L’imperdibile lezione di Bauman a Trento

Il Festival dell’Economia di Trento si e’ chiuso con il teorico della “societa’ liquida”,Zygmunt Bauman. Il sociologo ha parlato di mercato e consumismo e di come essi si alimentino oggi della mercificazione della moralita’. Siamo indotti a tacitare i nostri sensi di colpa nei confronti degli altri, nei confronti di coloro che amiamo e che trascuriamo per soddisfare gli imperativi della produzione, attraverso il consumo, lo shopping. “Abbiamo sulle nostre spalle – ha detto Bauman – un fardello incredibile, che include i nostri obblighi morali, i nostri naturali impulsi ad occuparci degli altri, e cerchiamo di sgravarcene con i tranquillanti morali offerti dai negozi, dai supermercati”. La risposta per Bauman e’ avere la consapevolezza che le risorse non sono infinite, che non potremo lenire il dolore di vivere semplicemente continuando ad accrescere produzione e consumo.

Bauman si complimenta con il tema datogli: i confini della liberta’ economica. Un tema che ha definito “fondamentale, perche’ oggi cominciamo a capire che anziche’ ampliare ed estendere le nostre opzioni il range di scelte a nostra disposizione si restringe. Ad esempio, nei giornali sono apparse recentemente delle notizie sul picco della produzione mondiale di petrolio, principale fonte di energia odierna, che sarebbe stato gia’ raggiunto, nel 2006. Da allora c’e’ solo il declino. Abbiamo dei mercati basati sulla competizione, che presuppongono la disponibilita’ di energia, pensiamo a realta’ come India, Cina, Sud Africa, che in passato consumavano una quota di energia molto minore, per esempio perche’ in essi non era diffuso il traffico privato. L’altra notizia e’ che entro il 2020 i prezzi degli alimenti raddoppieranno. Ci sono gia’ delle rivolte basate sulla scarsita’ di cibo, nel mondo, cose che pensavamo appartenessero al passato. Il terzo elemento e’ l’aumento della disuguaglianza a livello globale, per certi versi incredibile, perche’ va nella direzione opposta rispetto a quella pensata dai pionieri della liberta’ e dell’Illuminismo, come Cartesio, Bacon, Hegel. Il paese piu’ ricco, oggi, il Qatar, ha uno standard 428 volte piu’ alto del paese piu’ povero, lo Zimbabwe. Il 20% piu’ ricco dell’umanita’ controlla il 75% della ricchezza, il 20% piu’ povero il 2%.

Fino a 30-40 anni fa il trend era diverso, il divario fra i paesi sembrava destinato a colmarsi. Come mai e’ successo questo? Ci sono due fattori fondamentali, e sono piu’ culturali e sociali che economici. Il primo e’ chevogliamo godere di una vita ricca, abbiente, il che ci ha orientati ad assumere come principale indicatore l’acquisto, lo shopping. Pare che tutte le strade che portano alla felicita’ portino ai negozi. Cio’ sottopone il sistema economico e, piu’ in generale il nostro pianeta, ad unapressione enorme e poco sostenibile. Cio’ e’ disastroso per le nuove generazioni; e’ evidente che stiamo vivendo al di sopra dei nostri mezzi, sulle spalle dei nostri figli. Poi c’e’ la questione dellarisoluzione dei conflitti. Nel corso della modernita’ abbiamo sviluppato la capacita’ di risolvere i conflitti sociali, anche quelli legati alla diseguale distribuzione dei beni, aumentando il pil. Quando il pil cala non e’ che viene messa a rischio la sopravvivenza alimentare, ma nonostante cio’ si sviluppa il panico, perche’ la gestione dei conflitti e’ tutta basata sull’aumento della produzione e del consumo. Conosciamo la metafora della pagnotta: possiamo discutere come distribuirla, oppure produrne anche un’altra. Ma le risorse per produrre tutte le pagnotte che desidereremo non sono infinite. Cio’ pone un grande interrogativo sulla crescita economica. Possiamo trovare delle alternative alla crescita della produzione e dei consumi per trovare soddisfazione; in definitiva per essere felici? Cio’ e’ necessario se non vogliamo distruggere il nostro habitat e generare fenomeni catastrofici come le guerre.

