Riflessioni d’inizio anno: come sta andando la crisi ?

‘Dopotutto, non c’e’ una regola per cui il capitalismo piu’ audace, piu’ creativo, piu’ moderno sia sempre anche quello piu’ sicuro di vincere la partita.
F. Braudel, ‘Venezia’

Con questa fase, quello che e’ probabilmente il piu’ grande storico della genesi del capitalismo, Fernand Braudel (1902 ”’ 1985), si riferiva al fatto che la forma di capitalismo bancario ”’ finanziario inventata da Venezia tra la fine del medioevo ed il rinascimento, pur essendo meno innovativa e sofisticata di quelle inventate da Genova e da Firenze nello stesso periodo[1], riusci a sopravvivere per piu’ di un secolo dopo la fine di queste perche’, soprattutto, prendeva meno rischi o li prendeva con piu’ accortezza delle prime due, anche grazie al controllo dello stato veneziano.

Una ventina di anni fa, nel 1991, l’economista francese Michel Albert, nel suo libro ‘Capitalismo contro capitalismo’ (Ed. Il Mulino, 1993) rappresento’ la sfida fra i due modelli di capitalismo allora dominanti, quello ‘renano’, cioe’ tedesco – nordeuropeo e quello americano, con l’aggiunta della Gran Bretagna.

Oggi possiamo dire che quella sfida si e’ risolta in un modo non previsto da Albert: in realta’ i due modelli stavano gia’ lavorando allora e avrebbero continuato a lavorare nei quindici anni successivi per convergere nel capitalismo finanziario attuale le cui caratteristiche hanno causato, a partire dal 2007, la crisi che stiamo attraversando, soprattutto in Europa, in particolare nell’Europa del sud ed, infine, in Italia, come ha dimostrato in modo molto efficace Luciano Gallino nel suo ultimo libro ‘Il colpo di stato di banche e governi’ (Ed. Einaudi, 2013: soprattutto nei capitoli 3 e 4 della prima parte). La liberalizzazione spinta dei movimenti di capitale e, quindi, della finanza in Europa e’ dell’inizio degli anni novanta, mentre negli USA e’ della fine del decennio, con l’abolizione del Glass ”’ Steagall Act nel 1999.

Oggi il ‘capitalismo atlantico’, cioe’ il modello nordamericano ed europeo (sostanzialmente omogeneo dal punto di vista finanziario, con varianti piu’ profonde su altri aspetti), lotta per non essere superato come forma dominante dai capitalismi emergenti dei BRICS. A mio parere, non e’ esclusa, anche questa volta, una futura soluzione paradossale del confronto con i capitalismi emergenti che assumono i difetti del nostro modello in crisi e si finanziarizzano in modo spinto, trasformando il mondo intero in un immenso casino’ finanziario, molto piu’ di quanto non sia gia’.

All’interno dell’area del ‘capitalismo atlantico’ e’ evidente che il malato peggiore e’ l’Europa. Gli USA non sono proprio sani, hanno soprattutto il problema di far crescere i redditi delle fasce sociali medie e basse e quello di regolamentare la finanza in modo da disinnescarne i processi pericolosi, ma hanno rilanciato la crescita economica, aumentato l’occupazione, cercato di salvare la propria industria dai fallimenti e dalle delocalizzazioni (anche deprezzando il dollaro), stanno attuando sia pur con fatica la riforma sanitaria (fondamentale per migliorare le condizioni di vita dei ceti medi e bassi) e facendo dei passi in avanti nella regolazione della finanza, l’ultimo dei quali e’ il divieto alle banche commerciali di effettuare operazioni speculative nel proprio interesse[2].

In Europa, invece, permane il dogma della ‘austerita’ per la crescita’ che produce recessione o stagnazione, disoccupazione ed impoverimento, e’ stato ridotto il bilancio comunitario, non si vedono interventi per rilanciare la crescita o per invertire il trend delle delocalizzazioni produttive (assieme all’Euro sopravvalutato) e la regolazione della finanza produce, per esempio, un Regolamento UE sui derivati che non serve a nulla[3] e un’Unione bancaria con fondi per i salvataggi pari a 55 miliardi di Euro, di per se’ un’inezia, per giunta disponibili solo fra diversi anni. E su questo quadro desolato incombe l’applicazione, a partire dal 2015, del Fiscal Compact.
E poi si stupiscono se Obama fa spiare i governanti europei, Merkel per prima!

