I tempi duri che ci attendono non implicano che si debba per forza lavorare piu’ a lungo e piu’ intensamente.
Agli economisti piace dare la caccia alle fallacie della logica economica, e gli economisti non ortodossi in particolare sono degli specialisti in questo sport. La famosa massima di Adam Smith, secondo la quale il comportamento egoista degli individui produce il bene comune, e’ una fallacia molto diffusa.
E’ stata sfatata in maniera spettacolare dalla crisi del 2008, quando il comportamento egoista dell’1% ha portato al collasso l’intera l’economia mondiale.
Il paradosso del risparmio di Keynes e’ un altro ben noto caso di falsa credenza smascherata. Il pensiero comune ritiene che se la gente cerca di risparmiare maggiormente per far fronte alla stagnazione, cio’ fara’ calare i tassi di interesse, stimolando cosi gli investimenti che creano occupazione e crescita. Keynes invece mostra come maggiori risparmi, in assenza di una sufficiente domanda, di fatto condurrebbero a una riduzione degli investimenti, una contrazione del prodotto totale, e, alla fine, a minori vantaggi per i risparmiatori stessi.
In circolazione troviamo un’altra fallacia analoga, che grosso modo ripete il refrain secondo il quale nei momenti difficili occorre che si lavori piu’ a lungo e piu’ intensamente. La conferenza voluta dal Nef che terro’ oggi (l’11 gennaio NDT) a Londra abbraccera’ il tema dell’orario di lavoro. I paesi ricchi dovrebbero considerare di innalzare o di ridurre l’orario di lavoro?
Alla luce delle apparenze l’approccio pro intensificazione sembra sensato. La recessione ha ridotto redditi e crescita. Per l’individuo, provare a lavorare di piu’ e’ dunque ragionevole – visto che le condizioni future del mercato del lavoro appaiono molto incerte. E i ritorni futuri della detenzione di asset finanziari sono anche piu’ bassi. I prezzi delle case sono in calo. In una nazione che sta sperimentando una fase di relativo declino l’idea di mettersi sotto a lavorare sodo appare intuitivamente sensata.
Ma agire in massa in questo senso rischia di scatenare le forze che operano nell’opposta direzione. Proprio ora noi stiamo vivendo una fase in cui il mercato del lavoro e’ congestionato, nei paesi Ocse cosi come nel resto del mondo. L’economista del lavoro Richard Freeman ha stimato che lo scorso decennio l’offerta di lavoro effettiva sia raddoppiata, passando da 1,46 miliardi a 2,92 miliardi. Se le persone offrono piu’ ore sul mercato i salari diminuiscono e la disoccupazione aumenta. L’eccesso di offerta di lavoro inoltre erode gli investimenti e l’innovazione, che crescono quando il lavoro e’ relativamente scarso rispetto al capitale.
I critici grideranno che stiamo cadendo nella fallacia del blocco dei posti di lavoro[1]. Che e’ il supposto errore che commetterebbero quelli che come me invocano una riduzione dell’orario di lavoro nei periodi di alta disoccupazione. I critici credono che il mercato possa sempre provvedere a offrire sufficiente lavoro per chiunque lo voglia.
Ma e’ giunta l’ora di chiedersi se abbiano ragione. Non c’e’ molto da discutere sul fatto che l’area Ocse stessa si trovi ora in un mondo keynesiano di bassa domanda aggregata, inefficace politica monetaria e pessimismo degli investitori. E la riduzione dei deficita’ di bilancio rende questi problemi piu’ gravi. Le corporation sono sedute su un’enorme quantita’ di riserve liquide, ma non hanno nessuna intenzione di investirla, il che sta a significare che l’abbassamento dei salari non fara’ diminuire la tensione sul mercato del lavoro e non creera’ nuova occupazione.
Nei modelli dell’economia neoclassica isi ipotizza che periodi come questo non esistano. Ma quando noi di fatto ci siamo immersi, si rende necessario riconoscere che le misure che comportano un orario di lavoro piu’ lungo possono essere controproducenti causando maggiore disoccupazione e pessimismo negli investitori.
Similmente, rispondere ai deficita’ di bilancio dei programmi pensionistici chiedendo alle persone di restare piu’ a lungo nella forza lavoro squilibra il mercato creando maggiore domanda per un numero limitato di lavori. Qualche volta capita che ci siano degli impedimenti nella creazione di posti di lavoro, e a noi sta capitando di vivere in uno di questi dolorosi periodi.
Per la maggior parte degli ultimi 150 anni le nazioni dell’emisfero nord del pianeta hanno mantenuto l’equilibrio sui mercati del lavoro in parte attraverso la continua riduzione dell’orario di lavoro. Questi incrementi del tempo libero sono basati sull’aumento della produttivita’ del lavoro. Ma recentemente Usa, Giappone e Regno Unito hanno fatto ben meno in questo campo rispetto alle altre nazioni ricche. Negli Stati Uniti le ore lavorate stanno in realta’ aumentando, e cio’ e’ parte della spiegazione del perche’ disoccupazione e sottoccupazione siano a livelli cosi alti. La riduzione del tempo di lavoro e’ diventata un altro bersaglio critico di quella politica di austerita’ che si ostina a cadere sempre negli stessi errori. E’ giunta l’ora di cambiarla, e di riconoscere che quando si tratta di ore di lavoro, meno e’ in realta’ di piu’.
Originariamente pubblicato sul Guardian Sustainable Business blog.
Tratto da www.neweconomics.org.
Traduzione per Megachip a cura di Piergiuseppe Mulas.
Juliet Schor e’ Professoressa di Sociologia al Boston College, e’ relatrice all’evento del nef denominato About Time
[1] ‘The lump of labour fallacy’ e’ nota presso gli economisti come la falsa credenza secondo la quale i lavori che devono essere svolti sono un numero finito, e per cui un aumento di cio’ che un lavoratore produce non puo’ che causare disoccupazione.
(Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it)
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