L’esempio della Grecia ed il benessere della Germania (e il nostro)

Cio’ che sta avvenendo alla Grecia e’ necessario? Non c’e’ una strada diversa?

Al punto in cui siamo ritengo che la situazione sia abbastanza chiara: la Grecia sta venendo sacrificata ad un principio che dice ‘una volta entrati, dall’Euro non si esce’.Il perche’ e’ abbastanza chiaro anch’esso: una moneta dalla quale si esce e si entra facilmente non e’ una moneta affidabile a tal punto da poter ambire a dividersi col Dollaro lo status di valuta di riserva del sistema economico mondiale. Ma soprattutto in tal caso non sarebbero affidabili le istituzioni, non tanto quelle sovranazionali (Unione Europea), ma soprattutto quelle statali (in primo luogo Germania e Francia) che essa ha dietro ed, ancora peggio, le rispettive economie sia reali che finanziarie (banche e borse, ma soprattutto banche).

Ovviamente, questo rischio e’ tanto piu’ forte quanto piu’ e’ grande l’economia dei singoli stati aderenti all’Euro, Germania in primis e gli altri a seguire.La Grecia, paradossalmente, e’ il paese che questo rischio lo sente meno di tutti, vista la limitata dimensione della sua economia (il 2% del PIL europeo), fondata sul turismo (che, a partire dagli anni novanta ha risentito sempre di piu’ dell’accrescersi della pressione competitiva generata dai paesi di nuova industrializzazione turistica del bacino del Mediterraneo, come, del resto, anche l’Italia) e sull’industria armatoriale e dei noli marittimi (messa in ginocchio dalla crisi economica iniziata nel 2008 che ha ridotto i volumi degli scambi internazionali). Cio’ nonostante, l’Unione Europea, il Fondo Monetario Internazionale, la Germania, la Francia, adesso anche l’Italia (con scarsa lungimiranza politica, secondo me) e gran parte della classe politica greca, non hanno dubbi nel sacrificare quel paese al principio per cui l’Euro non si abbandona, costi quel che costi.

E questo anche se la Grecia e, soprattutto, i suoi pessimi governi di centrodestra del passato decennio hanno trovato nell’Euro lo strumento per finanziare l’espansione del debito pubblico a bassi tassi d’interesse fino al momento in cui i mercati non hanno capito che la moneta era comune, ma i debiti pubblici restavano nazionali e senza garanzie da parte dei paesi forti dell’area dell’Euro. In tal modo questa classe politica ha finanziato in deficita’ le Olimpiadi del 2004 e l’estensione di un welfare ben al di sopra delle possibilita’ date dal gettito fiscale, specie in presenza di una fortissima evasione. E per concludere degnamente la sua opera essa ha falsificato i bilanci pubblici per non far conocere il disastro che aveva prodotto e per godersi qualche altro anno il paese di bengodi. Il tutto, fino a che non si e’ scoperta la truffa, col plauso di Germania e Francia le cui imprese avevano costruito gli impianti olimpici o venduto armi alla Grecia (che vive sempre con la paura del vicino turco).

Ma, per quanti difetti esso possa avere, la mia simpatia oggi va al popolo greco che e’ l’ostaggio e la vittima di questa situazione, non certo alla sua classe politica.A questo punto dobbiamo chiederci a chi giova piu’ di tutti l’Euro.La risposta e’: alla Germania. Questo non solo perche’ l’Euro ha eliminato il normale rischio di cambio nell’area in cui la Germania realizza il 60% delle sue esportazioni, ma anche perche’ ha eliminato un altro rischio, vale a dire quello dell’utilizzo della svalutazione della moneta nazionale da parte degli stati per rendere competitive le proprie esportazioni, manovra che noi abbiamo utilizzato un sacco di volte con la Lira, ma anche la Francia col Franco (molte meno volte dell’Italia), ecc.E’ chiaro che una ammirevole e seria economia che ha sempre investito sulla superiore qualita’ dei suoi prodotti, sulla R&S, su relazioni industriali partecipate e su un sistema di welfare generoso ma sostenibile vedeva e vede come concorrenza sleale una svalutazione del cambio che rende molto competitivi sul prezzo i prodotti di altre economie spiazzando i propri (almeno temporaneamente, fino a quando la crescita dei prezzi dei fattori produttivi importati nel paese che ha svalutato non riduce o annulla lo svantaggio).

