L’economia politica e’ una scienza sociale relativamente recente, ma che condiziona pesantemente le scelte che incidono sulla nostra vita. Non c’e’ bisogno di essere economisti per avere a che fare con alcunidogmi considerati intangibili.Quando i media si occupano delle questioni economiche ci sono alcune parole chiave che vengono ripetute ossessivamente:crescita, sviluppo, PIL(prodotto interno lordo), politiche espansive e via dicendo.
Ai parametri economici deve sempre essereaffiancato un segno piu’, altrimenti sono dolori. Ci attende lo spauracchio della recessione, della crisi e i problemi conseguenti che investirebbero i cittadini. La parola d’ordine dell’economia classica e’ sempre stata: ‘crescita’. E per molto tempo nessuno ha mai osato mettere in discussione questo principio. Sarebbe il caso, invece, di farsi un paio di domande.
- E’ davvero possibile una crescita ‘infinita’?
- Se aumentano i parametri economici aumenta il benessere collettivo?
Occupiamoci della prima domanda. La crescita infinita.
Una crescita che, nel nostro caso, ha la caratteristica di essere ‘esponenziale’, ossia con un legame tra l’incremento e la quantita’ che man mano aumenta. E’ un tipo di crescita che, prima o poi,diventa incontrollabile.Ne ‘I nuovi limiti dello sviluppo‘si usano suggestivi esempi per descrivere la’non sostenibilita” della crescita esponenziale, come quello del pezzo di stoffa ripiegato piu’ volte. Ogni volta lo spessore raddoppierebbe. Le prime quattro volte non avremo grossi problemi e raggiungeremmo lo spessore di un centimetro. L’ipotesi ‘teorica’, ma non realizzabile nella realta’, e’ quella di piegarla altre 29 volte. La domanda e’: ‘quale sarebbe lo spessore della stoffa?’. L’impressionante risposta e’: ‘5400 chilometri, ossia la distanza tra Boston e Francoforte’. Ovviamente gli autori del saggio sanno bene quanto sia provocatorio l’esempio, ma serve a dare l’idea di quantola crescita esponenziale sia impossibile da mantenere. E lo conferma un autorevole economista americano,Kenneth Boulding, che ebbe modo di affermare, con una buona dose di autoironia, “Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito e’ un folle, oppure un economista.”.
Facciamo un passo indietro e andiamo aglianni ’70,durante i quali ilmito della crescitaera veramente incontestabile. L’economia dei paesi occidentali galoppava senza sosta e nessuno – o quasi – pensava che fosse necessario preoccuparsi delle conseguenze. Ad avere l’intuizione della necessita’ di una riflessione fu ilClub di Roma, guidato dall’imprenditoreAurelio Pecceie da autorevoli politici ed intellettuali di tutta Europa, che commissiono’ alMassachusetts Institute of Technologydi Boston, un rapporto – curato daDonella e Dennis Meadowse Jorgen Randers – per valutare le conseguenze della crescita di alcune variabili fondamentali: popolazione mondiale, industrializzazione, inquinamento, produzione alimentare e consumo di risorse. Le conclusioni furono molto chiare:
Se l’attuale tasso di crescita della popolazione, dell’industrializzazione, dell’inquinamento, della produzione di cibo e dello sfruttamento delle risorse continuera’ inalterato, ilimiti dello sviluppo su questo pianeta saranno raggiunti in un momento imprecisato entro i prossimi cento anni. Il risultato piu’ probabile sara’ un improvviso e incontrollabiledeclino della popolazionee dellacapacita’ industriale.
E’ possibile modificare i tassi di sviluppo e giungere ad unacondizione di stabilita’ ecologicaed economica, sostenibile anche nel lontano futuro. Lo stato di equilibrio globale dovrebbe essere progettato in modo che lenecessita’ di ciascuna persona sulla terra siano soddisfatte, e ciascuno abbiauguali opportunita’di realizzare il proprio potenziale umano.
Probabilmente quel lavoro e’ stato il punto di riferimento di unamutata consapevolezza del nostro rapporto con il pianetae, a seguito del quale, si e’ avviato un lungo – anche se spesso incerto e faticoso – percorso passato per il rapporto Bruntland, la Conferenza di Rio de Janeiro, il protocollo di Kyoto e l’intera politica globale di tutela dell’ambiente e degli ecosistemi.
Il concetto di base, del resto, e’ molto semplice. Laterra e’ un sistema chiuso,le cui risorse sono in parte non riproducibili (se non in tempi geologici, come le fonti energetiche fossili) e in parte sono rinnovabili, ma che – in tutta evidenza -non possono essere sfruttate in tempi piu’ brevirispetto alla loro capacita’ di riproduzione.

