Il disastro italiano – parte 2

(Fonte: znetitaly.altervista.org) This entry is part 2 of 2 in the series

di Perry Anderson ” 19 maggio 2014

I sondaggi avevano indicato per un certo periodo che il centrodestra deteneva un costante primo posto nelle intenzioni di voto ed era certo di vendicare l’umiliazione del 2008. Monti si era dimostrato un flop. Berlusconi era sempre piu’ screditato e la coalizione di centrodestra si era divisa in tre. Non solo Fini aveva rotto con Berlusconi, ma anche Bossi lo aveva abbandonato, rifiutandosi di offrire sostegno al governo mondo prima di trovarsi anch’egli travolto da uno scandalo di corruzione e messo da parte in una Lega molto indebolita. Arrivati all’autunno, le tre parti separate dell’ex coalizione attiravano a malapena un quarto dell’elettorato.

Il centrosinistra, pur se esso stesso lungi dal prosperare, era in forma migliore. Il rinominato Partito Democratico, nato da una fusione tra i resti di quello che un tempo era stato il Comunismo Italiano e un’ala della Democrazia Cristiana, aveva conseguito risultati disastrosi nel 2008, sotto l’insignificante leader Walter Veltroni, agli occhi amorevoli di Napolitano l’Obama ante litteram. Dopo le dimissioni di Veltroni il PD ha acquisito un nuovo leader, Pierluigi Bersani, dai ranghi degli amministratori dell’Emilia dell’ex PCI e un cambio d’immagine in meglio, dallo scialbo all’impassibile. Senza essere un ispiratore, la leadership di Bersani ha almeno evitato un’ulteriore caduta del sostegno al partito, lasciandolo a un livello abbastanza stabile nei sondaggi d’opinione, ben davanti al centrodestra. Nell’autunno del 2012, sfidato dal giovane sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che si era fatto un nome sollecitando la rottamazione dell’intera vecchia generazione dei politici, Bersani lo ha sconfitto comodamente alle primarie del partito, sulla base di una considerevole affluenza che ha fatto salire la credibilita’ del PD, migliorando il suo primo posto nei sondaggi.

Restava un’incognita. Tre anni prima il comico Beppe Grillo aveva lanciato un movimento contro il sistema politico che aveva ottenuto alcuni successi in elezioni locali. Non era chiaro quanto seriamente andasse preso. Ma poiche’ nulla di simile esisteva in Europa e non c’erano precedenti per giudicarlo, non poteva essere ignorato. Grillo aveva cominciato da cabarettista negli anni ’70, passando a programmi televisivi popolari la cui lama politica si era gradualmente affilata. Nel 1986, dopo aver fatto una battuta sul fatto che a un banchetto per Craxi a Pechino uno dei suoi luogotenenti gli aveva chiesto sconcertato se qui tutti sono socialisti, a chi rubano?’, Grillo era stato cancellato dai canali pubblici. Non era la sua sola previsione su quello che stava per succedere. Negli anni ’90 si e’ sempre piu’ esibito in teatri e piazze in monologhi con un forte calco ambientalista, denunciando gli innumerevoli scandali del periodo con un misto di crude volgarita’ e umorismo feroce.

Il suo pubblico e’ cresciuto e poi ha fatto un balzo quando ha cominciato a usare Internet come mezzo alternativo per demolizioni stroncanti dell’ordine dominante e del suo personale, di centrodestra e centrosinistra, tanto della televisione quanto della stampa. Il suo blog e’ diventato un successo istantaneo. Schiavi moderni’, un libro ricavato dalle risposte dei lettori al blog, ha allargato i suoi bersagli al destino del lavoro precario in Italia. A quel punto stava collaborando strettamente con un specialista software, Gianroberto Casaleggio, e nel 2009 i due hanno lanciato il Movimento 5 Stelle come rivolta contro il sistema politico. Le stelle stavano per i temi chiave che intendevano promuovere: acqua (sotto minaccia di privatizzazione), ambiente, trasporti, connettivita’ e sviluppo. I candidati del M5S che correvano per le elezioni dovevano impegnarsi ” cosa unica nel mondo ” a non apparire in televisione e, se fossero stati eletti, a ridurre i loro stipendi parlamentari al salario medio, destinando il resto a fini pubblici. Lo stesso Grillo era inibito dal candidarsi al Parlamento a causa di una condanna per omicidio colposo quando aveva trent’anni, quando il suo fuoristrada era caduto in un burrone scivolando sul ghiaccio e uccidendo tre dei passeggeri. Ma non era inibito dal condurre la campagna elettorale. Girando per tutto il paese in uno Tsunami Tour che ha toccato circa ottanta citta’, la sua brizzolata capigliatura battagliera ormai familiare a tutti, ha attaccato non solo le due caste’ ” politici e giornalisti ” dell’Italia, ma anche la dirigenza burocratica e bancaria europea in generale, il suo ordine di austerita’ neoliberista e la moneta unica. Grandi folle di impegnati o curiosi hanno affollato i suoi incontri.

Quando sono arrivati i risultati, il PD ha subito un doppio shock. Anche se la coalizione residua di Berlusconi era crollata di sette milioni di voti, la sua resistenza come propagandista aveva portato il centrodestra, che all’inizio sembrava una causa persa, a un soffio dalla vittoria: solo lo 0,35 per cento dietro il centrosinistra, anch’esso sceso di piu’ di tre milioni di voti e con nessuno dei due blocchi che aveva raggiunto almeno il 30 per cento del voto totale. Il M5S, d’altro canto, era passato da zero al 25 per cento diventando ” escludendo il voto all’estero ” il maggiore partito singolo del paese, attirando elettori da entrambi i campi tradizionali.  Il motto di Grillo in tre passi per sollevare una rivolta popolare ” risate, informazione, azione politica ” si era dimostrato sorprendentemente efficace. I grillini avevano ottenuto piu’ voti, sia del centrodestra sia del centrosinistra, dai lavoratori manuali, dai piccoli imprenditori, dagli autonomi, dagli studenti e dai disoccupati; il centrodestra aveva prevalso solo tra le donne di casa, il centrosinistra tra i pensionati e gli impiegati.

Tale era l’aritmetica elettorale. I numeri in parlamento erano un’altra faccenda. Centrale per la Seconda Repubblica era stato, al suo inizio nel 1993, un cambiamento del sistema elettorale: l’abolizione della rappresentanza proporzionale a favore di un sistema maggioritario largamente in stile anglosassone . Nessun altro cambiamento era stato sollecitato piu’ appassionatamente, come chiave per un governo responsabile ed efficiente, dal pensiero unico dell’epoca. Non ne era seguito nulla del genere. Un decennio dopo, nel 2005, la coalizione di centrodestra in carica, temendo la sconfitta sotto tale sistema ” di cui in precedenza aveva beneficiato ” lo aveva modificato in un sistema formalmente proporzionale, ma integrato da un premio che dava a qualsiasi coalizione ottenesse i maggiori voti, indipendentemente dalla percentuale dei voti ricevuti, un premio automatico del 54 per cento dei seggi alla Camera. Descritto sprezzantemente come una porcata persino dal ministro responsabile di averlo ideato, il paladino della Lega Nord Roberto Calderoli, il Porcellum, come era divenuto noto, era il discendente di due altre famigerate distorsioni della volonta’ popolare in Italia: la Legge Acerbo del 1923, fatta approvare da Mussolini per consolidare il suo governo, che assegnava due terzi dei seggi al parlamento a qualsiasi partito avesse la maggioranza dei voti sopra una soglia del 25 per cento, e la Legge Truffa di Scelba del 1953, che assegnava il 65 per cento dei seggi a qualsiasi coalizione ottenesse piu’ del 50 per cento dei voti e che fu cosi impopolare che dovette essere abrogata una volta che la coalizione democrazia al governo non ottenne il richiesto 50 piu’ uno dei voti nelle sole elezioni tenutesi regolate da essa. Il Porcellum era meno generoso dei suoi predecessori fascista e democristiano nella misura del premio ” il 54 contro il 65/66 dei deputati ” ma anche meno esigente nei presupposti per ottenerlo, non essendo necessario nemmeno un quarto dei voti per avere piu’ di meta’ dei seggi alla Camera.