A mio parere, questo e’ il vantaggio piu’ importante che l’Euro ha portato alla Germania e, ma meno, agli altri paesi del nord Europa. Ed e’ per questo che questi stanno sacrificando la Grecia al principio ‘una volta entrati, dall’Euro non si esce’. Perche’ se passa l’idea che un paese la cui economia non regge l’Euro puo’ uscire dall’Unione Monetaria, tornare alla moneta nazionale e svalutare quest’ultima per rilanciarsi, oggi puo’ toccare ad una economia di scarso peso come la Grecia che darebbe pochi fastidi, ma domani puo’ essere l’Italia o la Spagna (se non addirittura la Francia) che di fastidi (in termini di maggiore concorrenza) all’economia della Germania ne possono dare di enormi.Ma proprio in questo pericolo sta il potere contrattuale di Italia e Spagna (per questa inferiore a quello della prima, avendo un’industria meno sviluppata) per ottenere delle condizioni eque di ripartizione dei costi e dei benefici derivanti da una piu’ profonda unione fra gli stati dell’Europa, specie se esse dimostrano, come stanno facendo, di poter ripagare senza eccessivi problemi i loro debiti pubblici.

Il punto debole di questi paesi, ‘club med’ o ‘PIIGS’ che li si voglia chiamare, ma in realta’ dell’intera area dell’Euro e’ che un modello di sviluppo basato sull’export puo’ andare bene per alcuni, ma non per tutti dato che, come hanno osservato tanti commentatori, gli avanzi commerciali di alcuni sono i deficita’ commerciali di altri. E sin dai tempi di David Ricardo si sa che una nazione in deficita’ commerciale perde ricchezza a favore dei paesi in avanzo. Inoltre, come abbiamo detto prima, nell’area dell’Euro e’ preclusa la possibilita’ di svalutare la moneta nazionale per rilanciare le esportazioni. L’unica possibilita’ di aumentare l’export e’ quindi quella di costruire una specializzazione produttiva di tale livello qualitativo da essere competitiva col resto del mondo. Ma una operazione simile non la si realizza in tempi brevi oppure per decreto.