Un’interessante semplificazione di come funziona un sistema chiuso e’ dato dall’affascinante ipotesi di ricostruzione della storia diRapa Nui. Rapa Nui, meglio conosciuta come ‘Isola di Pasqua’, con una superficie di 166 km2, e’ il piu’ isolato pezzo di terra abitabile. Si trova nell’Oceano Pacifico, ad oltre 3200 km ad ovest del continente piu’ vicino (il Sud America). Rapa Nui e’ famosa per i giganteschi monoliti raffiguranti volti umani – iMoai- di cui l’isola e’ piena. Attualmente Rapa Nui e’priva di alberie ci sonopoche specie animali,mentre, secondo gli studiosi, in passato l’isola era rigogliosa e con caratteristiche adatte ad ospitare una civilta’ in grado di costruire (e trasportare) i pesantissimi Moai. In pratica si suppone che gli abitanti dell’isola avesserosfruttato le proprie risorse ben al di la’ del limite di sostenibilita’ dell’isola. E, una volta superato il limite, hanno probabilmente iniziato adintaccare il ‘capitale’ delle risorse,ossia a mantenere invariati i propri consumi semplicemente attingendo alla comunque abbondante presenza di alberi, piante, animali, in misura superiore alla capacita’ riproduttiva del sistema ecologico.

Questo comportamento ha portato al progressivo depauperamento dell’isola e, una volta raggiunto il ‘punto di non ritorno’, la lotta per la sopravvivenza ha portato alla distruzione di tutti gli alberi e all’estinzione di molte delle specie animali che popolavano l’isola, rendendola praticamente inabitabile.
Proviamo adimmaginare le nostre citta’ come tante Rapa Nui. E proviamo a fotografare l’evoluzione storica del consumo del suolo. Negli ultimi anni in Italia il consumo del suolo e’ aumentato drasticamente. E il suolo e’ un bene fondamentale per la nostra esistenza e per il nostro benessere. Il suolo agricolo consente la produzione degli alimenti necessari al nostro sostentamento.

Eppure in Italia, solo negli ultimi 15 anni,tre milioni di ettari di suolo sono stati trasformati da agricoli a edificabili.Le amministrazioni locali non si preoccupano minimamente delle conseguenze ‘globali’ delle loro scelte urbanistiche e approvano continue varianti espansive ai piani regolatori. Gli amministratori, nella loro miopia, non si preoccupano di capire che, in molti casi, la sopravvivenza delle loro comunita’ e’ assicurata dal fatto che -a differenza della vera Rapa Nui – inostri territori sono sistemi aperti,nei quali la progressiva cementificazione del suolo deve essere compensata dalla presenza di altri ambiti territoriali – forse piu’ oculatamente amministrati – in cui si lascia spazio per la produzione agricola ancora sufficiente. Ma cosa succederebbe se in troppi – senza tenere conto di quello che succede altrove -cancellassero buona parte del territorio agricolo e boschivo?

Nei paesi occidentali l’impronta ecologica, ossia la quantita’ di territorio necessaria per garantire i consumi e gli stili di vita, e’ gia’ superiore allacarrying capacity –la capacita’ di carico – del nostro pianeta. Se tutti consumassimo come gli statunitensi non potremmo essere piu’ di 700 milioni. Per fortuna consumiamo un po’ meno e, soprattutto, ci sono popoli che consumano pochissimo. Cio’ nonostante, al livello dei consumi attuale, il nostro pianeta e’ gia’ insufficiente. Gia’ adesso, come a Rapa Nui,stiamo attingendo al ‘capitale’, rischiando dicompromettere la sopravvivenza del pianeta. Il limite l’abbiamo gia’ raggiunto e superato, nonostante la sostanziale iniquita’ della distribuzione della ricchezza e delle risorse.
Veniamo alla seconda domanda. Davvero i parametri economici incidono sul nostro benessere e sulla nostra felicita’?
Perche’ sono quelli i nostri valori di riferimento, non delle aride cifre, ma laqualita’ della nostra vita, la nostra salute, la nostra cultura, ilnostro benessere.Pensiamo, ad esempio, alla folgorante crescita dell’economia dell’ultimo secolo. Secondo le statistiche, l’economia Europea e’ cresciuta di 47 volte nell’ultimo secolo (dall’inizio del processo di industrializzazione), l’America del Nord 678 volte in termini reali, mentre l’economia globale e’ cresciuta 53 volte. Anche i redditi pro capite sono cresciuti vertiginosamente, 24 volte piu’ velocemente rispetto alle stime relative al periodo preindustriale. Siamo sicuri che il benessere e lafelicita’ siano aumentati in egual misura?E per tutti gli abitanti della terra? Evidentemente no.
Indubbiamente c’e’ statauna prima fasein cui, la crescita economica ha portato ad un significativo aumento del benessere delle persone (anche se con una distribuzione imperfetta). Poi, pero’, qualcosa si e’ inceppato eal crescere di redditi e PIL non c’e’ stato un corrispondente aumento della felicita’degli individui. Le ragioni sono spiegate dalle analisi di alcuni economisti. In particolare l’austriacoFred Hirschha scritto un interessante saggio dal titolo ‘I limiti sociali dello sviluppo’, nel quale introduce il concetto di ‘beni posizionali’in economia. I beni posizionali sono, in sostanza, beni il cui principale valore intrinseco e’ dato dallavalenza simbolica. Non tanto (e comunque non solo) l’effettiva utilita’,ma la loro ‘riconoscibilita”.Una maglia firmata, ad esempio, che ha lo stesso valore d’uso di una maglia dei grandi magazzini, ma un costo di gran lunga superiore. Non a caso molti beni posizionali sono definitistatus symbol. Quello che conta non e’ il bene in se, ma la possibilita’ che mi ponga in una posizione diversa rispetto agli altri. Spesso lasoddisfazione derivante dal loro acquisto e’ effimera: perche’ neppure l’acquisto dell’ultimo modello di cellulare di marca (il cui bisogno e’ probabilmente indotto da un’abile campagna di comunicazione) mi fara’ stare bene. Se nel frattempo, infatti, uscira’ il modello successivo (che altri acquisteranno) non provero’ alcun piacere per il nuovo acquisto, ma addirittura un senso di frustrazione. All’aumento della ricchezza non sara’ corrisposto un aumento del benessere.