Nel 2013 cio’ si e’ tradotto nel fatto che il centrosinistra ” che anche ai suoi stessi occhi aveva ottenuto risultati disastrosi ai seggi ” nonostante cio’, in virtu’ del suo minuscolo margine di vantaggio, ha ottenuto una schiacciante maggioranza di deputati: 345 rispetto ai 125 del centrodestra e ai 109 del M5S, su 630. Ma la cosa non ha aperto la via al governo. Poiche’ in base alla costituzione il Senato ” i cui poteri sono di uguale livello ” richiede una base elettorale regionale. Il premio assegnato dal Porcellum su base nazionale non poteva percio’ applicarsi a esso, come ha segnalato Ciampi, che era presidente quando il Porcellum e’ stato introdotto. Doveva invece andare alla coalizione con il numero maggiore dei voti in ciascuna regione. Il risultato era molto meno favorevole al PD che aveva ottenuto non piu’ di 123 seggi su 315. Formare un governo necessitava di un voto di fiducia in entrambe le Camere.

Per crearne uno Bersani doveva concludere un accordo ” di coalizione o di tolleranza ” con Berlusconi o Grillo. Il primo era un anatema per la base del PD, cosi ha tentato con il secondo. Ma Grillo non era interessato. Per il M5S il risultato ideale dello stallo post-elettorale era un governo congiunto Berlusconi-Bersani, a dimostrazione della sua affermazione che centrodestra e centrosinistra erano due facce della stessa medaglia (essendo PDL l’acronimo del partito di Berlusconi, Grillo si riferiva a quello di Bersani come PD meno L’) nei confronti della quale il M5S era l’unica opposizione autentica. Cio’ lasciava la scelta di un governo di minoranza di centrosinistra basato su una tolleranza ad hoc sulle sue misure. Napolitano, il cui invito era necessario per presentare un governo all’investitura in parlamento, ha rifiutato cio’. Insoddisfatto che il governo che Monti aveva messo insieme, appoggiato sia dal centrosinistra sia dal centrodestra, fosse arrivato a una fine prematura, ne ha voluto una riedizione. Coerente con una carriera di adesione a quali che fossero i poteri forti del momento, per lui ora si trattava della UE le cui direttive erano la pietra di paragone della responsabilita’. Dunque l’imperativo era un governo bipartisan che proteggesse dal malcontento populista la stabilita’ e l’austerita’ richieste da Francoforte e Bruxelles. Di fronte a questa prospettiva Bersani si e’ impuntato. Non era in vista alcuna soluzione allo stallo quando ” dopo sei settimane di trattative post-elettorali ” e’ venuto a scadenza il mandato di Napolitano. La stampa si e’ riempita di editoriali che lo supplicavano di accettare un secondo mandato come unico argine contro il caos. Ma era una regola non scritta che nessun presidente italiano avesse piu’ di un mandato e Napolitano ha rifiutato ripetutamente e categoricamente tale idea. Aveva compiuto il suo dovere e stava facendo le valigie.

Nel farlo ha reso un ultimo servizio. Il 5 aprile ha graziato il colonnello statunitense Joseph Romano, condannato in contumacia a sette anni per la sua parte nel rapimento a Milano di un religioso egiziano che era stato poi spedito al Cairo su un aereo militare statunitense per esservi torturato per mesi dalla polizia di Mubarak. Costituzionalmente la grazia presidenziale puo’ essere concessa solo per motivi umanitari’ e non per motivi politici’. Romano non aveva passato in prigione neppure un giorno, essendo fuggito dal paese. Ma Obama aveva personalmente richiesto che si chiudesse un occhio sulla sua bagatella e Napolitano non ha esitato, come tanto spesso in precedenza, a violare la costituzione, spiegando di aver graziato Romano per ovviare a una situazione di evidente delicatezza con un paese amico’. Il feudatario era cambiato e anche i reati. L’atteggiamento nei confronti del potere piu’ elevato no.

Il presidente italiano e’ eletto da una sessione congiunta delle due Camere del Parlamento, piu’ rappresentanti delle regioni, a scrutinio segreto. Per l’elezione e’ necessaria una maggioranza di due terzi nelle prime tre votazioni e successivamente una maggioranza semplice. Poiche’ il voto e’ segreto la disciplina di partito e’ debole e possono essere necessarie molte votazioni per produrre un candidato vincente. Nel 2006 Napolitano era passato al quarto voto. Nel 2013 gli elettori erano 1.007, richiedendo 672 voti nel primo gruppo di votazioni e 504 poi. Il centrosinistra ne aveva 493, una posizione di partenza di una forza senza precedenti. Ma poiche’ il presidente deve essere super partes, la consuetudine vuole che un candidato vincente debba godere di un certo livello di consenso trasversale. Il PD ha cosi cercato un accordo con il centrodestra su una figura che entrambi potessero appoggiare. E’ stato scelto Franco Marini, un veterano della Democrazia Cristiana ed ex presidente del Senato. Immediatamente attaccato come fossile screditato da Renzi, la cui fazione nel PD ha disertato, ha ottenuto 521 voti, molto meno di due terzi ma sufficienti nel caso di maggioranza semplice.

Innervosito da questo intoppo, anziche’ tener duro fino alla quarta votazione il PD ha abbandonato Marini e ha votato disordinatamente scheda bianca nei due turni successivi, in cui il giurista Stefano Rodota’, proposto dal M5S, e’ arrivato primo con 230 e 250 voti. Grillo, abbandonando il suo rifiuto di avere qualsiasi cosa a che fare con il PD, si e’ appellato a esso perche’ unisse le forze con il M5S per eleggere Rodota’ alla votazione successiva, lasciando intendere che se cio’ fosse stato fatto, sarebbe stata possibile una collaborazione tra i due in vista di un accordo su un governo. Rodota’ non era una scelta settaria; largamente rispettato era egli stesso un ex presidente della precedente incarnazione del PD. Ma da puntiglioso quanto alla legalita’ costituzionale non era accettabile per il partito che era diventato, che temeva che potesse impedire le modifiche istituzionale che aveva in mente, per non parlare della distruzione di qualsiasi intesa con Berlusconi per il quale egli costituiva un anatema.

Schierando le sue truppe, Bersani ha proposto invece Romano Prodi, il cui nome ha ricevuto una standing ovation dal suo partito. A quel punto basta una maggioranza semplice. Il centrodestra ha disertato l’urna. Tuttavia quando i voti sono stati contati, Prodi ne ha ricevuti solo 395, cento in meno rispetto a quelli in possesso del centrosinistra. Questa volta a sabotare non e’ stata tanto la fazione di Renzi, quando i seguaci del suo arcinemico D’Alema, che ancora coltivava rancore contro Prodi dai tempi della loro rivalita’ negli anni ’90. Il PD si e’ ritrovato a dimostrarsi una marmaglia demoralizzata, apparentemente incapace di un minimo di lealta’ e unita’ politica. In lacrime, Bersani si e’ dimesso da leader e in mezzo ad assordanti ululati della stampa circa i pericoli di ingovernabilita’ cui si trovava esposto il paese, il partito e’ corso a unirsi a Berlusconi nel pregare Napolitano di salvare l’Italia accettando un secondo mandato. Con molte proteste che cio’ era contro la sua volonta’, egli ha graziosamente accettato e al sesto voto e’ riscivolato senza problemi nel palazzo che aveva appena apparentemente lasciato vuoto. All’eta’ di 87 anni, secondo solo a Mugabe, Peres e al moribondo re saudita.

