(Fonte: znetitaly.altervista.org)
di Eleanor J. Bader ” 19 luglio 2013
Un mese dopo essersi trasferita negli USA dal Bangladesh nel 2008, Shaheen ha trovato lavoro in una caffetteria della Dunkin Donuts a Sunset Park. Ora ventitreenne e’ una studentessa a tempo pieno al Kingsborough Community College e continua a lavorare per la societa’.
Agli inizi il mio inglese non era molto buono, cosi volevo solo tenermi il lavoro e non essere licenziata, dice. Ma la sua capacita’ di comunicare e’ migliorata e cosi la sua conoscenza dell’industria del fast food. Si e’ presto resa conto che la paga misera, la mancanza di permessi per malattia e di ferie e lunghe ore in piedi a servire clienti esigenti e spesso sgarbati erano piu’ la regola che l’eccezione.
Dio mio, quest’uomo mi ha tirato addosso il suo caffe’ freddo! continua, scuotendo la testa incredula. Lo voleva zuccherato e io mi sono dimenticata di metterglielo. Mi sono scusata e ho versato una bustina per correggere il mio errore. Ha detto che non era ancora abbastanza dolce e me lo tirato addosso. Altri non vogliono aspettare nemmeno due minuti e non fanno che lamentarsi.
Tali lamentele comuni a proposito dei bassi salari e di condizioni di lavoro da difficili a deplorevoli hanno generato un movimento nazionale dei dipendenti dei fast food. A New York City la campagna, battezzata Fast Food Forward (FFF), ha la sua avanguardia nella New York Communities for Change [comunita’ newyorchesi per il cambiamento), nel Black Institute e in altri gruppi che in precedenza collaboravano con l’ACORN. Lo slogan della campagna Non possiamo sopravvivere con 7,25 dollari si riferisce al salario normalmente corrisposto ai dipendenti di Burger King, Domino’s, KFC, McDonald’s, Taco Bell, Wendy’s e una serie di altre organizzazioni della ristorazione rapida.
Shaheen, per esempio, ha ricevuto solo un aumento di salario in cinque anni, passando da 7,25 a 7,75 dollari l’ora. Contemporaneamente George, ventidue anni, ha lavorato a tempo pieno in un Burger King della Quinta Avenue a Bay Ridge per tre anni. Prendo ancora sette dollari e venticinque, dice tetro. Chiedo piu’ soldi ogni giorno in cui lavoro. Questa mattina il capo mi ha detto che avro’ un aumento quando moriro’. Mi abbatte non essere in grado di mantenermi e di lasciare la casa di mio padre e mia madre. Sono gia’ grande e devo stare con loro perche’ non posso permettersi un posto per conto mio.
Bassi salari a parte, i lavoratori in prima linea nella campagna FFF stanno chiedendo di essere trattati con maggiore rispetto e dignita’.
Fastfoodcrimewave, una pagina Tumblr, aggiunge una litania alle lamentele gia’ espresse da George e Saheen. Alcuni esempi: Non mi pagano lo straordinario; Non mi pagano il tempo passato a controllare la cassa; Devo rimborsare se mancano soldi in cassa; Devo comprarmi l’uniforme. E non si tratta di mugugni isolati. Secondo un’indagine promossa da FFF e pubblicata nell’aprile del 2013, l’84% dei dipendenti dei fast food dei cinque quartieri di New York City ha subito riduzioni illecite dei salari, una violazione intenzionale delle leggi statali sul lavoro cosi vergognosa che il procuratore generale, Erich Schneidermann, sta attualmente interessandosene. La sua conferma potrebbe avere implicazioni importanti per piu’ di cinquantamila dipendenti di fast food a New York, e produrre un effetto domino per i circa tre milioni di lavoratori impiegati nell’industria in tutti i cinquanta stati.
Jonathan Westin, direttore esecutivo del gruppo New York Communities for Change, sa che la campagna sta combattendo un avversario potente con tasche incredibilmente profonde. Quando profonde, volete sapere? DusinessInsider.com ha riferito nel luglio del 2012 che le quindici principali catene statunitensi hanno incassato in totale, per vendite a livello nazionale nel 2011, 115 miliardi di dollari.
