I luoghi della decrescita felice

La ricchezza italiana nascosta dal mainstream e’ immensa. Il paradigma obsoleto della crescita impedisce di farci vedere le bellezze d’Italia, riscoperte solo nei fine settimana. Esistono tanti piccoli comuni dove vivono serenamente milioni di italiani ed alcuni di questi piccoli centri, ormai da tanti anni, hanno intrapreso un percorso politico-culturale opposto alle citta’ inquinate e sovradimensionate. Esiste l’ass. piccoli comuni, esistono le citta’ slow ed i comuni virtuosi. Un enorme patrimonio culturale e’ presente in questi piccoli centri che possono essere il volano della ‘civilta’ contadina modernizzata’.

Se il fenomeno dell’urbanesimo e delle rivoluzioni industriali, giunte al termine, hanno distrutto le periferie delle citta’ e rubato risorse umane ai piccoli centri, e’ giunto il momento di ritornare alla natura per immaginare centri urbani secondo regole di densita’ abitative equilibrate, e puntare alla conservazione dei territori tramite lagestione razionale delle risorse. Ci sono tanti centri che abbisognano di interventi urgenti di manutenzione, conservazione e progettazione ecologica al fine di introdurre servizi culturali, reti intelligenti, ‘smart grid’ e mobilita’ sostenibile. La scelta di andare a vivere in piccoli centri raggiunge molteplici vantaggi: ridurre la densita’ di citta’ sovradimensionate, spostare importanti risorse umane e aggiornare le conoscenze nei piccoli comuni per migliorare la qualita’ della vita, recuperare edifici abbandonati, rigenerare l’agricoltura con tecniche permaculturali, migliorare l’efficienza energetica e alzare il livello qualitativo dell’educazione anche nei piccoli centri. Unpiano nazionale di riuso e recuperodeve concentrare risorse per porsi l’obiettivo strategico di rivitalizzare i piccoli centri, e trasformarli in luoghi sostenibili, alcuni di questi centri sono gia’ un’eccellenza come i piccoli borghi. Sembra evidente che un piano del genere inventanuova occupazione in attivita’ socialmente utilie restituisce dignita’ all’identita’ storica nazionale: nuova agricoltura per l’autosufficienza, efficienza energetica, recupero dell’edilizia esistente e rigenerazione dei piccoli centri danneggiati dell’urbanesimo delle grandi citta’. L’idea e’ quella di avviare l’economia della sussistenza in luoghi favorevoli poiche’ non c’e’ alcun bisogno di fare industria, ma c’e’ bisogno di ricollocare il fare economia nel suo ambito naturale, cioe’ produrre per i bisogni reali e non per i capricci delle SpA. La decrescita felice e’ la diminuzione del consumo di merci che non sono beni, cioe’ la riduzione degli sprechi, ma occorre sviluppare le tecnologie adeguate, una proposta ragionevole e’ quella di portare tali tecnologie nei piccoli centri. Ad esempio, non sono beni: l’energia che si spreca, la benzina che si consuma nel traffico, il cibo che si butta, e tutti questi sprechi fanno alzare il PIL ma peggiorare la qualita’ della vita. La cultura contadina tipica dei piccoli centri ha il valore in se di non produrre merci ma solo beni. E’ meglio valorizzare tale cultura, anziche’ disprezzarla com’e’ accaduto negli ultimi trent’anni, e impedire che sia contaminata dalla religione della crescita.

(Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it)

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