Il governo doveva ancora essere formato ma con Bersani ” una figura troppo trasparente per essere congeniale ” tolto di mezzo, Napolitano poteva procedere a ricreare un governissimo [in italiano nel testo ” n.d.t.] di suo gradimento, di un incastro di centrosinistra e centrodestra. Questa volta poteva farlo piu’ apertamente, convocando i leader a conferire con lui e dettando le loro scelte. Come premier ha scelto il vice presidente del PD, Enrico Letta, un ex democristiano il cui zio, Gianni Letta, era il piu’ raffinato dei consiglieri di Berlusconi. Vicepremier e’ diventato Alfano, responsabile della legge che aveva conferito immunita’ a Berlusconi e a Napolitano. Un funzionario della Banca Centrale e’ stato insediato al Tesoro come garanzia di continuita’ con le politiche di Monti e di rispetto del Fiscal Compact. Berlusconi, tuttavia, che doveva la sua ripresa elettorale alla promessa che avrebbe cancellato l’imposta di Monti sulla casa e bloccato qualsiasi altro aumento dell’IVA ha fatto dell’attuazione di queste promesse una condizione dell’assenso alla coalizione. Il risultato e’ stato un governo che ha zigzagato inefficacemente tra impegni incompatibili. Arrivati alla fine d’anno l’economia si era contratta di un ulteriore 1,9 per cento e il debito era salito al 133 per cento del PIL. Dati economici a parte, il governo Letta e’ stato rapidamente macchiato da due scandali di un genere familiare. Alfano, che era anche ministro dell’interno, e’ rimasto colluso nel trasferimento della moglie e della figlia di un dissidente kazako nelle grinfie di Nazarbaev, mentre il ministro della giustizia, Anna Maria Cancellieri, e’ stata colta a dire alla figlia incarcerata di un magnate delle costruzioni diffusamente ritenuto avere collegamenti con la mafia (in tempi passati un sostenitore de Il Moderno) che da amica di famiglia avrebbe fatto il possibile per lei, a tempo debito liberandola a motivo della sua anoressia. Pur se ci sono state proteste in entrambi i casi, nessuno dei due ministri e’ caduto, avendo Napolitano e Letta al loro fianco. In parlamento il culto del presidente ha raggiunto un punto talmente grottesco che i presidenti di entrambe le Camere hanno formalmente vietato addirittura di citare Napolitano dai banchi, in quanto affronto alla dignita’ della repubblica. Naturalmente lo stesso innominabile ha deprecato una protezione cosi eccessiva.

L’altro obiettivo principale del governo era la riforma elettorale per cancellare il porcellum e una modifica della Costituzione per cancellare il Senato. Poiche’ in base alle norme esistenti quest’ultimo sarebbe stato un processo lungo, e’ stata introdotta una proposta di legge per accorciarlo. L’attenzione del pubblico, comunque, e’ stata presto distratta dal dramma delle disgrazie di Berlusconi. In giugno e’ stato giudicato colpevole di induzione alla prostituzione di una minore e condannato a sette anni di carcere. Pur non aiutando la sua immagine, la sentenza lo ha danneggiato poco nel breve termine; appelli successivi contro di essa sono stati in grado di ritardare il giudizio finale di anni. Ma in agosto e’ arrivata sentenza simile: quattro anni di carcere (tre di essi cancellati) per evasione fiscale personale ” 7,3 milioni di euro pagati in meno ” e un’interdizione di due anni dai pubblici uffici. La condanna al carcere, a sua volta, ha fatto scattare la previsione di una legge approvata nei mesi finali del governo Monti che escludo dalla carica per sei anni chiunque subisca una condanna simile. La sua applicazione ha comportato l’espulsione di Berlusconi dal Senato.

Consapevole che cio’ avrebbe rischiato una ribellione del centrodestra che avrebbe fatto cadere il suo governo, Letta non ha avuto alcuna fretta di accelerare il provvedimento, mentre Berlusconi indirizzava appelli sempre piu’ frenetici a Napolitano perche’ lo salvasse, nella speranza, o convinzione, che la loro intesa del passato si sarebbe estesa a tale solidarieta’. Napolitano era disponibile a far intendere che se Berlusconi avesse chiesto la grazia, ammettendo la sua colpevolezza (egli protestava la sua innocenza) avrebbe potuto riceverla in considerazione della sua importanza per la vita politica del paese. Ma non c’era possibilita’ che Napolitano si spingesse oltre. Non era un sentimentale: Berlusconi non era piu’ da tenere in considerazione come in passato. Furioso per questa freddezza, Berlusconi ha preteso che i ministri del suo partito si dimettessero dal governo, come preparativo per farlo cadere. All’inizio hanno obbedito ma poi hanno riflettuto sul loro posto e sul probabile destino del centrodestra se ci fossero state nuove elezioni in una situazione simile. La conseguenza e’ stata una scissione aperta, con Alfano che ha portato fuori dal controllo di Berlusconi un numero di parlamentari sufficiente a formare un nuovo partito di centrodestra, dando al governo una maggioranza stabile non piu’ subordinata ai suoi capricci. Dieci giorni dopo Berlusconi e’ stato allontanato dal Senato.

La vittoria di Letta pareva completa. Le sue abilita’ diplomatiche, affinate in una tradizione democristiana, avevano avuto un ruolo chiave nello staccare Alfano e i suoi seguaci dal loro leader. Fini era stato un outsider. Alfano era un membro vero, l’erede apparente: la sua defezione e’ stato la prima vera scissione nel partito che Berlusconi aveva costruito attorno a se’ stesso. Ma il trionfo di Letta si e’ dimostrato breve. Nel giro di giorni Renzi aveva fatto man bassa alle primarie per la presidenza del PD lasciata vacante da Bersani e fatto piazza pulita della vecchia guardia del partito, imbottendo la direzione in carica del suo apparato con esperti e simpatizzanti della sua generazione. Ancora sindaco di Firenze e neppure in Parlamento, ma ora al comando del piu’ numeroso contingente di deputati, aveva piu’ potere reale di Letta e non ha sprecato tempo nel dimostrarlo.

Berlusconi poteva essere un reo condannato, ma non era un paria; piuttosto era l’interlocutore naturale del nuovo leader, un politico che si era ritirato all’opposizione ma non buttato fuori dal ring, a capo del secondo partito maggiore del paese. La via da percorrere era concludere un patto con lui. In men che non si dica Renzi ha avuto discussioni confidenziali con Berlusconi e i due hanno raggiunto un accordo sulle modifiche costituzionali ed elettorali da far passare in un Parlamento di cui nessuno dei due era membro, in un patto che superava la maggioranza di Letta al suo interno. E il primo ministro? In messaggi twitter come un adolescente che tranquillizza una fidanzata prossima a essere scaricata, Renzi gli ha scritto: Enrico stai sereno, nessuno ti vuol prendere il posto’ [frase riportata in italiano, e poi tradotta in inglese, nel testo ” n.d.t.]. Un mese dopo aveva cacciato Letta e si era insediato da piu’ giovane primo ministro italiano.

Come la sua vittima, Renzi proviene da un passato democristiano ” suo padre era consigliere DC nella loro citta’ natale fuori Firenze ” anche se, per motivi di eta’, e’ cresciuto nel movimento degli scout cattolici non, come Letta, nell’organizzazione giovanile della DC. L’azienda gestiva un’azienda di marketing che lo ha impiegato fino al suo ingresso a tempo pieno in politica; tra i suoi clienti c’era il giornale locale La Nazione. Aderendo a uno dei residui della DC dopo che questa si era sciolta, Renzi ha proseguito nel partito centrista Margherita che a suo tempo si e’ fusa con i resti del Comunismo Italiano a formare l’ala destra del PD e all’eta’ di 29 anni e’ stato scelto per diventare presidente della provincia di Firenze: il genere di posizione che in seguito avrebbe denunciato come uno spreco di soldi e che avrebbe cercato di abolire. All’epoca ne ha ricavato il massimo, costruendo rapidamente un apparato di assistenti e dipendenti e promuovendo se’ stesso con una serie di eventi mediatici organizzati da una societa’ creata e controllata da lui come organo di propaganda della provincia, i cui debiti sono cresciuti sotto di lui e i cui conti sarebbero stati contestati dai revisori statali.