A questo punto ritengo che si possa dire che il presidente americano supplisce allo scarso controllo dei cittadini europei su coloro che li governano. Ne’ gli si puo’ rimproverare il fatto che desideri una ripresa europea per sostenere quella americana gia’ in atto.

Qualche piccolo spiraglio di luce si vede nell’accordo programmatico su cui si basa il governo di grande coalizione in Germania, in cui ci sono misure che porteranno ad una espansione della domanda interna tedesca che dovrebbero anche far aumentare le importazioni di quel paese, facendo diminuire il suo enorme surplus commerciale (pari al 7% del PIL) ed avvantaggeranno anche l’industria esportatrice italiana. Peccato che queste misure entreranno in vigore piuttosto lentamente, alcune solo nel 2017 (l’aumento del salario minimo).

Ma cio’ che preoccupa di piu’ di questo accordo e’ quello che in esso non c’e’: un forte rilancio dell’integrazione europea, con una inevitabile, seppur graduale, mutualizzazione dei benefici e dei costi dell’unione monetaria e poi di una maggiore unione economica, fiscale e finanziaria.[4]

Per cio’ che riguarda, in particolare, le esigenze di ricapitalizzazione del sistema bancario europeo, vorrei ricollegarmi all’articolo di Vincenzo Comito del 06 Dicembre per Sbilanciamoci.info. In esso l’autore segnala che le risorse necessarie a questa operazione sono valutate fra 1,0 e 2,6 trilioni di Euro, una somma colossale ed, aggiungo io, non reperibile in tempi brevi e nemmeno medi sul mercato, a meno che non si voglia cedere la maggioranza delle banche europee ad americani, cinesi, arabi, indiani, ecc.

Come abbiamo gia’ detto, gli strumenti di ricapitalizzazione delle banche in difficolta’ previsti dall’accordo sull’Unione bancaria bastano si e no a ricapitalizzare un istituto di media, al massimo medio ”’ grande dimensione, ne’ ritengo che gli stati europei possano salvare a loro spese istituti bancari medi e grandi tagliando la spesa pubblica ed aumentando le tasse ai cittadini. In tal caso rischieremmo di assistere al ‘bank run‘, cioe’ alla ‘corsa agli sportelli’, ma per bruciarli, non per ritirare il denaro.

Se le premesse sono queste, e’ evidente che una simile operazione non puo’ che essere gestita da chi puo’ creare denaro dal nulla, vale a dire la BCE, con una operazione di rifinanziamento a lungo termine (LTRO), magari a dieci anni, per dare il tempo alle banche cosi finanziate di trovare i capitali sul mercato e di passare tutti gli utili generati in quel lasso di tempo a riserva, magari in esenzione fiscale (se gli stati possono permettersela). Se alla fine della durata del prestito le banche non si fossero ricapitalizzate in tutto o in parte il finanziamento non restituito potrebbe essere consolidato in capitale, pubblicizzando, in varia misura, la proprieta’ delle banche stesse. La quota pubblica potrebbe essere gestita dalla BCE, dalla UE o dagli stati nazionali. Non e’ fantascienza finanziaria, e’ qualcosa si fattibilissimo, se un accordo lo prevede.

Questo schema, pero’, deve essere accompagnato necessariamente dalla separazione netta e invalicabile fra banche commerciali che forniscono credito all’economia reale (da salvare, ricapitalizzandole) e societa’ finanziarie speculative (da non salvare), altrimenti le banche europee ricominceranno a fare operazioni di finanza speculativa e a marciare allegramente verso il prossimo crack, come dimostrano le ‘bolle’ finanziarie dal 1987 in poi. Insomma, occorre superare il modello della ‘banca universale’, inventata in Europa all’inizio degli anni novanta, che fa tutto e si gioca nella finanza i depositi dei risparmiatori, tanto poi c’e’ chi la salva.

In tal modo, scendendo dal generale al particolare, siamo arrivati alla situazione italiana.
Ritengo che lo scenario piu’ probabile per l’economia italiana nel 2014 sia che essa smettera’ di cadere per rimanere incollata al fondo del barile. A meno che, come in Spagna, qualcuno non dica che una crescita dello 0,1% sia un grande risultato. Se l’Italia, dopo il 1945, fosse cresciuta a quel ritmo staremmo ancora spalando le rovine dei bombardamenti alleati.

