Una domanda non banale è se oggi le tecnologie dell’informazione, vista la caratteristica di rendere tecnicamente possibile una relazione più immediata alle fasi della proposta, della decisione e del controllo, possano consentire un allargamento reale della partecipazione alla gestione di quanto attiene ai beni comuni, quindi ad un guadagno crescente delle possibilità di riappropriazione di sovranità negate.
Il quadro di riferimento consente di individuare la reale consistenza della democrazia rappresentativa che ha mostrato limiti tali da produrre un rifiuto delle istituzioni da parte dei cittadini che mostrano attenzione e disponibilità crescente nei confronti delle tecnologie dell’informazione nella speranza di riuscire ad integrare forme di democrazia diretta con quella tradizionale.
Allo scopo di evitare semplificazioni che non riuscirebbero a cogliere i livelli di complessità implicati parebbe opportuno ridimensionare l’idea di considerare l’eccessiva facilità, rapidità e frequenza attraverso cui gli attuali strumenti consentono di esprimere un pronunciamento immediato, come modello di riferimento che possa facilitare un allargamento della partecipazione perchè, in realtà, rappresenta sempre di più un provvedimento di ratifica di scelte prese altrove, più che reale compartecipazione.
Assistiamo infatti ad un mutamento politico e concettuale significativo. La politica tradizionale, nell’era pretelevisiva, quella che dal dopoguerra poteva esprimersi nelle forme consentite dalla scarsità di tecnologie di comunicazione di massa evolute (era presente solo la radio), aveva necessita di allestire un esercito di comunicatori in grado d’informare sulle le proposte dei partiti. Si realizzava quindi una mediazione corale quand’anche si fosse trattato di trasmettere contenuti che si identificavano con personalità forti ma distanti e separate. Era necessaria una relazione diretta che richiedeva capacità di interlocuzione, confronto, scambio, approfondimento, scontro, anche molto aspro, che caratterizzavano le forme di una comunicazione attraverso cui la rappresentatività emanava da una reale partecipazione corale.
Tra il politico tradizionale, anche se lontano ed inafferrabile e la “base elettorale” doveva per necessita esistere un collegamento fittissimo di mediatori/comunicatori in carne ed ossa che collegassero i due ambiti separati da distanze irriducibili.
Le tecnologie oggi disponibili e con un livello di diffusione crescente modificano il quadro appena descritto perché il politico attraverso il loro uso può cancellare la dimensione spaziale e temporale della mediazione corale e presentarsi con videocassette, videoconferenze, posta elettronica che saltano, in una dimensione di ubiquità virtuale ogni mediazione corale determinando l’illusione che cresca la disponibilità quando invece l’offerta politica si riduce.
In pratica la richiesta di integrazione tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta illusoriamente producibile dalle tecnologie ridurrebbe quest’ultima ad una democrazia referendaria o, come afferma Rodotà, in prospettiva futura, a democrazia plebiscitaria, per la consuetudine di invitare ad esprimersi attraverso un mi piace/non mi piace su scelte elaborate in altra sede senza contradditorio alcuno totalmente prive di coralità.
Come potrebbe allora configurarsi un giudizio di merito sull’ordine delle possibilità di realizzazione più evoluta di partecipazione dei cittadini alla gestione dei beni comuni. Intanto con l’estensione dei diritti a tutti i nati in Italia da cittadini extracomunitari che per la normativa vigente non possiedono i requisiti di cittadinanza anche se hanno raggiunto la consistenza di un milione di persone. Dopo aver riconosciuto tale elementare diritto a , di fatto, cittadini italiani per nascita, cultura, lingua appartenenza territoriale, identità linguistica, illegittimamente esclusi dal godimento di un elementare diritto, si possono attivare forme di sperimentazione di democrazia partecipativa più efficaci.
La risposta, mai facile e mai definitiva, non può che inglobare tutte le mediazioni sperimentate e sperimentabili per trovare un punto di equilibrio tra il necessità del confronto a livello locale che deve, coralmente, trovare rappresentanza a livelli di territorialità più estesa utilizzando alternativamente forme di comunicazione diretta con forme di comunicazione virtuale senza che l’una possa prevalere sull’altra. Forme di comunicazione “De Visu” non possono essere completamente sostituite da forme di comunicazione virtuale, registrando quest’ultime la presenza strutturale di filtri che ne alterano l’efficacia fino a snaturarne completamente i segni, così come le prime non possono manifestarsi con la frequenza auspicata per l’impossibilità di poter diffusamente coniugare presenze simultanee Si richiede quindi uno sforzo suggerito da puro buon senso che potrebbe consentire una più completa valutazione dei molteplici piani di competenze implicate: quando la comunicazione tra persone si realizza “De Visu” si realizzano le condizioni ideali di confronto efficace per la simultanea presenza di tutti i piani della comunicazione, anche non verbale. Si potrebbe, successivamente, alternare con strumenti virtuali ogni replica, aggiornamento ed approfondimento riproponendo il confronto “De Visu” se ritenuto opportuno a patto di evitare l’unilateralità della prevalenza di una forma sull’altra.
Fonti di riferimento: “Tecnopolitica” di Stefano Rodotà
Scritto da Enzo Cirone – Genova
tratto da: http://blog.ilcambiamento.it/lanavedeifolli/
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