Per tutti questi motivi e’ giusto che nella unione monetaria ed economica dell’Europa ci siano dei meccanismi di solidarieta’ fra i paesi che piu’ ne traggono benefici e gli altri che ne traggono di meno, anzi questi meccanismi sono necessari per non fare esplodere l’Unione.Questa deduzione ci porta anche ad un’altra riflessione, cioe’ al danno che ha ricevuto l’Italia dal fatto che da molti anni non si fa piu’ una politica industriale, cioe’ una politica che punti a fare crescere alcuni settori economici piu’ promettenti, piu’ tecnologicamente avanzati, piu’ competitivi tali da cambiare la nostra specializzazione produttiva sui prodotti tradizionali a basso valore aggiunto (a cui conseguono, ricordiamolo, salari piu’ bassi: i famosi ‘salari tedeschi’ sono resi possibili dal ‘valore aggiunto dei prodotti tedeschi’). Quelle sul ‘made in Italy’ sono in gran parte, anche se non del tutto, chiacchere autoconsolatorie.Oltre a tutto questo, l’Euro impedisce anche di ricorrere all’aumento della spesa pubblica per sostenere la domanda interna, sia direttamente accrescendo la spesa corrente (e questo e’ un bene per i paesi con un forte debito pubblico, come la Grecia e l’Italia), sia indirettamente attraverso gli investimenti (e questo e’ un male che bisogna superare per avere qualche chance di crescita, con l’esclusione di queste spese dal calcolo degli obbiettivi europei di deficita’ pubblico dei singoli stati e/o attraverso il finanziamento di esse con gli Eurobond). Insomma, l’Euro rischia di trasformarsi in una gabbia o, per dirla con la mitologia greca classica, in un ‘letto di Procuste’ per le economie non fondate sull’export, come la Grecia ma, un domani anche per l’Italia, che negli ultimi venti anni ha visto calare la sua quota di mercato nel commercio internazionale ed andare in rosso la sua bilancia di pagamenti (per cui il nostro paese e’ uno di quelli che perde ricchezza a favore degli altri con cui ha rapporti economici e finanziari).E’ per questo motivo che il piano di aiuti alla Grecia basato su un prestito da 130 miliardi di Euro finalizzato a far diminuire e ripagare il debito, senza che vi sia un Euro destinato agli investimenti e quindi alla crescita, non puo’ funzionare: il paese sprofondera’ ancora di piu’ in una recessione senza speranza a causa dei fortissimi tagli alla spesa pubblica imposti dai paesi prestatori. Il fatto poi che il debito greco venga comunque decurtato del 53,5% del suo valore nominale (per un importo di 107 miliardi di Euro) a cui si aggiungono le riduzioni degli interessi dimostra, a mio parere, che gli effetti sistemici tanto temuti (e strombazzati) dai governi sulle banche tedesche e francesi esposte con Atene in realta’ erano del tutto controllabili dagli stati interessati e dalla BCE e che, in realta’ e come abbiamo detto prima, la Grecia sta venendo sacrificata al principio per cui dall’Euro non si puo’ uscire. Insomma, la Grecia assomiglia sempre di piu’ ad un ammalato che debba subire una gravissima operazione, che debba essere tagliato (e ricucito) da capo a piedi, ma senza anestesia (la svalutazione) e senza farmaci di sostegno (risorse per investimenti). Penso che molto meglio sarebbe stato, per quel paese, per l’Europa ed, in particolare, per l’area dell’Euro, permettergli di tornare alla Dracma, di svalutare la moneta per rilanciare l’export, tenerlo nell’Unione ed aumentare la sua dotazione di risorse dei fondi strutturali per rilanciarne la domanda interna attraverso gli investimenti. Lo Stato greco sarebbe fallito ed avrebbe dovuto affrontare enormi sacrifici ed una profonda riorganizzazione sia sua che della sua economia, ma avrebbe avuto degli strumenti che avrebbero dato al suo popolo qualche sollievo significativo. Invece, con quello che sta avvenendo, ci sono solo i sacrifici e nessun sollievo. Per tornare all’Italia, come sarebbe stata la depressione 1992-1995 se non avessimo svalutato la Lira del 30% nel 1992 e rilanciato l’export? Oggi puo’ succedere che i popoli del sud Europa si accorgano che svenarsi per garantire il benessere della Germania, della Francia e di altri paesi del nord Europa non e’ un affare conveniente.Per concludere, io non credo che all’Europa serva una Grecia economicamente e socialmente morta, ritengo che la campana che oggi suona per lei suoni anche per altri e per noi italiani in particolare e spero che, anche nel nostro interesse, il popolo greco riesca a fare saltare il banco, nonostante il gravissimo tentativo di rimandare le elezioni (se cio’ succedera’ potremo dire che davvero l’economia ha annientato la politica), ed a riprendersi la sovranita’ che gli appartiene. Meglio un paese povero e sovrano che povero e colonia di qualcun altro. A cio’ voglio aggiungere che nei rapporti fra Grecia e Germania grava il terribile precedente dell’occupazione nazista (e fascista) dal 1941 al 1945 quando l’economia greca fu saccheggiata ed i greci morirono per fame a centinaia di migliaia. La Germania deve ancora finire di pagare i danni di guerra alla Grecia. Per chi voglia informarsi sull’argomento rimando alla lettura del Capitolo XXII di quel grande libro che e’ ‘Storia d’Italia nella guerra fascista’ (Edizioni Laterza) del mai abbastanza compianto Giorgio Bocca, uno che ci ha insegnato a pensare con la nostra testa.E che la situazione attuale sia politicamente molto grave lo dimostra anche quanto scritto da Eugenio Scalfari su Repubblica del 19 Febbraio u.s. dove ha invitato la Germania a ricordarsi ed a non ricordare agli altri che, per quante ragioni valide possa avere per agire in questo modo nel momento attuale, essa e’ stata il nemico pubblico numero uno del novecento avendo causato due guerre mondiali ed un genocidio. Anche se io non credo che la Germania persegua oggi un disegno politico egemonico sull’Europa, ma voglia solo garantire le condizioni su cui si basano la sua competitivita’ ed il proprio attuale benessere (ma questa, ovviamente, e’ politica), quando ho letto cio’ che Scalfari aveva scritto sono saltato sulla sedia. (Tratto da: http://www.finansol.it)

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