Gli incassi lordi di quell’anno sono stati da capogiro:
Arby’s : 3,03 miliardi di dollari
Burger King: 8,4 miliardi di dollari
Domino’s: 3,4 miliardi di dollari
Dunkin Donuts: 5,92 miliardi di dollari
Jack in the Box: 3,01 miliardi di dollari
McDonald’s: 34,2 miliardi di dollari
Pizza Hut: 5,4 miliardi di dollari
Starbucks: 9,75 miliardi di dollari
Subway: 11,4 miliardi di dollari
Taco Bell: 6,8 miliardi di dollari
C’e’ poco da meravigliarsi che l’organizzazione dei dipendenti dei fast food si sia diffusa da New York City ” dove la campagna e’ inizialmente decollata nell’autunno del 2010 ” a citta’ tra cui Detroit, Chicago, Milwaukee e St. Louis.
Quando i dipendenti dei fast food hanno visto quelli di Wal-Mart sfidare le politiche del piu’ grande dettagliante del mondo, lo scorso ottobre, sono stati ispirati a fare la stessa cosa per se’, dice Westin. Uno delle nostre rivendicazioni principali e’ stata 15 dollari l’ora. Una volta ottenuto questo i lavoratori vorranno proteggere quello che hanno conquistato iscrivendosi a un sindacato. Ma questa non e’ una tipica campagna sindacale di tesseramento. Il nostro obiettivo per ora e’ soltanto di creare un impulso all’aumento dei salari.
Descrive la campagna come un tentativo di massa, con base nella comunita’, non solo di migliorare le condizioni di lavoro dei dipendenti dei fast food, ma anche di affrontare la crescita esponenziale dei posti di lavoro con un salario da fame. E inoltre aggiunge che la platea della FFF si e’ estesa a tutti, dai leader religiosi agli attivisti comunitari, ai consumatori e agli amministratori pubblici locali. Trenta membri di consigli comunali hanno appoggiato i lavoratori che hanno abbandonato il lavoro nel secondo sciopero di ventiquattr’ore, il 4 aprile afferma. Hanno anche riaccompagnato il giorno dopo al lavoro i lavoratori che avevano scioperato, per assicurarsi che non fossero licenziati.
Kira Shepherd, direttrice delle Campagne e dell’Organizzazione al Black Institute, gestito dal direttore generale dell’ACORN e organizzatrice capo Bertha Lewis, ha reclutato piu’ di quaranta sacerdoti perche’ si schierassero con i lavoratori durante le proteste. In aggiunta la Shepherd riferisce che hanno adottato diversi negozi nelle loro comunita’ e, insieme con i membri delle loro congregazioni, hanno incontrato gli amministratori per chiedere un clima in cui il personale sia trattato bene e riceva una paga decente in modo da potersi prendere cura di se’ stessi e dei propri collaboratori. Poiche’ molti imam, pastori e rabbini servono quartieri molto poveri, la Shepherd dice che il collegamento tra scarsa salute, abitazioni sovraffollate e di bassa qualita’, abbandono dell’istruzione e bassi salari hanno reso un’ovvieta’ il bisogno di organizzarsi.
Evidenziare tali collegamenti, prosegue Westin, e’ un passo chiave della mobilitazione per il progresso. Per cambiare le cose nelle nostre comunita’ dobbiamo guardare alle istituzioni che occupano persone. I dipendenti dei fast food ci dicono che fanno quel lavoro da cinque o dieci anni e continuano a ricevere lo stesso salario minimo. Cercano di sostenere le proprie famiglie lavorando negli unici posti che riescono a trovare. Dal 2009 organizziamo i lavoratori a basso salario e abbiamo ottenuto alcune vittorie importanti nel settore dei supermercati e degli autolavaggi e pensiamo di poterle estendere ai fast food.
