di Justin Podur – 6 marzo 2013
Ho cominciato a prestare attenzione a Hugo Chàvez e al Venezuela solo all’epoca del colpo di stato del 2002. Allora ero profondamente impegnato nella Campagna Canadese di Solidarietà con la Colombia. In quel paese amici che mi ero fatto erano in fuga, vivevano in clandestinità, cercavano di lavorare in un contesto di sparizioni e di massacri, assassinii e torture, in un paese che era rimodellato da un grande programma militare chiamato Plan Colombia. Ritenevamo all’epoca che il Plan Colombia non riguardasse soltanto la Colombia ma anche l’intero emisfero e, molto specificamente, il Venezuela, il suo petrolio e il governo non collaborativo. Ma non sapevo molto di tale governo né pensavo molto di esso altro che stava ai venezuelani decidere e mi sembrava che avessero deciso.
Nelle circa 48 ore di durata del colpo di stato del 2002 ho intervistato alcuni attivisti venezuelani che si erano dati alla clandestinità e loro mi hanno suggerito delle letture (Richard Gott, Juli Buxton, per cominciare). Ho esaminato i dati. Quando a Chàvez è stato restituito il potere ho cominciato a seguire da vicino il Venezuela. Il mio documentario preferito divenne ‘La rivoluzione non sarà trasmessa in televisione’. E nel corso dei successivi undici anni, con due visite in Venezuela, ho visto molto da ammirare. Dovunque andassi in Venezuela, nell’ascoltarne la lingua, nel vedere la gente, nel vedere il paesaggio fisico, mi veniva ricordata la Colombia. Ma la paranoia e la paura quotidiana del regime che potevo avvertire in Colombia non esisteva in Venezuela. Mentre la Colombia stava attraversando il suo incubo di evacuazione e violenza nella sua controinsurrezione patrocinata dagli Stati Uniti, il Venezuela di Chàvez stava in realtà facendo progressi concreti per il proprio popolo. L’incubo colombiano era sempre sullo sfondo dei miei pensieri quando sentivo parlare del Venezuela; se gli Stati Uniti ce l’avessero fatta, i venezuelani avrebbero vissuto anch’essi lo stesso incubo.
Il benessere e la democratizzazione, la diplomazia regionale e internazionale, sono tutte enormi conquiste, un’enorme eredità. Ma per molti di questi anni ho pensato all’eredità di Chàvez in termini di perdite evitate. Migliaia di persone “non” massacrate, milioni “non” resi profughi, migliaia che “non” sono morti per malattie curabili, decine di migliaia di opportunità d’istruzione “non” sprecate; per quattordici anni. Quasi una generazione.
Greg Grandin, nel suo articolo “On the Legacy of Hugo Chàvez” [A proposito dell’eredità di Hugo Chàvez] ha scritto qualcosa che ho sentito profondamente:
“Mettiamo da parte per un momento la questione circa il fatto che i programmi di assistenza sociale del Chàvismo sopravvivano o no, ora che Chàvez è morto e accantoniamo la speranza della sinistra che dall’attivismo della base emerga un nuovo modo sostenibile di organizzare la società. La democrazia partecipativa che si è realizzata nei barrios, nelle fabbriche e nelle campagne negli ultimi quattordici anni è stata un valore di per sé stessa, anche se non dovesse condurre a un mondo migliore.”
Egli ha fatto accadere tutto questo in Venezuela e il fatto è che anche se tutto ciò che ha fatto fosse parlare, avrei apprezzato molto Chàvez e ne avrei sofferto la perdita, come la soffro, personalmente. Ricordo che durante il referendum di revoca del 2004, quando i suoi erano preoccupati di come l’opposizione o gli Stati Uniti avrebbero cercato di sabotare la rivoluzione, raccontò una storia del folclore venezuelano a proposito di un personaggio di nome Florentino, che aveva scommesso col Diavolo, cantando a turno delle canzoni. Florentino era stato l’ultimo a cantare e così aveva sconfitto il Diavolo. La notte prima del referendum egli disse all’opposizione che l’avrebbe invitata a colazione, beh, a un brunch, considerato quanto a lungo sarebbero rimasti alzati a festeggiare. Il giorno dopo disse: “Il brunch che avevamo preparato si è raffreddato, perché non è venuto nessuno.” E’ stato una delle figure politiche uniche a parlar chiaro di Haiti, dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Palestina ed era tonificante per tutti quelli che sapevano cosa stava succedendo in quei luoghi e sapevano come ciò veniva celato da una cortina fumogena di confusione e menzogne.
Chàvez è insostituibile, ma è anche, come ha scritto Derrick O’Keefe, invitto.
Viva Chavez!
Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: [www.zcommunications.org]
Originale: Killingtrain.com
traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0
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