Dopo cinque anni ha vinto la candidatura del PD a sindaco di Firenze, uno dei bastioni del centrosinistra in Italia. Tra grandi applausi la sua amministrazione ha pedonalizzato il centro storico e lustrato la sua immagine turistica; i cittadini potevano essere nuovamente orgogliosi della loro citta’. Scarsi progressi sono stati compiuti, tuttavia, nel ridurre l’inquinamento. Fuori dal centro il traffico e’ peggiorato, gli autobus sono stati privatizzati contro l’opposizione dei sindacati. Dopo essersi assicurato all’inizio un vasto consenso come miglior sindaco del paese, la reputazione di Renzi e’ scesa, in parte a causa del fatto che troppi dei successi di cui si vantava si sono dimostrati vuoti. Ma sin dall’inizio egli guardava avanti. Le attivita’ comunali erano concepite non tanto come arena di competizione locale ma come trampolino per la scena nazionale. La priorita’ era attribuita a spettacoli di grande visibilita’, con esibizioni di celebrita’ di tutto il paese in eventi multimediatici, con una serie di raduni nella stazione ferroviaria convertita della Leopolda, sfoggianti titoli quali Prossima fermata Italia’, Big Bang’ e cosi via: musica rock e video a piena potenza mentre imprenditori, attori, filosofi, musicisti, scrittori assortiti proponevano citazioni al pubblico con l’esaltante finale dello stesso sindaco. La priorita’ era sempre all’immagine.

La cosa non ha sempre funzionato bene. Tipiche del modo di agire di Renzi sono state due scommesse di lucrare sugli artisti simbolo della citta’. Sotto gli affreschi del Vasari a Palazzo Vecchio, aveva assicurato al mondo, c’era ancora la Battaglia di Anghieri di Leonardo e con la tecnologia moderna sarebbe stata recuperata, se si fossero trovati donatori che finanziassero le necessarie  ricerche, per trovare i quali ” in un’aura di pubblicita’ a spese del comune ” si e’ recato diverse volte negli Stati Uniti. Dopo mesi di attenzione mediatica non ne e’ seguito nulla. In un bluff ancor piu’ vacuo ha annunciato piani per coprire la basilica di San Lorenzo con la facciata di marmo progettata per essa da Michelangelo ma che non era mai stata costruita. Anche questo gli e’ valso chilometri di servizi sulla stampa e sulla televisione, prima di essere messo in ridicolo da storici dell’arte e di sparire dalla vista.

Dal suo periodo a capo della provincia Renzi era andato costruendo una rete di collegamenti con imprese locali. In quel settore il suo sostenitore finanziario chiave era un boss locale delle costruzioni, Marco Carrai, i cui interessi si estendevano oltre Atlantico e i cui collegamenti arrivavano all’Opus Dei. Una volta arrivato Renzi a Palazzo Vecchio, Carrai e’ stato messo a capo dei lucrativi complesso dei parcheggi e aeroporto, mentre Renzi si insediava senza pagare l’affitto in un appartamento a disposizione di Carrai, un accordo attualmente sotto indagine della magistratura.  Correndo per la presidenza del PD tre anni dopo, la sua campagna finanziata al ritmo di 600.000 euro dalla Fondazione Big Bang, molti dei cui donatori sono rimasti segreti, Renzi non ha badato a spese. Uno dei maggiori contributi e’ arrivato dal manager del maggior fondo speculativo italiano, Davide Serra, la cui Algebris Investments include una nicchia nelle Isole Cayman. Residente a Londra, Serra e’ divenuto l’uomo di punta di Renzi nel piu’ vasto mondo della finanza, dove un banchetto in onore del candidato ha riunito durante la campagna l’e’lite bancaria milanese.  A Firenze l’Ente comunale Cassa di Risparmio ha investito ” indubbiamente per pura coincidenza ” in titoli Algebris. La fidanzata di Carrai, nel frattempo, una ventiseienne laureata in filosofia, e’ stata uno dei curatori della maggiore mostra fiorentina di quest’anno, un’acrobazia pubblicitaria che promuove forzati collegamenti tra Michelangelo e Jackson Pollock per un costo di 375.000 euro. Uno degli slogan piu’ popolari di Renzi e’ l’appello a un paese dove ottieni un lavoro grazie a quello che conosci, non a chi’.

Il mondo degli affari puo’ godere di scambi di favori a livello municipale, ma su un fronte piu’ vasto e’ stato il messaggio ideologico di Renzi a guadagnargli i sorrisi dei grandi capitali. Sollecitare la rottamazione dei piu’ anziani di lui nel PD gli ha fatto buon gioco sulla stampa e presso un pubblico deluso dalla classe politica. Per banchieri e industriali il suo appello era piu’ visibilmente economico. I mali dell’Italia derivavano da uno stato scialacquatore e da ostacoli corporativi al mercato, in particolare ” se non esclusivamente ” da parte di sindacati egoisti. Dovevano essere smantellati. Il liberismo ” libero commercio di beni, compresa terra e lavoro ” era una dottrina non della destra, bensi della sinistra illuminata. Il suo motto doveva essere innovazione, piuttosto che uguaglianza, per quanto valida come ideale fosse quest’ultima, se correttamente intesa come una carriera aperta ai talenti, soprattutto imprenditoriali. Blair era il leader che aveva compreso tutto questo, creando un esempio ispiratore del genere di politica di cui l’Italia aveva urgente bisogno.

Il culto blairiano di Renzi riflette, in un senso, le limitazioni provinciali della sua cultura: egli e’ chiaramente inconsapevole del fatto che l’oggetto della sua ammirazione osa a malapena mostrarsi in pubblico nel paese che un tempo ha governato. Ma in un altro senso e’ servito da biglietto da visita per il piu’ grande amico di Blair in Italia. Contatti informali con il centrodestra esistevano dall’inizio dell’ascesa di Renzi a Firenze, dove la sua vittoria su un candidato piu’ noto alle primarie del PD che non richiedevano l’iscrizione al partito e’ spesso attribuita a voti provenienti da quella parte politica. Circa da questo periodo era in rapporti con un banchiere fiorentino, Denis Verdini, il cui Credito Cooperativo Fiorentino sarebbe crollato in mezzo a incriminazioni penali a suo carico, ma che da figura di spicco nell’organizzazione di Berlusconi in Toscana sarebbe a tempo debito diventato un interlocutore chiave del centrodestra. Mentre era sindaco, Renzi si e’ recato alla villa di Berlusconi ad Arcore per un pranzo discreto con lui, un pellegrinaggio tabu’ nel PD dell’epoca, rivelato solo in seguito. Ad attrarre i due non era soltanto una comune simpatia per Blair e un apprezzamento del valore dell’imprenditore. Berlusconi ha spesso spiegato che considera Renzi una versione piu’ giovane di se’ stesso: lo stesso stile, audacia e fascino con cui egli aveva affascinato la nazione vent’anni prima.

Chiaramente, quanto a stile politico i due hanno effettivamente molto in comune. In primis e soprattutto un’inattaccabile sicurezza di se’ quanto alla propria capacita’ unica di guidare il paese. La personalizzazione berlusconiana della politica e’ leggendaria. La promozione di se’ stesso da parte di Renzi e’ di registro diverso, ma si accorda a essa. Sbattuto sui manifesti lungo il percorso del suo giro per l’Italia, lo slogan della sua campagna per conquistare il comando del suo partito ha tralasciato qualsiasi programma diverso dalla sua stessa persona. Diceva semplicemente: Matteo Renzi ora! Come nel caso di Silvio, era sufficiente.

Tale sicurezza di se’ eleva entrambi al di sopra di dubbi o scrupoli dei loro pari. Le loro forme di spietatezza tattica differiscono. Ma da politici condividono la qualita’ di non fermarsi di fronte a nulla, giustificati da due convinzioni: che solo loro sono in grado di realizzare cio’ che l’ora richiede e che solo loro godono di un rapporto con gli elettori ” non tutti gli italiani, ma i migliori, quelli che formano la maggioranza della nazione ” che investe cio’ che fanno di una legittimazione irrefutabile. Entrambi anche, naturalmente, sono balzati in primo piano in tempi di crisi, promettendo al paese una nuova partenza quando l’ordine politico era caduto in diffuso discredito.