I livelli attuali di consumo sono gia’ insostenibili dal punto di vista ambientale ed anche economico, comescritto da Tim Jackson. L’idea della prosperita’ al di fuori delle trappole del consumo infinito viene considerata un’idea per pazzi o per rivoluzionari. Jackson dice che ci sono delle alternative: le relazioni, le famiglie, i quartieri, le comunita’, il significato della vita. Ci sono enormi risorse di felicita’ umana che non vengono sfruttate. Anche l’antropologia ci ha mostrato che in certe zone – remote – del pianeta la formula di Adam Smith non funziona: si tratta della formula ben nota per la quale il fatto che noi troviamo il pane in panificio tutte le mattine e’ un frutto dell’avidita’ del panettiere. Invece a volte le persone sono spinte a produrre e a condividere cio’ che producono da motivi diversi rispetto all’avidita’. Le loro attivita’ non consumano molta energia e non producono rifiuti: la ricompensa dei ‘produttori’ e’ il rispetto e l’affetto della comunita’.

Gli stili di vita che stanno dietro a questi comportamenti producono molta felicita’ e soddisfazione, ma non sono particolarmente favorevoli alla crescita della produzione. La maggior parte delle politiche realizzate nel mondo dai governi va esattamente nella direzione opposta. Queste politiche raramente vanno al di la’ della prossima scadenza elettorale, raramente guardano a cio’ che succedera’ fra 20 o 30 anni. Assistiamo ad un processo di mercificazione e commercializzazione della moralita’. I mercati sono abituati ad orientare i bisogni umani, bisogni che in passato non erano soddisfatti dal mercato. Questo e’ cio’ che io indico con l’espressione ‘commercializzazione della moralita”. Il nostro reale bisogno dovrebbe essere prenderci cura dei nostri cari. Credo che tutti noi qui in sala ci sentiamo in colpa perche’ non riusciamo a trascorrere abbastanza tempo con i nostri cari. 20 anni fa il 60% delle famiglie americane si ritrovava attorno allo stesso tavolo per cenare. 20 anni dopo solo il 20%. Le persone sono piu’ occupate con il loro cellulare, il loro ipad e cosi via. La nostra vita quotidiana e’ profondamente cambiata, a causa anche delle tecnologie, che hanno sicuramente prodotto delle cose positive, ma hanno anche creato dei danni collaterali. Se oggi usciamo senza cellulari ci sentiamo nudi. Il confine fra il tempo dedicato al lavoro e quello dedicato alla famiglia e’ sfumato. Siamo sempre al lavoro, abbiamo l’ufficio sempre in tasca, non abbiamo scuse. Dobbiamo lavorare a tempo pieno. E piu’ si sale nella scala gerarchica meno tempo per se’ si ha. Si e’ sempre in servizio. Ovviamente i mercati e il consumismo non possono riparare questa situazione; possono pero’ aiutarci a mitigare la nostra cattiva coscienza, e lo fanno spingendoci verso l’acquisto, lo shopping, il mercato. Al tempo stesso disimpariamo altre abilita’ ‘primarie’. Ad esempio a riconoscere il dolore, il dolore morale, che e’ molto importante, perche’ esso e’ un sintomo, ci aiuta a riconoscere la fragilita’ dei legami umani. Improvvisamente abbiamo persone che hanno migliaia di amici in internet; ma in passato dicevamo che gli amici si vedono nel momento del bisogno, e questo non e’ esattamente il caso degli amici che abbiamo in internet.

Fino a quando il nostro senso morale verra’ mercificato, l’economia crescera’ perche’ messa in moto dai bisogni umani e dai desideri che e’ chiamata a soddisfare, bisogni e desideri apparentemente ‘buoni’, come dimostrare l’amore per gli altri. I grandi economisti del passato sostenevano che i bisogni sono stabili, e che una volta soddisfatti tali bisogni possiamo fermarci e godere del lavoro fatto. C’era la convinzione che alla fine del percorso avviato con l’inizio della modernizzazione si avrebbe avuto un’economia stabile, in perfetto equilibrio. Successivamente si e’ presa una strada diversa. Si e’ inventato il cliente. Si e’ capito che i beni non hanno solo un valore d’uso, ma anche un valore simbolico, sono degli status symbol. Non si acquistava piu’ un bene perche’ se ne ha bisogno, ma perche’ si ‘desidera’. L’obiettivo quindi diventava sviluppare sempre nuovi desideri negli esseri umani.

Ma anche i desideri ad un certo punto si scontrano con dei limiti. Cosi, il limite e’ stato superato mercificando la moralita’: non ci sono limiti all’amore, non ci sono limiti all’affetto che vogliamo dimostrare agli altri. Responsabilita’ incondizionata, condita da incertezze e ansie: questo e’ il motore del consumismo odierno, questo l’impulso che ci spinge a fare sempre di piu’, a produrre sempre di piu’. Ma cio’ non e’ possibile, le risorse sono sempre limitate. Forse il momento della verita’ e’ vicino. Ma possiamo fare qualcosa per rallentarlo: intraprendendo un cammino autenticamente umano, un cammino fatto di reciproca comprensione.”

(Tratto da: http://www.finansol.it)

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