Detto questo, Westin ammette che nonostante un’attivita’ aggressiva di organizzazione, le imprese dei fast food non si sono piegate e, anzi, hanno contrattaccato. In ciascuno dei cento affiliati [alle catene dei fast food] che abbiamo nei cinque quartieri, l’azienda ha mandato gente a parlare ai lavoratori degli aspetti negativi dell’organizzazione, continua. Hanno detto loro: Non potete far questo, non potete far quello’. Non ha funzionato. Con ogni iniziativa che abbiamo intrapreso i lavoratori si sono fatti piu’ audaci e il nostro secondo sciopero in aprile ha raddoppiato il numero dei partecipanti al primo sciopero del novembre 2012. Le iniziative delle imprese si sono inimicate i lavoratori inducendoli a fare di piu’.
La direzione delle catene ha anche scaricato il problema delle paghe e delle indennita’ direttamente sulle spalle dei singoli licenziatari, come se fossero loro da biasimare per l’inquietudine dei dipendenti. Abbiamo discusso con alcuni proprietari di punti vendita affiliati [in franchising] per sostenere gli interessi dei dipendenti, aggiunge Westin. Il ritornello comune e’ che non c’e’ nulla che possano fare, perche’ lottano per tirare avanti e si sentono spremuti. Ci dicono che il loro margine di profitto e’ esiguo, perche’ tutto quello che fanno e’ controllato dall’alto, da quanta salsa mettere in un Big Mac a quale carta igienica acquistare. Dicono che tutto il potere ce l’hanno le imprese che controllano le catene.
L’organizzatrice del FFF Naquasia, che ha ventidue anni ed e’ dipendente da due anni del KFC, non se la beve. Nonostante metta insieme un orario a tempo pieno lavorando in due posti a tempo parziale della KFC, dipende ancora dai buoni alimentari, cui dubita sia mai capitato di dover ricorrere al proprietario di un punto in franchising. Sono preoccupata per la mia salute, dice. La maggior parte dei miei colleghi non puo’ permettersi cibo nutriente, cucinato in casa. Tutto quello che possiamo permetterci e’ il menu del McDonald’s. Ogni giorno facciamo un pasto da KFC durante il nostro turno e ogni giorno ci diciamo l’un l’altro che dobbiamo smettere di mangiarlo, ma non possiamo. So che sono fortunata ad avere un lavoro, ma i direttori dicono che ci fanno del bene e non e’ vero. Ho lavorato oltre l’orario e ho lavorato per piu’ di quaranta ore senza ricevere straordinari. Ho dovuto rimettere cinque dollari nella cassa quando c’e’ stata una differenza. Sono i soldi del mio abbonamento alla metropolitana, dunque e’ qualcosa che pesa.
La rabbia di Naquasia e’ contagiosa: e lo stesso vale per la sua focosita’. La campagna della FFF riguarda il potere, dice. Esco una volta o due la settimana, da volontaria, e parlo della campagna con altri lavoratori. E’ una cosa tra lavoratori. Quando la gente avverte la nostra passione, si unisce a noi. Mostriamo che vogliamo schierarci a difesa dei nostri diritti e sostenerci a vicenda. Vedono che aderire alla FFF e’ la cosa giusta da fare. Giorno dopo giorno ci sono piu’ persone che aprono gli occhi sull’ingiustizia del proprio lavoro.
Quell’ingiustizia ha spinto George a partecipare a molti incontri del FFF. Anche se il programma scolastico le ha reso impossibile la partecipazione, Shaheen e’ pronta a precisare che la sua mancanza di partecipazione non riflette una mancanza di interesse. In realta’, entrambi i lavoratori sono d’accordo sul fatto che 15 dollari l’ora cambierebbero loro la vita. Anche se sentono che ottenere un aumento cosi grosso sara’ improbabile, sanno hanno che il potere raramente si arrende spontaneamente. Non sorprendentemente stanno prendendo in considerazione di partecipare alla prossima, non ancora programmata, iniziativa del FFF.
Da Z Net ” Lo spirito della resistenza e’ vivo
Fonte: [www.zcommunications.org]
Originale: Brooklyn Rail
Traduzione di Giuseppe VolpeTraduzione © 2013 ZNET Italy ” Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0
(Tratto da: http://znetitaly.altervista.org)
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