Tali sono gli evidenti paralleli. Ci sono anche evidenti differenze. Di queste, quattro sono le piu’ significative. Berlusconi e’ entrato in politica a capo di un impero imprenditoriale, usando la sua vasta fortuna per conquistare un potere che potesse proteggere i suoi interessi. Era prossimo ai sessant’anni allora. Il suo strumento principale nel conquistare e conservare il potere era il controllo della televisione come canale. Le sue abilita’ nella comunicazione erano quelle di un professionista del piccolo schermo che ne conosceva intimamente rituali e risorse, da venditore e proprietario dei canali su cui appariva in discorsi alla nazione allestiti attentamente.

Renzi, per conto, e’ una creatura della politica pura. La sua ascesa puo’ essersi lasciata dietro una tenue zaffata di fetore; pecunia non olet puo’ applicarsi marginalmente. Ma i fondi, dubbi o alla luce del sole, sono stati dei meri mezzi per le sue ambizioni: la ricchezza non un fine. L’obiettivo e’ il potere. Il suo possesso ” questa e’ la seconda principale differenza ” e’ stato conseguito da un individuo sulla quarantina, non sui sessanta: di una generazione piu’ giovane. Berlusconi aveva basato gran parte della sua iniziale attrattiva sull’affermazione non solo di essere un estraneo al sistema politico, ma anche uno che aveva dimostrato le proprie competenze creando ricchezza da imprenditore e da manager: era in grado di gestire l’Italia bene quanto aveva gestito le sue stazioni televisive e la sua squadra di calcio. L’appello di Renzi e’ all’eta’, non all’esperienza. Di per se’ il giovanilismo e’ una carta banale giocata dovunque dai politici in ascesa nelle societa’ postmoderne. Ma Renzi ha fatto della sua giovinezza qualcosa di piu’ che un mero attributo individuale: la spada emblematica di un ringiovanimento collettivo a venire, a fendere le disfunzioni geriatriche del sistema politico e i suoi detriti nella vita sociale ed economica in generale. Questo genere di promessa e’ privo delle credenziali tangibili del successo materiale vantate da Berlusconi ma, in collegamento diretto con le frustrazioni delle due generazioni di italiani soffocate dall’immobilismo e dalla decadenza della Prima Repubblica, e’ un’attrattiva assolutamente altrettanto potente.

Assieme alla differenza nel messaggio c’e’ una variazione nel mezzo. Renzi e’ arrivato la prima volta all’attenzione del pubblico da vincitore di un popolare programma televisivo a premi e non ha mai perso il suo entusiasmo per le apparizioni di ogni genere in televisione, dove il suo piacevole aspetto rubicondo e le sue maniere impertinenti ne hanno fatto un’attrazione naturale, una volta entrato in politica. Ma col tempo il suo vero punto di forza e’ diventato la rete. Facebook per proiettare la sua immagine e coltivare il sostegno in modi molto piu’ agili di quelli consentiti dagli studi televisivi e sotto un controllo molto piu’ completo (anche se ancora suscettibile di gaffe occasionali, come l’impaziente pubblicazione di una sua foto al capezzale di Mandela in ospedale, una frazione di secondo dopo l’arrivo della notizia della sua morte); Twitter per fornire un flusso continuo dei suoi detti e opinioni sugli affari del momento. Berlusconi, pur appassionato narratore di barzellette da osteria in contesti informali, tendeva all’ampollosita’ formale nei suoi discorsi politici importanti, tenuti in abiti a doppiopetto in un grandioso studio pieno di libri ad Arcore. Renzi per contro, e’ ostentatamente informale nell’abbigliamento e nel parlare. Salendo al potere si e’ rivolto al Senato con le mani in tasca. La cosa non e’ stata molto gradita. Ma in generale e’ molto superiore a Berlusconi come comunicatore, molto piu’ rapido nel passo politico, con un fiuto eccezionale per battute fulminanti e pungenti botta e risposta. In confronto a lui i suoi modelli di ruolo, Blair e Obama, sono creature goffe di chi scrive i loro discorsi. Renzi non solo e’ molto piu’ veloce in campo verbale. Come ha segnalato il suo miglior ritrattista, virtualmente diversamente da qualsiasi altro leader dell’occidente oggi, non ha bisogno di curatori d’immagine. Se la cura agevolmente da solo. Il pericolo per lui sta in un’arroganza troppo esibita, che invita alla satira. Nella sua salita in alto ha saputo come trasformare in sorridente autoironia le parodie che gli sono state riservate. Se cio’ continuera’ oggi che e’ al vertice, quando troppe delle sue battute e offese buttate li rischiano di irritare, resta da vedere.

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Per il momento sta andando bene. Per vent’anni i discendenti del comunismo italiano hanno cercato invano quello che egli ha ottenuto in un paio di settimane con una stretta di mano a Berlusconi. Per il PD, come per i suoi predecessori, la disgrazia in ogni elezione in Italia era la presenza, rappresentanza consentita dal sistema elettorale, di rivali minori alla sua sinistra oppure ” un mal di capo minore ” di alleati un po’ a destra. Se solo, anelava il partito, avesse potuto eliminare tali concorrenti con un doppio turno in stile francese, in cui dopo una dimostrazione di proporzionalita’ al primo turno la vittoria arrivava a maggioranza semplice nel secondo, avrebbe occupato senza ostacoli il posto che gli spettava di diritto di partito di governo del centrosinistra in un sistema politico limitato, e al sicuro, a se’ stesso e a un omologo del centrodestra. Cio’ era sempre rimasto fuori portata, in parte per la naturale riluttanza a votare per esso in Parlamento dei partiti destinati all’impotenza o all’estinzione in tale sistema. E’ stato anche ” piu’ crucialmente ” perche’ Berlusconi, anche se spesso agitava simili rumori, non soltanto non stava meglio del centrosinistra quanto al tenersi dietro una vasta coalizione di forze con meno da guadagnare da una riduzione drastica della loro gamma, ma aveva anche bisogno del sostegno di una forza particolare, la Lega Nord, che aveva un’identita’ forte e una base organizzata che non poteva essere facilmente inquadrata in una Gleichschaltung [allineamento]del genere immaginato dagli ex comunisti.

Un’equa rappresentanza dell’opinione politica in Italia, una caratteristica della Prima Repubblica, e’ stata gettata a mare nell’atto fondante della Seconda. Ma i sistemi elettorali ibridi installati dopo non hanno soddisfatto nessuno. Tra questi il Porcellum e’ stato diffusamente considerato il peggiore. Napolitano, una volta saldamente sulla sua sella ultra-presidenziale, ha esercitato pressioni sul Parlamento per liberarsene. Come per il partito cui un tempo apparteneva, e per le stesse ragioni, non era un segreto che egli riteneva il doppio turno la soluzione ideale.  L’esito delle elezioni del 2013, una protesta contro lo stallo istituzionale seguitone, rendeva le sollecitazioni a una riforma elettorale ” per anni un’ossessione nei titoli dei media ” ancora piu’ forti e urgenti. Tale era la situazione quando nella prima settimana di dicembre dell’anno scorso la Corte Costituzionale alla lunga ha dichiarato incostituzionale il Porcellum per due motivi. Il premio di una maggioranza assoluta assegnato al partito con il numero maggiore di voti, indipendentemente da quanto pochi fossero, era una distorsione della volonta’ democratica. Le liste bloccate presentate da ciascun partito, che fissavano i candidati in una gerarchia d’importanza in ciascun distretto elettorale, negava agli elettori la scelta dei propri rappresentanti.

