Sono ormai trent’anni che l’economia italiana, al seguito delle altre maggiori economie occidentali, ha imboccato una strada sbagliata. (Articolo scritto da DUCCIO VALORI – ex direttore centrale dell’Iri ).
L’Europa aveva avviato un percorso sociale evolutivo fin dai tempi di Hegel; percorso proseguito con la conquiste ottocentesche del diritto di sciopero e della giornata di otto ore, fino al Piano Beveridge e, nel caso italiano, allo Statuto dei Lavoratori. L’imitazione del modello americano e la graduale ma inarrestabile apertura dei mercati con le varie tornate della World Trade Organization (dal Kennedy Round al Doha Round) hanno portato a una forsennata competizione non tra avversari dotati di forze e capacità più o meno equivalenti, ma tra Paesi poveri (come l’India) o Paesi sleali (come la Cina, che applica un dumping sociale e un dumping valutario alle proprie produzioni) e Paesi ricchi e sviluppati come gli Usa e l’Ue.Di questo passo, nell’arco di un decennio -e forse anche meno- l’industria manifatturiera Usa ed europea sarà scomparsa, o forse ne resteranno in piedi soltanto quei segmenti e quelle società la cui tecnologia avanzata risulterà capace di resistere alla concorrenza asiatica; né si può sperare che lo sviluppo dei servizi (ma di quali servizi?) riesca a compensare le massicce perdite di posti di lavoro, di reddito e di diritti che non potranno non verificarsi nei Paesi occidentali, e, in particolare, in Italia.
Allora non resta che difendersi e attaccare. Difendersi significa chiudere -quanto meno per un ventennio- le frontiere ai prodotti asiatici, con tariffe dell’ordine del 20%; sperando che nel frattempo le rivendicazioni dei lavoratori indiani, cinesi, vietnamiti consentano di raggiungere un ragionevole equilibrio con i diritti e le retribuzioni dei lavoratori europei ed americani; e attaccare dando alla ricerca ed all’innovazione il peso che devono avere, se si vuole mantenere una posizione di ragionevole competitività con l’Asia. Tutto questo non può avvenire in un solo Paese, come l’Italia, ma deve trovare il consenso più allargato possibile: almeno europeo, ammesso che l’Europa esista (del che si può dubitare!), meglio se in un quadro allargato agli Stati Uniti d’America: non è facile, infatti, vedere quali ostacoli vi siano a un’integrazione commerciale Ue-Usa, essendo i due sistemi ormai caratterizzati da problemi non solo analoghi, ma in larga misura identici. Per quanto le considerazioni precedenti possano apparire sgradevoli, la difesa dei lavoratori e quella dell’occupazione stessa non sembrano poter ammettere soluzioni diverse.
Articolo scritto da DUCCIO VALORI – ex direttore centrale dell’Iri
tratto da AltrEconomia
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