Bergoglio, un gesuita chiamato Francesco

(tratto da http://www.inviatospeciale.com)

Il nuovo papa, il primo gesuita, è stato un cardinale intransigente: nel difendere la morale cattolica, nel denunciare la condizione dei poveri della sua Argentina, nella scelta di vivere sobriamente. Moderato (seppur molto critico) nei rapporti con la politica locale, ha bollato come “infamanti” le accuse di complicità con la dittatura che ha insanguinato il suo Paese dal 1976 al 1981.

‘Habemus pampa’, hanno twittato quei buontemponi del blog satirico ‘Spinoza’ una manciata di minuti dopo l’ascesa al soglio pontificio di Jorge Mario Bergoglio, classe 1936, già arcivescovo di Buenos Aires.

Di origini italiane – i genitori hanno vissuto nell’astigiano prima di emigrare in Argentina – vanta una brillante carriera ecclesiastica, che lo ha portato a soli 36 anni a ricoprire l’incarico di Superiore della Compagnia di Gesù in Argentina. Ordinato sacerdote nel 1969, è diventato arcivescovo di Buenos Aires nel 1998, e cardinale tre anni più tardi.

Se i gesuiti latinoamericani hanno spesso appoggiato le rivendicazioni popolari nel solco della ‘teologia della liberazione’ (pensiamo a quelli salvadoregni strenuamente difesi da monsignor Romero fino alla sua morte), Bergoglio ha fatto eccezione aprendo fin dagli anni 70 una forte dialettica con la Congregazione, in Argentina, schierandosi con l’ala più conservatrice della Curia romana a sua volta non del tutto in sintonia con l’allora pontefice Paolo VI.

Senonché l’orientamento teologico del sacerdote Bergoglio si andava a collocare nel contesto omicida della dittatura militare argentina guidata da Jorge Videla: cinque anni di mattanza con 30mila desaparecidos e l’accertata complicità della gerarchia ecclesiastica argentina. Lo hanno testimoniato tra gli altri il pluripremiato cronista locale Horacio Verbitsky (autore de ‘L’isola del silenzio’, pubblicato in Italia dalla Fandango libri nel 2006) e il giornalista italiano Italo Moretti, che ripercorrendo le sue numerose missioni da inviato Rai ha descritto l’evoluzione e gli orrori della dittatura argentina (e di quella cilena) nel suo libro ‘In Sudamerica’ (Sperling&Kupfer, 2000).

L’accusa mossa da Verbitsky a Bergoglio riguarda un episodio di cronaca che ha coinvolto due missionari gesuiti a pochi mesi dall’inizio della dittatura: ad Orlando Yorio e Francisco Jalics fu ordinato dall’allora Superiore della Congregazione l’allontanamento dal villaggio nel quale operarono a sostegno dei più poveri. I due sacerdoti opposero un rifiuto e venne loro impedito di esercitare le funzioni religiose. A distanza di alcune settimane vennero rapiti e imprigionati alcuni mesi nella famigerata Esma, la scuola di meccanica della marina argentina trasformata dagli uomini di Videla nella principale casa di torture agli oppositori politici.

Il successivo carteggio con i due sacerdoti, sopravvissuti a violenze e soprusi di ogni genere e rilasciati in seguito all’intervento vaticano, avrebbe messo in luce un comportamento opaco di padre Bergoglio, per quanto da lui negato. Con la richiesta di rinunciare alla missione nel villaggio e la successiva punizione, la chiesa argentina avrebbe indirettamente ‘autorizzato’ – secondo l’accusa – la giunta militare a farli sparire dalla circolazione. Il cardinale, dal canto suo, ha difeso il suo operato sostenendo di aver voluto precludere ai due sacerdoti la permanenza in una zona ritenuta troppo pericolosa.

Peraltro, proprio a due giorni di distanza dall’inizio dello scorso conclave, nell’aprile 2005, contro l’attuale papa era stata presentata una nuova denuncia per la presunta complicità nel sequestro di Yorio e Jalics. Circostanza che non gli impedì comunque di contendere a Ratzinger l’elezione, prima della fumata bianca che condusse il cardinale tedesco al soglio pontificio.

In più di un’occasione, nel 2011, Bergoglio è stato chiamato a testimoniare in processi riguardanti la tragedia dei desaparecidos (in patria ma anche in Francia) mentre nel frattempo alterne vicende caratterizzavano la sua attività pastorale di arcivescovo di Buenos Aires.

Il porporato argentino ha mostrato tratti di feroce intransigenza sul terreno della morale cattolica (scagliandosi contro la fecondazione assistita gratuita, l’utilizzo di preservativi e i matrimoni gay mentre una recente legge argentina dava loro il via libera) non ostacolando però un confronto ecumenico con le altre religioni monoteiste.

In ambito sociale, pur mantenendo una forte distanza dal progressismo teologico di stampo latinoamericano, ha spesso spronato le istituzioni a favore di interventi più decisi contro la diseguaglianza, rifiutando di vivere tra gli sfarzi del palazzo arcivescovile e scegliendo piuttosto un comune appartamento “riscaldato da una stufa”, come recitano alcune cronache.

Se dunque in Vaticano, da più parti, si invocava un papa ‘pastore’ dopo gli otto anni di governo di un pontefice ‘teologo’, la netta impressione è che l’anima popolare della chiesa possa ritenere di aver compiuto alcuni passi avanti.

Più controversa appare la riflessione sulle istanze di possibile rinnovamento del frastagliato microcosmo cattolico (dallo Ior ai veleni della curia romana fino all’ultima parrocchia di periferia in crisi di ‘consenso’): di certo i cardinali riuniti in conclave hanno provato a chiudere il cerchio spostando l’attenzione su un prelato sudamericano (ovvero il primo proveniente dalla culla del cattolicesimo di base) non così distante dal grido dei poveri. Benché di orientamento moderato, inoltre, è da sempre attento al rispetto degli equilibri politici secolari però (fin dal nome che ha scelto) intende farsi guidare del frate di Assisi vissuto nel 1200 (anche se alcuni sostengono si sia invece ispirato al gesuita Francesco Saverio).

Se è vero che la chiesa ha bisogno di essere (almeno parzialmente) rifondata, il nuovo pontefice vuol dimostrare di essere in grado di provarci. Spirito santo permettendo.

Paolo Repetto

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