La decisione della corte e’ arrivata come un’improvvisa doccia fredda per il PD. Se le cose fossero rimaste cosi le elezioni successive avrebbero dovuto essere combattute con un sistema proporzionale, senza alcun premio, e gli elettori sarebbero stati in grado di scegliere i candidati preferiti nella lista, cosa ripugnante per i bonzi di ogni genere, in quanto indeboliva il loro potere sulle truppe. Uno scenario simile era quello che il PD aveva maggiori motivi di temere. Era vitale metterlo al bando. Provvidenzialmente, era arrivato l’uomo per farlo. Cinque giorni dopo la decisione della corte, Renzi ha attaccato il PD. In poche affrettate sessioni a porte chiuse, Renzi e Berlusconi, ciascuno assistito da un collaboratore dotato di competenza tecnica ” il politologo Roberto D’Alimonte, da lungo tempo all’Universita’ di Firenze per Renzi; il suo faccendiere fiorentino Verdini, per Berlusconi ” hanno concluso un patto per dividersi tra loro la torta elettorale. Insieme avrebbero forzato in Parlamento un sistema progettato per garantir loro la parte del leone della rappresentanza politica nel futuro.

Dopo modifiche minori le disposizioni della legge che dovra’ entrare in vigore darebbero un premio del 15 per cento dei seggi alla Camera a qualsiasi partito ottenga il 37 per cento, o piu’, dei voti nella prima tornata, con un limite superiore del 55 per cento dei seggi; e se nessun partito raggiungesse il 37 per cento, un totale del 52 per cento dei seggi a quello dei due partiti con i maggiori voti al primo turno che arrivasse primo al secondo. In ciascun distretto elettorale, di cui ce ne sarebbero  molti di piu’, ci sarebbero ancora liste bloccate, ma sarebbero piu’ corte ” da tre a sei candidati ” rendendo piu’ facile agli elettori scegliere. Scopo dello schema era aggirare le obiezioni della Corte al Porcellum, specificando un limite al di sotto del quale il premio non scatterebbe, pur preservando l’essenza del Porcellum, una sfacciata distorsione dell’opinione degli elettori, cui e’ stato concesso il contentino di un gesto simbolico in direzione di una maggior liberta’ di scelta tra i candidati. A completare il pacchetto ” grandiosamente intitolato Italicum dai suoi architetti e definito Renzusconi dai suoi critici ” c’era l’ulteriore assicurazione contro tentazioni di ritorno all’indietro dell’elettorato. Erano previste tre soglie diverse di rappresentanza politica di ogni genere: un partito che corresse da solo doveva superare l’8 per cento per aver diritto a un qualsiasi seggio; un partito interno a una coalizione il 4,5 per cento e qualsiasi coalizione il 12 per cento.

Il patto tra i due leader, tuttavia, prevedeva anche che il Senato sarebbe stato a tempo debito abolito tout court come organismo eletto, aprendo la via a un’assemblea di notabili regionali, in effetti una foglia di fico per un Parlamento monocamerale. Ma mentre un nuovo sistema elettorale puo’ essere approvato a maggioranza semplice in entrambe le Camere, la Camera alta non puo’ essere modificata senza cambiare la Costituzione italiana. Letta aveva tentato un corto circuito delle procedure per farlo, ma aveva fallito. L’articolo 138 della Carta rimane in vigore, integro: prevede che le modifiche della Costituzione richiedono due votazioni successive di ciascuna Camera, con un intervallo non inferiore a tre mesi tra di esse, e nella seconda le modifiche devono ottenere l’approvazione della maggioranza assoluta in ciascuna Camera, e devono essere sottoposte a un referendum popolare entro tre mesi dalla pubblicazione, se un quinto dei membri di ogni Camera, o mezzo milione di cittadini, lo richiedono; una disposizione che puo’ essere superata solo da una maggioranza di due terzi dei membri di ciascuna Camera, maggioranza di cui non esiste attualmente la possibilita’. Alla legge elettorale potevano essere fatte bruciare le tappe nel giro di giorni. L’abolizione del Senato avrebbe richiesto almeno un anno, con la certezza di un referendum al termine del processo.

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L’assenza di sincronia tra le due procedure ha consentito ai partiti minori della coalizione di centrodestra al governo, e a una minoranza interna allo stesso PD, di inserire un piccolo cuneo nelle ruote del carrozzone del Renzusconi.  Se la legge elettorale fosse passata cosi come proposta, applicandosi a entrambe le Camere prima che il Senato fosse abolito, non ci sarebbe stato nulla che impedisse a Renzi di convocare elezioni seduta stante, in cui i partiti minori sarebbero stati distrutti e quella parte del PD la cui fedelta’ era nei confronti di Bersani o D’Alema, sui cui corpi era volato al potere, sarebbe stata anch’essa spazzata via. Me se fosse stata limitata alla Camera, mentre procedeva la lunga attivita’ di modificare la Costituzione per abolire il Senato, ci sarebbe stato almeno un anno di grazia prima che questi gruppi affrontassero il carro per la ghigliottina, e nell’intervallo poteva saltar fuori qualcosa a salvarli. Anche se in diminuzione nel numero, mentre gli oppositori di un tempo cominciavano a raggrupparsi attorno al nuovo leader, la freddezza di una minoranza interna al PD non poteva essere ignorata. Cosi da un giorno all’altro il nuovo sistema elettorale e’ stato limitato alla Camera, precludendo efficacemente il ritorno alle urne sino a quando il Senato non fosse stato cancellato, poiche’ altrimenti quest’ultimo sarebbe stato eletto con il Porcellum, ora ripulito del premio e delle liste bloccate, non garantendo altro che un esito asimmetrico rispetto a quello della Camera, come nel 2013.

Il calcolo di Renzi nel raggiungere il suo accordo con Berlusconi era duplice. Aveva uno scopo a breve termine. Nell’assicurarsi quel patto fondamentale con il piu’ vasto partito oppositore del governo aveva dimostrato che Letta era a quel punto irrilevante e poteva essere allontanato senza altro clamore. Di importanza molto maggiore e piu’ duratura era il palese vantaggio che l’accordo assegnava al PD, consentendogli di spostarsi piu’ al centro, invadendo l’elettorato di Berlusconi, senza dover temere perdite a sinistra. Il doppio turno era da tempo il suo Santo Graal: il partito a quel punto lo aveva ottenuto.

Con Renzi molto piu’ avanti di lui nei sondaggi, perche’ Berlusconi ha accettato un accordo dal quale aveva cosi poco da guadagnare e certamente tanto da perdere? Tre situazioni lo hanno spinto nella trappola. Dalla caduta in disgrazia di Bossi, la Lega Nord ” che in passato era sempre stata necessaria per vincere le elezioni e che per motivi ovvii aveva posto il veto a tale accordo ” era in eclissi. Berlusconi si e’ reso conto di non poterlo ignorare. Inoltre egli stesso era a quel punto un reo condannato, escluso dalla carica per due e forse piu’ anni a seguire, che aveva tentato, e fallito, di far cadere il governo a costo di una divisione nel suo partito. Sigillando un patto con Renzi per trasformare il sistema elettorale e costituzionale, avrebbe potuto riposizionarsi al centro della vita politica, non solo indipendentemente dalle sentenze della magistratura contro di lui, ma nella speranza di poter essere appropriatamente ricompensato per il suo servizio disinteressato all’Italia da statista responsabile avendole messe da parte. Alcuni degli elementi del pacchetto, rafforzamento dei poteri del governo a spese del parlamento, erano dopotutto quelli che egli stesso aveva promosso, anche se non era mai riuscito a far molto al riguardo. Poteva sentirsi titolato a una parte dell’ispirazione del patto e a una ricompensa proporzionale da architetto di un ordine nuovo e migliore.