Mi sembra che l’azione del governo Letta ”’ Alfano, dopo l’uscita di Forza Italia, si aggiri sempre fra gli attributi ‘deludente’ ed ‘impotente’ come mi permisi di prevedere nel mio articolo su Finansol del 14 Giugno scorso, nonostante la nota battuta da caserma del nostro premier (del tutto folle detta da uno come lui) e l’eterno sorriso senza motivo del nostro vice premier. Non credo che questo governo possa fare di piu’. Le novita’ (e qualche speranza) vengono dal quadro politico. In primo luogo Grillo e il Movimento 5 Stelle, pur facendo molti errori, hanno avuto il merito di mettere in crisi, spero definitiva, l’oligopolio collusivo che ha bloccato il mercato politico italiano dalla discesa in campo di Berlusconi nel 1994 fino ad oggi. Il duopolio collusivo berlusconiani ”’ anti berlusconiani non ci ha dato meno tasse, servizi piu’ efficienti, uno stato piu’ moderno, ma il contrario. Specie dal 2001 in poi, e’ stato un peggioramento continuo. In altre parole, M5S ha introdotto l’elemento che mancava al sistema: la concorrenza.

Anche se continuo a ritenere che sostenere un governo col PD avrebbe permesso di ottenere maggiori risultati, sono convinto che, senza il M5S, il PDL e il PD avrebbero trovato il modo di non far decadere Berlusconi. Ma, data la presenza del M5S, il PD ha dovuto capire che una simile manovra significava perdere milioni di voti e diventare un partitino irrilevante. Non solo: anche nei lavori parlamentari M5S mi pare riesca, sia pure facendo alcuni errori, ad incalzare il governo, anche se questo e’, come dicevo prima, pressoche’ impotente, data la sua incoerente maggioranza.

Da ultimo, il Renzi. L’anno scorso mi sembrava un Tony Blair con vent’anni di ritardo. Ho sempre condiviso l’opinione su di lui di uno dei massimi pensatori politici italiani, Maurizio Crozza (e dei suoi autori. E non c’e’ niente da ridere: e’ gente molto seria), secondo il quale il Renzi e’ un po’ un guscio vuoto, Uno di quelli che sanno comunicare benissimo, ma hanno poco o nulla da dire. Pero’ mi sembra un uomo intelligente, ha capito che l’Italia non si puo’ governare con una serie di slogan e, da leader post – ideologico qual e’ (puo’ piacere o non piacere, ma e’ cosi), nell’ultimo anno si e’ messo a cercare i contenuti per governare, il suo linguaggio si e’ spostato da una vecchia vulgata neoliberale alla Blair verso sinistra.

Se uno vuol fare una riforma del lavoro seguendo lo schema della ‘proposta Boeri’, una legge sulla rappresentanza sindacale, portare il PD nel PSE (facendo finire l’era del veltroniano ‘ma anche’: ‘il PD e’ di sinistra, ma anche’¦’. Ma anche di destra?), mi sembra da seguire con interesse. Se poi dice che per richiedere sacrifici alla gente, la politica deve essere credibile ed imporli prima a se stessi, forse non lo sa, ma sta ripetendo quasi alla lettera una frase di Enrico Berlinguer di fine anni settanta o primi anni ottanta. Spero che anche lui porti concorrenza nel sistema politico.

Infine, a mio parere, a questi progetti Renzi dovrebbe aggiungere un ‘atteggiamento thatcheriano’ o ‘britannico’ dell’Italia verso l’Europa, cioe’ la dichiarazione che non saremo in grado di rispettare il Fiscal Compact a partire dal 2015 o che non attueremo politiche recessive per rispettarlo e la promessa che, se non si metteranno in atto vere politiche di integrazione e solidarieta’ fra gli stati dell’UE, siamo disposti ad uscire dall’Euro e a riprenderci la sovranita’ monetaria, con perdite assicurate per tutti, Germania in primis. Occorre uno spregiudicato di sinistra, Letta, per quanto stimabile, e’ troppo morbido.

[1] Tutte queste forme di capitalismo avevano anche una natura commerciale ed una industriale che in questa sede non ci interessano.

[2] E’, questa, la c.d. ‘Volcker rule’, su cui vedi l’articolo di Andrea Banares del 16/12/2013 su www.sbilanciamoci.info (anche se si deve ancora capire se vi sono deroghe al divieto).

[3] Per il quale rimando al mio articolo su Finansol del 22/05/2013.

[4] Queste vicende richiamano il ‘paradosso della Germania’ dello storico inglese Arnold J. Toynbee (1889 ”’ 1975) che diceva: ‘la Germania e’ troppo grande per essere emarginata in Europa e troppo piccola per prendere sulle sue spalle il destino del continente‘. Ma proprio a risolvere questo paradosso dovrebbe servire la costruzione europea.

(Tratto da: http://www.finansol.it)

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