A febbraio il prezzo del petrolio e’ aumentato costantemente: il Brent, in particolare, rispetto alla chiusura del mese precedente e’ cresciuto di oltre 5 dollari al barile [$/b] sfondando quota 110$/b (24 febbraio), per poi chiudere poco sotto i 109$/b. Analogamente, il prezzo del Wti e’ lievitato di oltre 6$/b, mantenendosi al di sopra di 102$/b nel corso dell’ultima decade del mese. Nel contempo, il cambio euro/dollaro e’ passato da 1,35€/$ a 1,38€/$. Solitamente, se il costo del barile aumenta, il biglietto verde si deprezza in quanto si mantengono inalterati i margini di profitto di chi vende una merce negoziata in dollari. Secondo i dati forniti dall’International energy agency, nel corso di dicembre 2013 le scorte (offerta) dei paesi dell’Ocse sono diminuite di 56.8 milioni di barili: per trovare un calo piu’ marcato bisogno risalire fino al IV° trimestre del 1999. Negli Stati Uniti le scorte sono invece aumentate: grazie al tight oil la produzione ha superato gli 8 milioni di b/d (il massimo da 26 anni) e le importazioni sono scese a 7,34 milioni di b/d (media mensile piu’ bassa dal 1998). In gennaio, l’offerta globale di greggio (congiunturale) e’ calata di 290 mila b/g mentre le stime relative alla domanda globale 2014 indicano una crescita di 1.3 milioni di b/d trainata, in particolar modo, dagli Stati non-Ocse. Gli andamenti di domanda e offerta (scorte incluse) non sono tali da giustificare un tale incremento dei prezzi. Due sono le possibili interpretazioni in merito. La prima fa riferimento all’inizio del tapering da parte della Fed – si riducono gli acquisti di titoli in cambio di nuova moneta – e al conseguente ritiro degli investimenti dai paesi emergenti di coloro i quali avevano precedentemente sfruttato il cosiddetto carry trade (mi indebito dove il denaro costa poco e investo dove i rendimenti sono piu’ alti). Tale deflusso, calcolato in 60 miliardi di dollari tra bond e azioni, si e’ riversato sui titoli di Stato dei cosiddetti Piigs – ecco il motivo del calo dello spread in Italia e Spagna – e su alcune commodities: petrolio, ferro, oro. Una seconda interpretazione, non necessariamente in contrasto con la prima,mette in dubbio la volonta’ della Fed di abbandonare cosi velocemente le politiche monetarie ultra-espansive (nel 2013, per ben 3 volte abbiamo messo in guardia il lettore rispetto ai proclami di Ben Bernanke). Anche in questo caso, si tratterebbe comunque degli effetti dovuti alla liquidita’ messa in circolazione. Di fatto, il portafoglio della Fed e’ passato dai mille miliardi di $ del 2009 agli attuali 4 trilioni. Nel corso del IV° trimestre 2013 il pil reale degli Stati Uniti e’ cresciuto del 3,2%. L’11 febbraio, il Senato americano ha approvato la legge che innalza il tetto del debito federale a 17 mila 200 miliardi di dollari fino a marzo 2015. Secondo quanto riportato dall’episodio 539 del Keiser Report (minuto 3’25”), l’andamento del rapporto debito/pil Usa evidenzia che, nel 1952, 1.3$ di debito creavano 1$ di pil mentre oggi il rapporto e’ di 3.5/1. Cioe’, gli Stati Uniti creano 3.5$ di debito ogni 1$ di output addizionale. In merito all’evoluzione del sistema produttivo della Cina, l’economista Stephen Roach afferma che ‘il settore dei servizi necessita di circa il 35% dei posti di lavoro in piu’ per unita’ di pil rispetto al manifatturiero e all’edilizia, i motori primari del vecchio modello. Questa percentuale ha implicazioni potenzialmente enormi, perche’ significa che Pechino potrebbe crescere a un tasso annuo del 7-8% [come avvenuto nel 2013, ndr] e raggiungere comunque i suoi obiettivi in relazione all’occupazione e alla riduzione della poverta”. In prospettiva, gli Stati Uniti, dovranno affrontare l’altra faccia della medaglia della crescita cinese trainata dai consumi di cui scrive Roach. Perche’ l’aumento di quest’ultimi implichera’ anche la fine del risparmio in eccesso. Se cosi fosse, nel prossimo futuro, chi finanziera’ il deficita’ di bilancio degli Stati Uniti, e a quali condizioni? E’ forse solo una coincidenza il fatto che la Cina abbia dichiarato di avere ridotto la propria esposizione in titoli del Tesoro Usa – il cui ammontare totale e’ attualmente di 1.27 trilioni di dollari – per una cifra pari a 47.8 miliardi di dollari. Secondo i dati del dipartimento del Tesoro Usa, si tratta del maggiore declino dal dicembre 2011. E’ altresi interessante notare come cio’ sia avvenuto in un contesto di generale incremento del portafoglio degli investitori internazionali per 78 miliardi di dollari. Frattanto, nel report Gold Survey 2013 di Gfms, si parla del ‘piu’ grande movimento di oro nella storia, in termini di valore’. Ovviamente, in direzione Cina: leggasi de-americanizzazione? (Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it)
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