Infine, e criticamente, dalla primavera del 2012 in poi, quando il cerchio dei processi aveva cominciato a chiudersi su di lui, il giudizio politico dei Berlusconi era divenuto sempre piu’ eccentrico. Rimosso dal potere da Napolitano senza mai divenir consapevole di cio’ che gli era successo, si e’ sempre piu’ allontanato da suoi consiglieri piu’ esperti, circondandosi di un paio di soubrette semianalfabete del sud, una delle quali sua attuale compagna, che hanno cominciato a comandare nel partito, piu’ il suo cagnolino e un indefinito giornalista televisivo. Nel suo bunker di sottane erano alimentate illusioni che sarebbe stato facile appropriarsi del Nord liberato dalla Lega e farla piu’ o meno franca riguardo alle sentenze a suo carico. Persino Verdini, rischiando l’esilio da Arcore, ha manifestato sgomento. In tali condizioni Renzi, vedendo quanto debole era diventato Berlusconi, poteva sostanzialmente imporre le linee di un accordo favorevole al PD.

La manipolazione dei sistemi elettorali per influenzare i risultati non e’ una rarita’ nelle democrazie liberali: e’ semmai la regola, piuttosto che l’eccezione. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti il sistema uninominale maggioritario risale alle organizzazioni premoderne di una societa’ gerarchica di piccola nobilta’, a malapena emergente dalle sue origini feudali, in cui pochi seggi erano addirittura oggetto di contesa. Agli inizi del diciassettesimo secolo solo il 5 o 6 per cento dei distretti elettorali aveva piu’ di un candidato; persino nel Parlamento Lungo‘ non piu’ del 15%. La sua conservazione in tempi moderni la dice lunga sulla natura della democrazia anglosassone. La Quinta Repubblica in Francia e la monarchia restaurata in Spagna offrono altri esempi famigliari di sistemi elettorali manipolati per tener fuori l’indesiderata concorrenza della sinistra. In Italia il sistema oligarchico seguito al Risorgimento ” nel 1909 l’elettorato era costituito da tre milioni su una popolazione di 33 milioni ” mutuo’ un sistema uninominale maggioritario modificato dalla Gran Bretagna. Dopo la prima guerra mondiale il suffragio universale maschile e la rappresentanza proporzionale arrivarono insieme, come complementi logici della democratizzazione. Il fascismo, non meno logicamente, svuoto’ quest’ultima con la legge Acerbo. Quando la democrazia fu ripristinata dopo la seconda guerra mondiale, la Costituzione italiana emersa dalla Resistenza fu progettata per impedire qualsiasi ritorno a un governo autoritario. Nella Prima Repubblica una presidenza onorifica di ambito strettamente limitato, due Camere legislative di ugual peso che si equilibravano reciprocamente, nessun diritto del premier di licenziare ministri, voto segreto sulle proposte di legge parlamentari, referendum popolari su istanza dei cittadini ” e rappresentanza proporzionale ” andarono insieme.

Con la Seconda Repubblica questa configurazione comincio’ a essere distorta a due livelli. In basso la rappresentanza proporzionale fu prima ridotta a un residuo del sistema elettorale, poi negata del tutto con l’introduzione di un premio sulla falsariga della legge Acerbo. In alto la presidenza divenne alla fine la carica piu’ potente del paese, facendo e disfando governi. Il patto tra Renzi e Berlusconi introdurra’ una Terza Repubblica, concentrando il potere nel governo e riducendo ancor piu’ drasticamente la scelta degli elettori. Secondo ogni metro il nuovo sistema elettorale, approvato in prima lettura, e’ un mostro. Non contento di un premio che assegna al vincitore quasi la meta’ dei seggi rispetto a quelli ottenuti con il voto, si spinge anche oltre il regime mussoliniano negli ostacoli che oppone a qualsiasi partito o coalizione minore nell’assicurarsi dei seggi. Nelle parole dell’avvocato Aldo Bozzi ” da cittadino privato ” la cui causa alla fine ha ottenuto un verdetto della Corte Costituzionale contro il Porcellum, il Renzusconi e’ un Super-Porcellum. Persino D’Alimonte, uno dei suoi architetti, ha espresso pubblicamente dubbi sulla costituzionalita’ delle sue soglie.

Questo significa che, come quello che l’ha preceduto, sara’ cassato? Una tale ipotesi sarebbe ingenua. In Europa le corti costituzionali sono raramente sorde alle necessita’ del governo in carica ” la duttilita’ della Bundesverfassungsgericht in Germania e’ abbastanza tipica ” e quella italiana meno di tutte le altre. Dieci dei suoi quindici giudici sono di diretta nomina politica, meta’ scelti dal Parlamento e meta’ dal presidente. Per avere un’idea dell’effetto, e’ sufficiente notare che la scelta piu’ recente di Napolitano e’ stata il consigliere di Craxi, Amato, mentre il suo attuale vicepresidente, Mazzella ” scelto dal Parlamento sotto Berlusconi ” e’ stato ospite di Alfano, Berlusconi e Letta anziano a una cena privata pochi mesi prima che la corte dovesse pronunciarsi sul lodo Alfano. Dopo aver cassato le liste bloccate del Porcellum a dicembre, quando la Corte ha pubblicato a gennaio le motivazioni della sentenza ne ha lasciata aperta  – dopo consultazioni informali’ ” l’ammissibilita’, dopotutto, in circoscrizioni piu’ ristrette. Tre giorni dopo, avendo in anticipo inquadrato la Corte, Renzi e Berlusconi hanno annunciato il loro pacchetto con questa sola modifica del Porcellum.

Comportamenti di questo tipo della magistratura sono lungi dall’essere specifici dell’Italia. In Gran Bretagna basta che pensiamo ai giudici Denning, Widgery o Hutton. Unico, tuttavia, e’ lo spettacolo di un Parlamento composto da deputati i cui seggi sono dovuti a una legge giudicata una violazione incostituzionale dei diritti dei cittadini, non solo continuare a riunirsi e a legiferare imperturbabilmente , ma addirittura riscrivere la Costituzione. Negli annali del diritto pubblico non si e’ mai visto prima nulla di paragonabile. Ma in Italia la Corte Costituzionale e’ imperturbabile. Spiegando che la continuita’ dello stato’ sarebbe in pericolo se l’illegalita’ del Porcellum dovesse mettere in discussione il parlamento eletto in base ad essa, la Corte ha gia’ legittimato il Parlamento a modificare la Costituzione. Secondo questa logica da Alice nel paese delle meraviglie, se domani un governo manipolasse interamente le elezioni, o proclamasse uno stato d’emergenza sospendendo le liberta’ civili, commetterebbe un abuso ma dovrebbe continuare il suo corso, perche’ altrimenti sarebbe a rischio la continuita’ dell’esistenza della repubblica; la dottrina dei due corpi del re aggiornata per i postmoderni.

Durante la rivoluzione del 1848, all’alba dei principi del proporzionalismo democratico ” il primo piano per una rappresentanza politica equa era stato proposto da un seguace di Fourier due mesi prima ” Lamartine osservo’: le leggi elettorali sono le dinastie della sovranita’ nazionale’. Non avrebbe saputo quanto appropriata e profetica si sarebbe dimostrata l’analogia. La dinastia oggi da imporre al popolo italiano e’ retrograda persino tra le sue pari: borbonica di varieta’ napoletana, si potrebbe dire [gioco di parole su Bourbon (borbonico, ma anche whisky) e Neapolitan (napoletano, ma anche di Napolitano’ ” n.d.t.]. Ma il suo creatore puo’ esultare legittimamente. Con essa lo slancio di cui attualmente gode Renzi potrebbe essere mantenuto per parecchio.

Da un giorno all’altro il suo partito e’ divenuto una falange in larga misura sottomessa al suo seguito. Troppo compiaciuto di se’ stesso e sprezzante degli altri estranei alla sua cricca fiorentina per essere molto amato a stretto contatto, nonostante cio’ Renzi promette di consegnare al PD un potere di cui non ha mai goduto. Il partito alla fine ha trovato un vincitore, e per il momento le fronde saranno poche. I membri del suo gabinetto sono pesi leggeri incapaci di contrastarlo, la cui funzione e’ di proiettare giovinezza e parita’ di genere e di mettere al sicuro la sua preminenza. La stampa dominante e’ solidale a tutto campo, quando non addirittura lirica. Ma se il suo entusiasmo ricorda l’euforia dei media britannici per il primo Blair, il contesto e’ cambiato. Il neoliberismo era sulla cresta dell’onda. Oggi la sua marea prosegue, ma i suoi cavalloni bianchi si stanno assottigliando; l’esuberanza e’ svanita. Cameron e Clegg possono avere piu’ pubblicita’ della Thatcher, ma non c’e’ ottimismo nei confronti del loro programma. Sotto Hollande o Rajoy, Kenny o Passos Coelho, per non parlare di Samaras, procedono i tagli alla spesa e la liberalizzazione del mercato del lavoro, ma in uno spirito di necessita’ arcigna, non di entusiasta emancipazione.

