Banche in crisi, credito sempre piu’ difficile

Antonio Vanuzzo per L’aumento del rischio paese sull’Italia sta complicando la vita alle banche che faticano a trovare liquidita’. E quando la trovano e’ molto piu’ cara. Difficolta’ che potrebbero presto ripercuotersi sull’economia reale con il credito che diventa sempre piu’ difficile. Un problema che, secondo alcuni imprenditori sentiti da Linkiesta, si comincia gia’ a toccare con mano.

Il fantasma del credita’ crunch, la contrazione del credito a imprese e famiglie, torna ad aggirarsi fra le imprese italiane. L’aumento del rischio paese sull’Italia, riflesso nella crescita di rendimento dei Btp, sta infatti complicando la vita alle banche: si fatica a trovare liquidita’, e quando si trova e’ molto piu’ cara. Difficolta’ che potrebbero presto ripercuotersi sull’economia reale e che, secondo alcuni imprenditori sentiti da Linkiesta, si cominciano gia’ a toccare con mano.

Anche se l’Italia e’ troppo grande per fallire ”come ha ripetuto ieri Wolfgang Franz, economista e influente consulente del governo tedesco ” le banche italiane, grandi e piccole, non sfuggono alle turbolenze del mercato. Soprattutto quando gli investitori temono che il rallentamento economico registrato negli ultimi mesi sia l’antipasto di una nuova recessione, che rende piu’ ardua sia il risanamento dei conti pubblici e piu’ traballante la qualita’ del portafoglio crediti.

Sul mercato interbancario, e non solo verso le banche italiane, la sfiducia sta crescendo. Qualche commentatore ha evocato i tempi del crac Lehman. Di certo, la diffidenza ha ridotto gli scambi e gli istituti stanno diventando sempre piu’dipendenti dai rubinetti di Francoforte. Un segnale ulteriore di debolezza che alimenta il flusso di vendita delle azioni in Piazza Affari, riducendo la capitalizzazione di Borsa, in una spirale negativa che non e’ chiaro come possa essere fermata.

Martedi i prelievi overnight (della durata di una notte) attraverso il canale delmarginal lending facility della Bce sono saliti a 2,82 miliardi di euro rispetto a 555 milioni del giorno precedente. Non e’ un buon segnale. Il rifinanziamento marginale prevede un tasso del 2,25% (piu’ alto dell’1,5% applicato alle consuete operazioni di rifinanziamento principale) e un collaterale a garanzia. Le banche vi fanno ricorso solo in situazioni di emergenza, quando non riescono a reperire i fondi sull’interbancario. Nello stesso tempo, il divario fratasso Euribor a tre mesi e il tasso Overnight interest rate swap ” utilizzato come indicatore della propensione delle banche a prestarsi soldi a vicenda ” e’ massimi da sei mesi.

L’Abi ha intanto messo le mani avanti: il dito e’ puntato contro le regole di Basilea III, a cui la lobby delle banche italiane imputa il rischio di una stretta creditizia. Il motivo, dicono, sarebbe tecnico dal momento che le nuove regole prevedono che una quota stabile di risorse sia accantonata per esigenze di liquidita’. Secondo gli analisti di Nomura, sotto questo aspetto i livelli di UniCredita’ e Intesa Sanpaolo sarebbero tra i piu’ bassi in Europa. Spulciando le semestrali dei due principali istituti di credito italiani, risulta che per Piazza Cordusio a fine giugno i crediti netti verso la clientela sono stati pari a 561,8 miliardi di euro. Praticamente invariati sia rispetto al giugno 2010 (+0,5%) sia rispetto ad inizio anno (+1,1%). Per Intesa, invece, sono diminuiti (-1,1%) a 372,3 miliardi rispetto ai 376 miliardi del 31 dicembre scorso.

Accade cosi che lo sportello bancario diventa un muro di gomma contro cui vanno a sbattere le piccole e medie imprese italiane. «Dal nostro punto di osservazione, abbiamo notato che, dopo la pubblicazione degli stress test europei, le banche italiane hanno mostrato un irrigidimento nei finanziamenti a lungo termine, e un raddoppiamento dei tassi», spiega a Linkiesta Fabio Storchi, presidente di Comer Industries e vicepresidente di Federmeccanica.

Gli istituti di credito, accusati di non fare piu’ credito, ribattono spiegando che, casomai, i segnali di un rallentamento dell’economia si notano dalle minori richieste di finanziamenti. Chi ha ragione? «Le grandi banche ripetono che non c’e’ chiusura del credito, ma e’ molto strano, perche’ nella nostra esperienza, in quello che osserviamo e sentiamo, il credito e’ contingentato», racconta a Linkiesta Flavio Pasotti, industriale bresciano attivo nel settore della meccanica. «Il ritardo dei pagamenti della Pubblica amministrazione ha superato 300 giorni, e questo significa che icastelletti che le banche ti danno sono saturi. E se tu lavori, e non riesci a smobilizzare il credito, fai presto a rimanere bloccato», conclude l’imprenditore.

Le banche non vogliono rischiare, spesso esagerando con la prudenza. u il caso della Puglia, dove non vengono concessi prestiti nemmeno se sono garantiti all’80% dal Consorzio sviluppo garanzie, un fondo creato da Confesercenti con il Mediocredito centrale. «Una volta, l’80% delle pratiche di richiesta mutui veniva concesso. Da due anni e mezzo a questa parte, su 100 pratiche presentate, soltanto 30 vanno in erogazione, nonostante la garanzia del Consorzio», denuncia Salvatore Santese, presidente provinciale della Confesercenti di Lecce e responsabile regionale del credito. «Normalmente una banca dovrebbe assumersi dei rischi, abbracciando un progetto imprenditoriale. Oggi, invece, non vengono erogati prestiti nemmeno a societa’ con bilanci in positivo da due anni», osserva ancora Santese. L’Italia e’ troppo grande per fallire, troppo impegnativa da salvare. Le banche ne pagano lo scotto, e tirano giu’ la saracinesca in faccia ai piccoli imprenditori e artigiani, che galleggiano senza crescere.

(Tratto da: http://www.finansol.it)

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