Gli avvenimenti di questi ultimi mesi e di queste ore di febbrili trattative non possono che riconfermare, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la profonda necessita’ di cambiamento del sistema socio-politico-economico (e culturale) a cui siamo assoggettati e di cui siamo, nel contempo, vittime e complici. Ne siamo vittime nella misura in cui l’influenza del singolo e’ trascurabile rispetto alle scelte non gia’ europee ma, molto prima, a livello di singola comunita’ locale e nella misura in cui il cittadino non ha il diritto di scegliersi il proprio rappresentante. Siamo complici quando, pensando di non potere cambiare lo status quo, cadiamo nell’errore di crederci e ci fermiamo nell’attesa che il prossimo miracolato dal Signore venga a toglierci le castagne dal fuoco.
A nessuno piace gettarsi a pelle di leone sui problemi, ma lasciar fare sempre agli altri, con la paura di esporsi e la consapevolezza di non riuscire nell’intento, non e’ la medicina migliore. Neppure gettarsi a corpo morto tra le braccia di ‘grandi risolutori’ ha sortito grandi effetti, anzi: ne abbiamo letto e visto a sufficienza negli ultimi cent’anni per trarne le dovute conclusioni. Con toni e modalita’ diverse, i grandi risolutori dell’odierno si riaffacciano, ben vestiti e con modi gentili, alla finestra del sistema capitalistico finanziario, richiamati dagli Eletti in qualita’ di promessi salvatori di Patrie e di interi continenti.
Il grande nemico e’ diventato il sistema industrialista, nato dalla cultura illuminista della Ragione attraverso cui sarebbe stato possibile un progresso indefinito della conoscenza e della tecnica e che, a partire dalla Rivoluzione Industriale, l’uomo occidentale difende a denti stretti scatenando guerre (mondiali e non) per il sostentamento del proprio modello di vita, quello perfetto per il ‘migliore dei mondi possibili’. Il modello industrialista ha generato rigurgiti economici, ambientali, sociali e culturali ed ha ri-alimentato, nel tempo, sopiti istinti primordiali che facevano pensare piu’ agli inevitabili effetti collaterali del farmaco prescritto piuttosto che a difetti strutturali della cura. Tutto questo sino a quando ci sono stati farmaci a sufficienza un po’ per tutti: poi i pazienti, stanchi dei medici e delle terapie, hanno iniziato a scendere in piazza.
Manifestare una pacifica e organizzata indignazione e’ diventato certamente un primo ed importante passo per tentare la svolta: i Paesi arabi ci hanno provato, ma hanno dovuto fare (e faranno ancora) i conti con l’integralismo religioso complice il fatto che, al di la della protesta, i manifestanti non hanno portato controproposte concrete da spendere sul tavolo del possibile cambiamento. Anche in Occidente la rivolta, alimentata e ben organizzata attraverso la Rete, non sta portando ad evoluzioni del sistema: di fatto manca una finalita’ comune di intenti, e chi protesta non avendo il denaro per campare, si mescola a chi agisce esclusivamente a tutela del patrimonio di famiglia.
La crisi ‘globale’, come e’ stata ribattezzata dal mercato economico per eludere responsabilita’ altrimenti chiaramente distinguibili, potrebbe essere la grande occasione per tentare un reale cambiamento, partendo dai movimenti e dalle associazioni gia’ legittimate dal sistema attuale.
In totale buona fede e con un’ottima dose di ingenuita’ si potrebbe pensare che i sindacati e le associazioni di categoria, ad un livello di coalizione insospettabile, potessero muoversi per primi, godendo di un riscatto di immagine e di una colossale iniezione di fiducia: tutti assieme, uniti per un reale cambiamento. Il che, in un clima di profonda e generalizzata crisi, non sarebbe un’ipotesi affatto impraticabile. Al punto che, probabilmente, anche i partiti politici potrebbero dare il loro contributo, ad esempio, accelerando la riforma elettorale in direzione di una democrazia diretta realmente a servizio della collettivita’: di destra, di centro o di sinistra.
In ogni caso, la scelta che si profila sta diventando forzata piu’ che forzosa: decrescita o recessione. Con la differenza che la prima la si puo’ modellare e ridefinire ad uso e consumo del sistema molto prima che si trasformi inesorabilmente nella seconda, senza possibilita’ di ritorno. Una consapevolezza -questa si ‘globale’- indispensabile per poter operare un cambiamento di questa portata non appare affatto ancora matura: la parola ‘decrescita’ rimane ancora impronunciabile nella misura in cui l’unita’ di peso resta il PIL e lo sviluppo e’ sempre ‘sostenibile’.
Eppure, guardando oltre le manifestazioni di piazza facilmente manipolabili e strumentalizzate ad arte dai soliti noti, ci sono avvisaglie di risveglio che si annidano tra le pieghe del positivismo industrialista. Alcuni interventi di politici anche noti, di giornalisti e di scrittori in trasmissioni su reti televisive ed in articoli di quotidiani nazionali in cui si fa riferimento all’esigenza di ‘ripensare il sistema’ in maniera piu’ o meno esplicita si mescolano, a tratti, alla malcelata consapevolezza che il settimo miliardesimo essere umano, per di piu’ asiatico per beffa del destino, abbia gli stessi diritti di campare e di inquinare dell’opulento finanziere teutonico. Per adesso, accontentiamoci.
(Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it)
Be the first to comment on "Un cambiamento possibile"