci sono questioni di vita e morte, e’ rischioso: morire senza sapere bene perche’ lo rende insopportabile soprattutto nelle democrazie, che con la possibilita’ di cadere in battaglia (in questo Fini ha ragione) vogliono sempre meno avere a che fare.

Il giudizio di Fini sulle guerre democratiche (Serbia, Kosovo, Kuwait, Afghanistan, Iraq) e’ sferzante e lui e’ un grande polemista: i suoi articoli sono quindi sempre godibili. Raccolti in un libro, pero’, rischiano la ripetitivita’, grande nemico delle antologie monotematiche.

(Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it)

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