Forse ricorderete certi giorni drammatici della crisi greca. Sembrava che non solo l’economia del paese, ma lo Stato greco come istituzione fosse sul punto del fallimento senza ritorno. Spaventava una temuta analogia con l’Italia. La risposta rassicurante e’ sempre stata: ma in Grecia non c’e’ la Fiat. Da piu’ di un un secolo, generazione dopo generazione, ci siamo abituati a essere una grande potenza industriale, perche’ intorno alla Fiat era cresciuta un fitta distesa di imprese. Non parlo solo dell’immenso indotto (che poi, a sua volta, creava altri indotti in settori simili quanto a materiali e lavorazioni ma per prodotti diversi, lontani dall’automobile). Anche la nostra immagine nel mondo era fatta di Fiat. Non solo perche’ non ci sarebbe stata Pirelli, senza Fiat, e non sarebbe durata fino ai nostri giorni la Ferrari senza Fiat. Ma perche’ la presenza, la continuita’, l’internazionalizzazione della Fiat era una specie di garanzia vasta e implicita per ogni nuovo imprenditore italiano che debuttava nel mondo. Suggerisco di non cadere nella trappola di immaginare ” come consolazione e magari come vendetta ” un’Italia che non ha mai avuto la Fiat. Possibilissimo. Forse ci sarebbero piu’ verde, piu’ treni, e meno autostrade. Ma il paese non apparirebbe, come appare ora, improvvisamente e brutalmente mutilato. E forse, fino a questo momento, sarebbe apparso piu’ piccolo e meno importante. Si conoscono esodi, anche drammatici, di grandi gruppi imprenditoriali da un paese all’altro. Credo che il caso Fiat sia il primo che avviene non per cambio di proprieta’, ma sotto la guida degli stessi azionisti che hanno deciso di vivere, pagare tasse, incassare dividendi, crescere e curare i loro affari altrove. E’ bene non dimenticare che la partenza Fiat avviene dopo avere abbandonato l’associazione degli altri imprenditori italiani, la Confindustria, dicendo al mondo che l’altra imprenditoria di questo paese non e’ all’altezza. Avviene dopo avere umiliato gli operai in parte cacciandoli, in parte dividendoli, ma lasciandoli quasi tutti in cassa integrazione, facendo sapere che costano troppo e che con loro uno bravo come Marchionne non intende trattare. Nel caso che qualcuno avesse in animo di investire in Italia, avra’ il suo peso la lettera di raccomandazione dell’ad di cio’ che e’ stata la Fiat agli imprenditori del mondo. Ci dicono che alcune fabbriche della ex Fiat rimangono in Italia, e appena l’Italia sara’ uscita dalla crisi riprenderanno a produrre. Anzi, all’Italia e’ stato assegnato il settore lusso, che e’ piu’ remunerativo. Se vende. Ma perche’ allora portare la Cinquecento torinese nell’America in piena ripresa, e far produrre a Torino Cherokee e Suv di stazza americana, come se stralunati cittadini italiani appena usciti (se, quando ne usciranno) dalla peggiore crisi dopo la guerra, avessero subito il desiderio di caricarsi il costo di macchine americane? Pero’ se il settore, come e’ prevedibile, langue, sara’ inevitabile dire: visto? Abbiamo fatto di tutto, ma gli italiani costano troppo e non vendono. Anno fiscale dopo anno fiscale (che si computa a Londra) le filiali italiane richiederanno, da un management saggio, ridimensionamenti adeguati. Pensosi economisti diranno che e’ inevitabile e anzi dovuto in base alle leggi del mercato. E sindacalisti prudenti dichiareranno di volta in volta che, ancora una volta, nei limiti del possibile, sono stati salvati (indicare il numero sempre piu’ piccolo) posti di lavoro. Nei limiti del possibile. Si vede a occhio che quel possibile si sta restringendo da un pezzo. Niente investimenti, niente progetti, niente nuovo management, al posto di quello in partenza. In un prossimo, prevedibile e non lieto futuro, la vittoria dei sindacati sara’ di avere salvato due stabilimenti su tre, poi uno su due. Alla fine si levera’ un coro di sinceri apprezzamenti per i successi della Chrysler, una fabbrica americana di auto e motori dislocata a Detroita’ (Stati Uniti) con filiali nel mondo, tra cui l’Italia, con una proprieta’ coraggiosa (ha saputo sradicarsi dalla provincia costosa, che era una palla al piede) e percio’ apprezzata dai mercati. Avete notato? Questo testo, che intendeva far notare la ferita grave di un’Italia senza Fiat, (un paese amputato della sua massima industria che, di colpo, perde paurosamente valore) e’ diventato un elogio di questa proprieta’. Dopo tutto, potranno dirvi che, quando lo hanno deciso, annunciato e festeggiato non si e’ presentato neppure uno straccio di sottosegretario per sapere dove andava, e perche’ e con chi, l’azienda simbolo del paese, allo stesso tempo garantita e garanzia dell’Italia. Dopo vicende del genere non ci sono mai ritorni. La tenaglia americana ti accetta, ma non molla. E poi quell’infelice nuovo nome, Fca, si legge male e suonerebbe imbarazzante in Italia. Non preoccupatevi. Qui, in terra di colonia, non dovranno mai pronunciarlo. A loro basta che si dimentichi che qui, ai tempi di Gianni Agnelli, c’era la Fiat.
Forse ricorderete certi giorni drammatici della crisi greca. Sembrava che non solo l’economia del paese, ma lo Stato greco come istituzione fosse sul punto del fallimento senza ritorno. Spaventava una temuta analogia con l’Italia. La risposta rassicurante e’ sempre stata: ma in Grecia non c’e’ la Fiat. Da piu’ di un un secolo, generazione dopo generazione, ci siamo abituati a essere una grande potenza industriale, perche’ intorno alla Fiat era cresciuta un fitta distesa di imprese. Non parlo solo dell’immenso indotto (che poi, a sua volta, creava altri indotti in settori simili quanto a materiali e lavorazioni ma per prodotti diversi, lontani dall’automobile). Anche la nostra immagine nel mondo era fatta di Fiat. Non solo perche’ non ci sarebbe stata Pirelli, senza Fiat, e non sarebbe durata fino ai nostri giorni la Ferrari senza Fiat. Ma perche’ la presenza, la continuita’, l’internazionalizzazione della Fiat era una specie di garanzia vasta e implicita per ogni nuovo imprenditore italiano che debuttava nel mondo. (continua)
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