Lo stile di Renzi non permette questo. Il suo messaggio di speranza ed eccitazione richiede misure che siano qualcosa di meglio del tirare la cinghia. Salito al potere mediante un colpo di stato interno al partito, privo di mandato popolare, ha necessita’ di una convalida alle urne e le elezioni europee incombono. In passato le varianti di centrosinistra del neoliberismo erano tipicamente compensative, offrendo pagamenti risarcitori a elettorati strategici per assopirne l’impatto sociale. Con la crisi i margini per tali concessioni si sono ridotti. Per Renzi e’ cruciale che si amplino nuovamente. I risarcimenti collaterali devono arrivare in anticipo, senza ritardo, prima che gli elettori si disilludano. Percio’ il suo pacchetto di apertura di misure sociali combina leggi che rendono tanto facile per i nuovi lavoratori essere licenziati che persino l’Economist ha aggrottato le sopracciglia, con un’elemosina di 1.000 euro di tagli fiscali ai pagati di meno, sfrontatamente presentata come un compenso per i voti.

Per pagare per queste e altre spese per indurre la crescita, Renzi ha chiarito che il corsetto del patto fiscale andava allentato. All’Italia, ha informato Bruxelles, non devono piu’ essere impartite prediche come a uno scolaretto davanti alla lavagna. Poiche’ i calcoli della Commissione Europea, come quelli della Banca Centrale Europea e, non ultimi, quelli del regime di Berlino ” le tre autorita’ che contano ” sono alla fine sempre piu’ politici che tecnici, e’ probabile che ce la fara’. Il fervore di Renzi per le riforme strutturali puo’ essere creduto, mentre non poteva esserlo quello di Berlusconi, percio’ non ha senso rendergli la vita difficile essendo troppo pignoli sul tetto ammissibile dei deficit. Le regole nella UE, nel caso si dimostrino inadatte, esistono per essere ragionevolmente forzate, non seguite meccanicamente. Gran parte della stessa cosa si applica a Manuel Valls in Francia, salutato non meno entusiasticamente dalla stampa finanziaria, con il Financial  Times ha immediatamente intitolato un editoriale: Alla prova i nuovi ragazzi d’Europa ” Bruxelles dovrebbe prendere in considerazione bilanci meno rigidi per Valls e Renzi. Resta da vedere quanto simili aggiustamenti potranno offrire ossigeno all’economia italiana nel lungo termine. Quello che conta nel breve termine e’ l’ossigeno elettorale per il nuovo governante. Per il momento Renzi ha ogni ragione per essere fiducioso.

***

E riguardo all’autunno del patriarca? In una farsa tipica della giustizia italiana la sua condanna per un’evasione fiscale multimilionaria e’ finita con l’accusa che ha rinunciato a ogni pretesa di suoi arresti domiciliari e con la corte ” mossa dal suo cambiamento di orientamento ” che gli ha assegnato un oneroso servizio alla comunita’ di quattro ore in una residenza per anziani vicina al suo palazzo di Arcore: proprio l’esito necessario per tenere in sella il Renzusconi, che egli aveva minacciato di far naufragare se gli fosse stata imposta una punizione peggiore: ma chi potrebbe sospettare i governanti del paese di avere rapporti con i funzionari della legge? Tuttavia, pur avendo sin qui mantenuto la sua liberta’ personale, Berlusconi rischia pene molto piu’ severe una volta che la sentenza a suo carico dello scorso giugno a sette anni di carcere per induzione alla prostituzione minorile divenga definitiva in una corte di secondo grado ed e’ probabile che la sua vita politica si approssimi alla fine. Il suo partito, Forza Italia, gia’ semisommerso ai sondaggi, affondera’ ancor di piu’ o si capovolgera’ nel caso egli non sia piu’ in grado di gestirlo quotidianamente.  Poiche’ il suo unico patrimonio e’ il suo nome, ci saranno pressioni dai suoi ranghi perche’ a portabandiera sia nominato uno dei suoi figli. Un figlio scioperato e’ impresentabile. Tra le sue figlie egli e’ piu’ vicino alla maggiore del suo primo matrimonio, Marina, che dirige la parte Fininvest e Mondadori del suo impero. Ma lei e’ piuttosto schiva e non mostra segni di voler raccogliere lo scettro. Barbara, la sua figlia mediana che ha 29 anni, aiuta a gestire la squadra di calcio di Berlusconi, il Milan AC. E’ attraente, estroversa e ritenuta molto piu’ tagliente. Sua madre, Veronica Lario, oggi profondamente isolata da suo padre, si e’ presa cura di allevarla protetta quanto piu’ possibile da lui, percio’ le relazioni tra loro sono piu’ distanti. Meno popolare della sua sorellastra, ha piu’ passione per la politica. A tempo debito un ticket Barbara Berlusconi non e’ inconcepibile.

Gli eredi biologici, comunque, saranno la parte meno importante dell’eredita’ di Berlusconi. Per i vent’anni della Seconda Repubblica l’Italia ha segnato il passo, in qualcosa di simile a un equivalente peninsulare del periodo di stagnazione’ nell’URSS. La corruzione e’ stata scarsamente ridotta e il paese e’ entrato in un declino sociale ed economico. I governi di Berlusconi sono stati peggiori di quelli dei suoi avversari, ma non di un grande margine, visto che ne’ gli uni ne’ gli altri hanno lasciato una grande impronta legislativa. Il cambiamento maggiore del periodo si e’ avuto con l’ingresso dell’Italia nell’unione monetaria sotto Prodi, ma e’ stato ambiguo, riducendo i costi dell’indebitamento del paese, ma minandone le esportazioni. A parte questo il libro mastro e’ in larga misura bianco, e poiche’ Berlusconi ha governato un po’ piu’ a lungo del centrosinistra, la sua responsabilita’ e’ in qualche modo maggiore.

Ma sarebbe un errore concludere che egli non ha ottenuto nulla, alla fine nemmeno l’immunita’ per cui era entrato in politica. Il grande risultato di Berlusconi e’ consistito nell’aver trasformato i suoi avversari in sue immagini. L’Italia ha una lunga tradizione di studi politici di elevata qualita’. L’anno scorso una delle sue menti migliori, Mauro Calise, ha pubblicato un libro intitolato Fuorigioco’. In esso ha sostenuto che la personalizzazione della politica non e’ stata soltanto uno spettro antidemocratico che richiama le tentazioni di un passato screditato, come ha temuto a lungo la sinistra italiana, ma anche la forma egemone di governo in ogni democrazia atlantica ad eccezione dell’Italia. Weber pensava che la leadership patrimoniale o carismatica fosse storicamente in declino in occidente. Ma in realta’ e’ stata l’autorita’ legale-razionale, che egli credeva caratteristica delle forme moderne di governo, a essere obsoleta. Poiche’ oggi la macro-personalizzazione del potere e’ pubblica, chiamata a rispondere e criticabile.  Risponde a un mondo in cui la comunicazione non e’ piu’ uno strumento della politica, bensi la sua essenza, di cui non c’e’ motivo di avere timore. Poiche’ la video-politica si autolimita, producendo leader che sono al tempo stesso molto potenti e molto fragili, vulnerabili ai sondaggi d’opinione e alle urne. Cio’ che una politica simile eleva, puo’ velocemente abbattere. La verita’ e’ che la macro-personalizzazione non e’ in antitesi (Tratto da: http://znetitaly.altervista.org)

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