‘Perche’ l’America e’ nata nelle strade’, recitava il trailer del kolossal di Martin Scorsese, The gangs of New York. E l’Europa di Bruxelles dov’e’ nata, esattamente? In quali fogne? Nello scantinato di quale tenebroso alchimista? L’Europa vera, l’unica che conti, e’ da sempre interamente privatizzata. Porta il nome di European Roundtable of Industrialists. E detta ogni giorno le sue condizioni, le future leggi che gia’ l’indomani puniranno i sudditi. Li emana, i suoi diktat, sicura di essere obbedita, all’istante, da servitori opachi e zelanti come Jose’ Manuel Barroso. Lui, il portoghese venuto dal nulla, che ai potenti di Bruxelles deve tutto. E’ l’uomo che dall’alto del suo palazzo guarda il suo Portogallo bruciare di rabbia e di fame, mentre, en passant, transita negli innocui salotti televisivi, incluso quello italiano di Fabio Fazio, a ricordare che anche l’Italia puo’ e deve fare di piu’ per amputare, senza anestesia, tutto quello che resta del suo stato sociale. Il vero benessere diffuso ” infrastrutture, stipendi, servizi vitali ” non si chiama piu’ neppure welfare, ma direttamente debito pubblico. Sottinteso: e’ una colpa vergognosa, un problema, un male da estirpare. Come del resto il diritto a una vita dignitosa, a uno straccio di futuro. Dopo vent’anni, ci si accorge all’improvviso che l’attuale Unione Europea e’ nemica, e’ interprete di una forma di barbarie particolarmente subdola e disonesta perche’ non urla le sue livide minacce di guerra e non sventola svastiche. Eppure ha tutt’altro scopo che la promozione dell’umanita’. E’ un abile artificio autoritario, costruito con l’inganno. E’ la tomba dell’Europa democratica e popolare, assassinata e poi risorta dal nazifascismo. Non e’ il Parlamento di Strasburgo regolarmente eletto a governare il continente, ma uno sparuto clan di servitori, agli ordini della Ert e delle altre lobby onnipotenti, che infestano l’anonima capitale belga coi loro costosi uffici e i loro budget miliardari con un unico obiettivo: ordinare alla Commissione di ammantare di legalita’ le regole assolute del loro business oligarchico progettato per la grande crisi, in tempi di coperta corta. E’ il business della globalizzazione totalitaria e recessiva, in base alla quale retrocedere al medioevo quelli che fino a ieri erano cittadini e lavoratori, consumatori ingenui e inguaribilmente ottimisti. Per tutti loro, miseri e volgari untermenschen, la ricreazione e’ finita: devono abituarsi all’idea. Lo stato di eccezione ” la Grecia insegna ” deve diventare la nuova, raggelante normalita’. L’orizzonte politico finale e’ chiaro: la definitiva rassegnazione collettiva. Ci saranno proteste iniziali, grida, dimostrazioni. Ma poi sulle prime fiammate di insofferenza calera’ la coltre quotidiana della fatica, il sipario del conforto televisivo fatto di favole, la maschera rassicurante dell’ultimo pagliaccio travestito da politico. E ciascuno, lentamente, tornera’ alla sua usuale solitudine, al deserto freddo da cui affrontare ” senza piu’ aiuti ” l’atroce puntualita’ degli strozzini. Ci saranno ancora grida, la’ fuori, ma per attutirne l’urto bastera’ chiudere le finestre, almeno per il momento. Chiudere le finestre e anche gli occhi, di fronte allo spettacolo quotidiano dei negozi che chiudono, delle aziende che licenziano, degli anziani che frugano tra gli scarti del mercato o mendicano smarriti la carita’ di una prenotazione per esami clinici nell’ospedale di quartiere martoriato dai tagli e trasformato in centro di primo soccorso per rifugiati di guerra. Cosi, sempre piu’ velocemente, la mala pianta dell’odio concimata dalla paura ricomincera’ a germogliare, rispolverando idiomi che credevamo sepolti per sempre nel cimitero della storia ” noi incorreggibili italiani, voi maledetti tedeschi, i soliti presuntuosi francesi. Dopo un sonno lunghissimo, molti studiosi e paludati accademici si risvegliano, e persino qualche politico comincia a rialzare la testa, a denunciare l’imbroglio, a segnalare il pericolo che incombe. Negli ultimi due anni ” un manciata di mesi ” le analisi si sono fatte acuminate, lo sguardo e’ stato messo a fuoco con crescente lucidita’. Si spera nelle elezioni europee del maggio 2014, che forse saranno un primo vero avvertimento sulla necessita’ di un’inversione di rotta. Si inizia a delineare una meta ” dal nome antico: democrazia ” ma senza ancora disporre di una strategia per raggiungerla. Cioe’ strumenti di pressione, azioni politiche determinanti, rapporti di forza e strumenti da impugnare per costringere gli oligarchi a cedere il loro attuale potere assoluto. L’unico leader occidentale disposto a scendere sul terreno della rivendicazione diretta e’ Marine Le Pen, che minaccia l’uscita della Francia dall’Unione Europea e dalla sua prigione economica, la non-moneta privatizzata chiamata euro. Ma Marine Le Pen si appella alla nostalgia del suo popolo per la celebrata grandeur nazionale, e ” per rimarcare identita’ elettorale e visibilita’ ” non recede di un millimetro dalla antica crociata contro gli stranieri, cioe’ i poveri del sud e