Lo spiega molto chiaramente un altro economista,Richard Easterlin, il quale, nel 1974 ha elaborato un’intrigante teoria, denominata’paradosso della felicita” (o paradosso di Easterlin), attraverso la quale lo studioso dimostra che lacorrelazione tra ricchezza e felicita’ e’ vera solo in parte. Quando la ricchezza serve a garantirsi beni fondamentali o beni comunque ‘utili’ la correlazione e’ diretta. Superata una certa soglia di ricchezza, non solo la felicita’ non aumenta, ma tende persino a diminuire. Si rischia di avere molto di piu’ (consumando e inquinando molto di piu’) senza alcun beneficio reale in termini di benessere.
Torniamo allacrescita degli indicatori economici.Pensiamo ad unacurva di crescita del PIL.Abbiamo visto che se la crescita e’ esponenziale raggiungeremo presto il limite ‘fisico’ (la capacita’ di carico, l’impronta ecologica) delle nostre risorse (suolo, energia, inquinamento assorbibile). Pero’, anche con altre funzioni di crescita, compresa la semplice crescita lineare (y=ax), il limite, anche se piu’ in la’ nel tempo, verra’ comunque raggiunto e superato.E anche qualora, grazie alle innovazioni tecnologiche – che sono sempre la speranza degli economisti -si riuscisse a far salire l’asticella del limite, difficilmente si potra’ pensare dispostarla sufficientemente in altoda impedire che, prima o poi, arrivi il momento del contatto.
Del resto dobbiamo sempre fare attenzione alle parole e all’uso che ne facciamo. Quando parliamo dicrescita e di sviluppo, dovremmo chiederci: ‘crescita e sviluppo di cosa?’. Immaginiamo la ‘crescita’ di un bambino. Quando dico ‘Mio figlio cresce’, sto dando una buona notizia. Quando parliamo di crescita la nostra mente associa l’immagine del bambino che diventa sempre piu’ alto. Pero’, sappiamo bene che il termine crescita implica qualcosa di ben piu’ complesso. Lo sviluppo psichico e cognitivo del bambino saranno sicuramente altrettanto importanti. Anzi. Ci sara’ un momento in cui potremmo preoccuparci se nostro figlio continuasse a crescere in altezza (o in peso). Unaumento eccessivo sarebbe ‘troppo’, potrebbe nascondere una patologia e presumibilmente comprometterebbe la sua serenita’ e la sua felicita’ di adulto. Forse dobbiamo renderci conto chenon e’ cosi importante la continua crescita del PIL.E’ molto piu’ importante la distribuzione della ricchezza e la ricerca di un benessere e di una felicita’ diffusi.

Come ultima immagine penso ad unaltro tipo di crescita. Non in verticale, ma in orizzontale. Ecco, questa e’ una crescita che deriva da un malinteso concetto di benessere. Anche questa e’ una crescita, ma e’non e’ una crescita sana.L’uomo a destra avra’ sicuramente piu’ problemi di salute, maggiori rischi di malattie cardiovascolari e respiratorie. La sua opulenza non significhera’ maggiore benessere. Non dobbiamo commettere lo stesso errore.
(Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it)
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