(Fonte: altrenotizie.org)
di Michele Paris
A oltre un mese di distanza dall’assassinio a Bengasi dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Libia, J. Christopher Stevens, le responsabilita’ e le circostanze relative alla morte del diplomatico americano rimangono al centro di un accesissimo dibattito che a Washington si e’ inserito prepotentemente nella campagna elettorale per la Casa Bianca. Nonostante le indagini in corso, le numerose audizioni ordinate dal Congresso e i quotidiani scambi di accuse tra democratici e repubblicani, la fondamentale questione politica riguardante il paese nord-africano continua rigorosamente a rimanere fuori dalla discussione, vale a dire la condizione in cui esso e’ precipitato dopo la ‘liberazione’ dal regime di Muammar Gheddafi e che ha reso possibili i fatti dell’11 settembre scorso.
Al centro dello scontro tra i due principali partiti d’oltreoceano ci sono soprattutto le responsabilita’ dell’amministrazione Obama e la sua valutazione dell’assalto di Bengasi che ha causato la morte dell’ambasciatore e di altri tre cittadini americani incaricati del servizio di sicurezza presso il consolato. I repubblicani sostengono che il presidente non abbia garantito un adeguato livello di sicurezza dell’edificio, nonche’ sottovalutato l’assalto, considerato inizialmente una protesta spontanea contro la diffusione in rete di un filmato amatoriale che irrideva il profeta Muhammad.
Per i repubblicani l’attacco sarebbe stato invece una vera e propria operazione terroristica, attentamente pianificata e portata a termine da estremisti legati in qualche modo ad Al-Qaeda, verosimilmente affiliati al gruppo Ansara’ al-Shariah. I democratici, da parte loro, oltre a sostenere che la posizione presa dalla Casa Bianca al momento dei fatti si basava sulle informazioni disponibili in quel momento, accusano i repubblicani di cercare di politicizzare una tragedia dopo che essi stessi hanno contribuito ad implementare pesanti tagli alla sicurezza delle rappresentanze diplomatiche americane.
All’interno della stessa amministrazione Obama ci sono in ogni caso posizioni differenti. Il Segretario di Stato, Hillary Clinton, un paio di settimane fa all’ONU aveva infatti dichiarato che esistevano possibilita’ concrete che i giustizieri di Stevens avessero legami con Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQIM), mentre proprio lunedi, nel corso di un’intervista alla CNN, la ex senatrice di New York si e’ assunta la piena responsabilita’ per non avere adeguatamente protetto il consolato di Bengasi.
Le parole della Clinton, secondo alcuni commentatori, sarebbero state pronunciate per cercare di limitare gli attacchi di Romney al presidente Obama su questo argomento nel secondo dibattito presidenziale di martedi a Long Island. L’ammissione segue pero’ anche le polemiche sollevate dalle dichiarazioni rilasciate settimana scorsa di fronte ad un’apposita commissione della Camera dei Rappresentanti dall’ex responsabile della sicurezza per l’ambasciata USA in Libia, Eric Nordstrom. Quest’ultimo aveva sostenuto che il Dipartimento di Stato aveva negato la sua richiesta di estendere le misure di sicurezza esistenti e che prevedevano l’impiego di un team di soldati americani.
Al di la’ delle falle nei sistemi di sicurezza, la questione piu’ rilevante, come gia’ anticipato, e’ legata alle condizioni in cui versa la Libia dopo un anno dalla vittoria dei ‘ribelli’ e dal barbaro assassinio di Gheddafi, avvenuto a Sirte il 20 ottobre 2011. Le operazioni militari NATO, scatenate grazie alla manipolazione della risoluzione 1975 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del marzo 2011, hanno cioe’ gettato uno dei paesi piu’ stabili e relativamente floridi del continente africano nel caos, lasciandolo di fatto nelle mani di numerose milizie armate che si fronteggiano per il controllo del territorio mentre il governo centrale e le forze di sicurezza restano paralizzate e incapaci di imporre la propria autorita’.