dell’est. Ancora vaga, suggestiva ma del tutto ipotetica, la proposta di candidare (virtualmente) il greco Tsipras alla guida di Bruxelles, per costituire un cartello organizzato, in grado di esprimere finalmente la voce legittima di centinaia di milioni di europei presi al laccio dai signori della crisi. C’e’ poi un’altra Europa, che per fortuna non ha mai smesso di esistere. E’ l’Europa che sognavano anime isolate e profetiche come quella di Alex Langer, eretico pioniere dell’ambientalismo come frontiera democratica, basata sulla riconversione sostenibile dell’economia partendo dai territori, dalle filiere corte, quelle che possono contrastare i monopoli irresponsabili che oggi stanno facendo a pezzi il mondo, trascinandolo verso una guerra cieca e disperata. Erano sodali di Langer gli ambientalisti della piccola e periferica valle di Susa che lottarono con successo ” insieme ai francesi ” per bloccare i maxi-elettrodotti destinati a trasferire in Italia l’energia elettrica prodotta dalla vicinissima centrale nucleare di Creys-Malville, pericolosa perche’ prossima a Torino e continuamente funestata da incidenti. Quei valsusini lottarono con successo, sempre insieme ai francesi, per scongiurare la costruzione di una nuova autostrada e un nuovo traforo che avrebbe devastato l’area alpina del Monginevro e la valle della Clare’e, gioiello naturale transalpino al confine con l’Italia. Il comandante in capo, il sommo protettore politico di ogni grande opera infrastrutturale devastante e inutile, sul versante francese era un certo Michel Barnier, allora governatore locale. Le e’lite economico-finanziarie che ha servito con tanto zelo gli hanno garantito una super-carriera: oggi monsieur Barnier e’ il potentissimo ministro delle finanze della Commissione Europea. Quell’Europa nata nelle strade, per la precisione lungo quelle che collegano Torino a Lione, aveva capito in anticipo molte cose. La prima, fondamentale: la politica, qualsiasi politica, non puo’ che camminare sulle gambe delle persone comuni, disposte a battersi con onesta’ per affermare un’idea irrinunciabile di giustizia. Italiani e francesi manifestano insieme sui sentieri di Chiomonte, nelle piazze di Lione presidiate dalle forze antisommossa, e affrontano insieme la battaglia per salvare l’area naturale di Notre-Dames-des-Landes, in Guascogna, che la super-multinazionale Vinci vorrebbe asfaltare per far posto a un inutile, mostruoso aeroporto. Sono sempre loro, italiani e francesi, ad aver firmato nel 2010 la Carta di Hendaye, nel paese basco, per affermare che la comunita’ civile non puo’ piu’ tollerare l’abuso del business che devasta la Terra sulla base di ciniche menzogne, solo per arricchire una casta di super-predatori, protetti dalla copertura legale offerta dalla mafia di Bruxelles. Questa Europa esiste, e a volte ha saputo far parlare di se’, nonostante la feroce interdizione dei media. Negare la verita’, dice il generale Fabio Mini, e’ il primo vero atto di guerra contro tutti noi. Impegnarsi a farla circolare, la verita’, oggi piu’ che mai e’ una meta decisiva. Non solo per fermare il mostro, ma per costruire umanita’ e veicolare le idee necessarie a un’economia democratica, orientata al benessere. Pace, democrazia, convivenza, sostenibilita’: oggi, nel delirio autistico del mainstream neoliberista, sembrano gli slogan di un programma eversivo e folle, nell’Italia cannibalizzata dai predoni e appaltata ai loro pallidi maggiordomi. Non e’ difficile, basterebbe dire: per tutti, o per nessuno. Di queste idee dovra’ essere armata, la nostra Europa, quando tornera’ nelle strade a dire che nessuno sara’ mai piu’ lasciato solo. (Giorgio Cattaneo, Quando la nostra Europa tornera’ nelle strade, da Megachip del 27 dicembre 2013).
‘Perche’ l’America e’ nata nelle strade’, recitava il trailer del kolossal di Martin Scorsese, The gangs of New York. E l’Europa di Bruxelles dov’e’ nata, esattamente? In quali fogne? Nello scantinato di quale tenebroso alchimista? L’Europa vera, l’unica che conti, e’ da sempre interamente privatizzata. Porta il nome di European Roundtable of Industrialists. E detta ogni giorno le sue condizioni, le future leggi che gia’ l’indomani puniranno i sudditi. Li emana, i suoi diktat, sicura di essere obbedita, all’istante, da servitori opachi e zelanti come Jose’ Manuel Barroso. Lui, il portoghese venuto dal nulla, che ai potenti di Bruxelles deve tutto. E’ l’uomo che dall’alto del suo palazzo guarda il suo Portogallo bruciare di rabbia e di fame, mentre, en passant, transita negli innocui salotti televisivi, incluso quello italiano di Fabio Fazio, a ricordare che anche l’Italia puo’ e deve fare di piu’ per amputare, senza anestesia, tutto quello che resta del suo stato sociale. Il vero benessere diffuso ” infrastrutture, stipendi, servizi vitali ” non si chiama piu’ neppure welfare, ma direttamente debito pubblico. Sottinteso: e’ una colpa vergognosa, un problema, un male da estirpare. Come del resto il diritto a una vita dignitosa, a uno straccio di futuro. (continua)
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