(Fonte: Inviatospeciale.com/)
I fili complessi che legano potere e morale andrebbero indagati a partire dalla storia. Cent’anni fa si parlava solo di Tripolitania, Fezzan e Cirenaica, la Libia ancora non esisteva. La guerra di Libia (1911-1912) e’ un singolo episodio che pero’ rappresenta una svolta epocale. E’ la guerra con la Turchia, di cui la Libia, un ingente tratto di costa africana che l’Italia intendeva far sua, rappresentava la provincia piu’ estrema.
Un episodio che celava conseguenze oscure destinate a durare nel tempo e che condizionarono la storia del nostro Paese. Giolitti, nonostante la nazione giovane, disorganizzata e troppo impreparata per fare la guerra, quasi inaspettatamente, sferro’ l’attacco contro l’Impero Ottomano. Se riportassimo a galla tutti i particolari delle fasi del conflitto e ogni ripercussione drammatica e crudele, rimarremmo sorpresi dall’analogia dei fatti recenti. Giolitti sperava che i libici lo accogliessero come il liberatore di un popolo oppresso, trascuro’ percio’ l’identita’ religiosa del popolo libico, mettendo in primo piano lo sviluppo civile e il progresso materiale. Ma l’Oriente non era e non e’ l’Europa. Non ci fu alcuna insurrezione contro i Turchi. Al contrario alcune bande beduine si allearono ai regolari ottomani.
L’importanza della Libia emerse solo al termine della seconda guerra mondiale. Le scoperte geologiche, condotte in periodo coloniale, confermarono la presenza di ricchi giacimenti petroliferi. Londra assunse la gestione di Tripolitania e Cirenaica, la Francia quella di Fezzan.
Francia e Inghilterra dal 1951 prosperarono sotto la colonia del re Idris, protetto da basi militari britanniche e statunitensi. Gli accordi con le principali aziende petrolifere mondiali riservarono alla Libia solo il 50% del profitto. Nel 1969, quando Idris stava per abdicare in favore del figlio, la monarchia venne all’improvviso rimpiazzata da un golpe militare. Fra i ribelli c’era Mu’ammar Gheddafi.
Principi islamici, socialdemocrazia e lucida follia guidarono il regime di Gheddafi per oltre quarant’anni. Fu imposta la nazionalizzazione delle risorse, Gheddafi divenne il padrone del petrolio e il controllore del traffico dei migranti sul mediterraneo. Gheddafi divenne il piu’ imprevedibile e temuto dei leader arabi, nonostante cio’ molti accettarono di scendere a patti con lui.
Veniamo dunque all’attualita’. I nostri ministri hanno parlato chiaro: il ruolo dell’Italia nelle operazioni militari sara’ attivo. Si tratta di un’azione umanitaria? I pareri sono discordanti. In fondo un’azione umanitaria dovrebbe avere come obiettivo quello di liberare il popolo libico dal tiranno Gheddafi. Inoltre perche’, con tanti Paesi in cui vengono violati i diritti umani, interveniamo in Libia? Petrolio e gas, ecco la risposta. L’Italia sta partecipando a un’azione di colonialismo.
Il movimento politico e culturale arabo (Tunisia, Egitto, Libia) e’ insorto ai regimi dispotici. Usa e Ue continuano a sostenere, contro il risorgimento arabo, la dittatura saudita a esclusiva difesa delle proprie posizioni militari e strategiche.
Intanto il mare di Lampedusa e’ un inferno. Ci sono segni precisi, ogni giorno si registrano morti e dispersi, bambini spariti tra le onde e nonostante la lucidita’ di questi dati non si scorge un barlume di umanita’, di solidarieta’ ed efficienza.
Probabilmente non si riescono ad intravedere chiaramente le cause che ci portano a fare la guerra, perche’ non riusciamo a vedere esattamente quanto c’e’ di buono e innovativo in questo ambiente politico. Ed e’ forse solo l’idealismo del filosofo puro che, spinto dal suo punto di vista gnoseologico, ritiene che la realta’ debba essere conosciuta e spiegata a partire dal concetto pensato, e che ad esso aderisca: l’idealismo di chi rivendica la necessita’ etica che alla proclamazione dei principi faccia seguito una logica applicazione degli stessi, un’azione concreta e non contrastante (“Il contrasto vero dei tempi nuovi come delle vecchie tradizioni non e’ tra dittatura e liberta’, ma tra liberta’ e unanimita’”, diceva Piero Gobetti).
E nonostante le contraddizioni, il quadro generale della situazione sembra annunciare la fine dell’Imperialismo. Francia ed Inghilterra, vecchie potenze coloniali, cercano di recuperare il loro spazio economico e politico in diretta competizione col capitalismo italiano.
L’obiettivo non e’ solamente il controllo politico sulla Libia, ma la spartizione dei nuovi equilibri politici nell’intera regione araba, scossa dalle rivoluzioni popolari. Il fine comune e’ acquisire, senza mezzi termini, un mirato condizionamento politico sulle ribellioni in corso, cercando di arginare un eventuale sviluppo in direzione antimperialista ed anticapitalista. I bombardieri sono strumenti di queste operazioni.
Parallelamente la guerra diventa, ancora una volta, un tornaconto della politica imperialista. E’ stato un atto di responsabilita’. Si certo lo e’. Ma e’ un atto di responsabilita’ verso gli interessi di certe lobby, di certi gruppi influenti, a vantaggio dei loro interessi all’interno del Maghreb.
“La nostra attuale crisi non e’ solo una crisi politica, essa e’ anche una crisi della politica”, affermo’ Karel Kosik. E soltanto una politica in grande crisi puo’ dirsi contro la guerra e contemporaneamente rivendicare l’Alleanza democratica con partiti di guerra. Invece bisogna scegliere. Una critica severa e rigorosa e’ dunque necessaria. E la mancanza di una disciplina intellettuale, la continua mancanza di responsabilita’, unite all’ipocrisia morale ed intellettuale, sollecitano e favoriscono tutte le cattive tradizioni della cultura media italiana. Da qui la confusione, lo stesso risultato del machiavellismo, tra la morale politica e la morale privata.
Scrisse Antonio Gramsci a proposito: “Quando lo Stato era concepito come qualcosa di astratto dalla collettivita’ dei cittadini, come un padre eterno che avrebbe pensato a tutto, provveduto a tutto ecc; da cio’ l’assenza di una democrazia reale, di una reale volonta’ collettiva nazionale e quindi, in questa passivita’ dei singoli, la necessita’ di un dispotismo piu’ o meno larvato dalla burocrazia. La collettivita’ deve essere il prodotto di un’elaborazione di volonta’ e pensiero collettivo raggiunto attraverso lo sforzo individuale concreto e non per un processo fatale estraneo ai singoli: quindi obbligo della disciplina interiore e non solo di quella esterna e meccanica.
La questione della responsabilita’ del singolo e’ indubbiamente trascurata, cosi come il conflitto della morale e cosi via. Bisogna invece raggiungere la consapevolezza che ‘la storia non fa niente’ e che sono gli individui concreti che fanno la storia e per tanto non possono evadere dal compito di scegliere”, come lo stesso Kosik ha avuto modo di sottolineare.
Caterina Arcangelo
(Tratto da: http://www.inviatospeciale.com/)
Be the first to comment on "Le ragioni umanitarie della guerra? Un paradosso"