La presunta ‘liberazione’ del paese e il propagandato arrivo della democrazia grazie all’intervento degli Stati Uniti e dei loro alleati, oltre ad avere causato decine di migliaia di morti per prevenire la minaccia del regime di massacrare i propri cittadini in rivolta, ha permesso il proliferare sia di gruppi armati che si sono resi responsabili di gravissime violazioni dei diritti umani sia di formazioni con legami ad Al-Qaeda che operano nel paese nella pressoche’ completa impunita’, spesso contro gli stessi ‘liberatori’ stranieri che li hanno sostenuti.
Estremamente significativo della situazione libica e’ poi l’assedio dei giorni scorsi posto dagli ex ribelli alla citta’ di Bani Walid, dove rimarrebbero alcuni fedeli di Gheddafi. Nel silenzio dell’Occidente, i nuovi padroni della Libia hanno bombardato la citta’, hanno impedito per giorni l’ingresso di cibo e medicinali e, secondo quanto riferito dai medici che vi operano, hanno impiegato armi con gas velenosi come il Sarin anche contro quartieri residenziali.
La situazione dei diritti umani, in difesa dei quali sarebbe stata combattuta la guerra contro il precedente regime, e’ stata ad esempio descritta dalla ONG britannica International Center for Prison Studies, secondo la quale l’attuale popolazione carceraria della Libia, che ammonta a circa 9 mila detenuti, e’ alloggiata in gran parte in strutture improvvisate e, soprattutto, viene sottoposta regolarmente a torture. La Libia ha poi la piu’ elevata percentuale di detenuti senza accuse formali o processo (89%), di cui una parte stranieri, per lo piu’ lavoratori emigrati sub-sahariani di colore arrestati durante e dopo la guerra perche’ sospettati di essere sostenitori di Gheddafi solo per il colore della loro pelle.
In questo scenario, gli stessi gruppi estremisti che gli Stati Uniti hanno sostenuto e finanziato per rovesciare il regime hanno potuto organizzarsi liberamente e, grazie alle armi provenienti dai loro benefattori occidentali e arabi, hanno finito per mettere a segno operazioni come quella in cui ha perso la vita l’ambasciatore Stevens, egli stesso inviato precocemente nel paese lo scorso anno proprio per stabilire contatti piu’ intensi con i ribelli e le formazioni jihadiste simili a quelle che lo hanno assassinato.
A Washington, pero’, si continua accuratamente ad evitare di sollevare il punto cruciale della crisi libica nel post-Gheddafi, poiche’ farlo in maniera seria comporterebbe con ogni probabilita’ mettere in discussione l’intera strategia anti-terrorismo americana lanciata dopo gli attacchi al World Trade Center. Inoltre, tale discussione porterebbe alla luce il vero motivo che ha portato alla pianificazione dell’operazione NATO in un paese ricco di risorse energetiche come la Libia, cioe’ la rimozione di un regime poco malleabile e troppo disponibile nei confronti di Russia e Cina.
Soprattutto, come dimostrano i dubbi che stanno attraversando la classe dirigente statunitense, ammettere il nuovo colossale errore di valutazione in Libia significherebbe dover ripensare l’approccio alla crisi in Siria, dove l’amministrazione Obama sta per molti versi replicando la strategica libica, appoggiando, armando e finanziando forze terroristiche per rovesciare Bashar al-Assad.
La situazione in Libia potrebbe infine subire un ulteriore drammatico cambiamento nel prossimo futuro, sia con possibili bombardamenti americani per punire i colpevoli della morte dell’ambasciatore Stevens, sia tramite un intervento con forze di terra che renderebbe ancora piu’ esplosiva la realta’ sul campo.
La conferma di quest’ultima ipotesi e’ giunta da un articolo di lunedi del New York Times, nel quale si afferma che il Pentagono e il Dipartimento di Stato hanno gia’ concordato con il governo di Tripoli l’invio in Libia di reparti delle Forze Speciali americane per addestrare un forza anti-terrorismo indigena composta da 500 soldati.
A questo scopo sono gia’ stati stanziati 8 milioni di dollari e il progetto ricalcherebbe quelli gia’ messi in atto in Pakistan o in Yemen, due paesi, come la Libia, di grande importanza strategica per gli interessi americani e che percio’ negli ultimi anni hanno visto aumentare l’impegno di Washington all’interno dei loro confini, come sempre in nome della lotta al terrorismo e in difesa della democrazia e dei diritti umani.
(Tratto da: http://www.altrenotizie.org)
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