Circa undici anni fa, ricorda James K. “Jamie” Galbraith, centinaia di suoi colleghi economisti risero di lui. Davanti a tutti. Alla Casa Bianca. Era l’aprile del 2000, e Galbraith era stato invitato dal Presidente Bill Clinton a parlare in una commissione sul surplus di bilancio. La scelta era caduta su Galbraith per mera logica. Professore di politica presso l’Università del Texas ed ex economista capo della Joint Economic Committee, scriveva di frequente articoli e presiedeva al Congresso.
Ma c’è di più. Suo padre, John Kenneth Galbraith, era stato il più famoso economista della sua generazione: professore ad Harvard, scrittore di best-seller e amico fidato della famiglia Kennedy. Jamie si è fatto carico di proteggere e promuovere l’eredità paterna. Ma se Galbraith spiccava in quella commissione era a causa del suo messaggio non convenzionale. La maggior parte degli economisti considerava il surplus di bilancio come un dato favorevole: un’opportunità per ripagare il debito, tagliare le tasse, rinforzare i diritti acquisiti o per dedicarsi a nuovi programmi di spesa. Lui lo vedeva invece come un pericolo: se il governo ha un surplus, il denaro si accumula nelle casse del governo invece che nelle mani della gente comune e delle aziende, dove dovrebbe essere speso aiutando così l’economia.“Io dicevo che secondo gli economisti la presenza di un surplus significava un aumento della pressione fiscale”, continuava, “e loro con 250 economisti se la ridacchiavano”. Galbraith afferma che la recessione del 2001 – seguita a qualche anno di surplus – ha dimostrato che aveva ragione. (Leggi tutto l’articolo)
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