L’economia del noi

Roberta Carlini, animatrice di sbilanciamoci.info, nonche’ firma storica de Il Manifesto e un mucchio di altre cose ha scritto un nuovo libro per Laterza: l’economia del noi

La grande recessione ha portato via con se’ parecchie certezze. Oltre a milioni di posti di lavoro, case, mutui, pensioni, sanita’, scuole e universita’; oltre a molte imprese e qualche banca; oltre a molte vite umane; oltre al mito della stabilita’ e della crescita come elementi naturali del sistema; oltre al castello di carte dell’economia finanziaria e a un bel pezzo dell’economia reale, la grande crisi ha fatto cascare anche una certa concezione dell’economia. Ossia, quel corpus di idee e teorie prevalenti che hanno dominato sulla scena politica, culturale e accademica negli ultimi trent’anni.

I segnali di questa crisi sono parecchi. Ha cominciato subito la regina Elisabetta, con la sua celebre domanda naif agli attoniti economisti della London School of Economics circa la mancata previsione del crollo (‘come mai non se n’era accorto nessuno?’). Ha proseguito l’Accademia di Stoccolma, che dopo il disastro ha fatto uscire per un po’ il Nobel per l’economia fuori dai ristretti confini della teoria mainstream in cui era rimasto, salvo rare eccezioni, per anni e anni; portandolo addirittura dagli algoritmi super-specialistici del mercato al campo interdisciplinare dei ‘commons’, premiando Eleanor Ostrom e le sue ricerche sulla gestione collettiva dei beni comuni, e cosi riportando l’economia con i piedi per terra, dentro la societa’. Se ne sono accorti la comunita’ scientifica e i media, con una produzione ricchissima di libri e articoli con critiche, autocritiche, processi alla ‘scienza triste’. Nei convegni degli economisti e’ comparsa la parola ‘felicita” e il relativo filone di studi ha trovato nuova linfa.

Intanto si e’ andata allargando al di fuori dell’ambito degli addetti ai lavori la critica alla crescita del Pil come sola misura del benessere delle nazioni: una critica di lungo periodo che ha permeato studi e movimenti, ma che e’ stata sussunta a livello istituzionale in Francia con la Commissione Sen-Fitoussi-Stiglitz, e’ entrata anche nei programmi scientifici di istituti di statistica nazionali tra i quali il nostro Istat, ed e’ diventato argomento ricorrente e persino di moda nella pubblicistica economica. Anche in questo caso e’ in gioco l’allargamento dei confini dell’economico, e l’ingresso di indicatori di qualita’ sociale al fianco dei tradizionali indici relativi alla sfera dell’economia intesa in un senso assai ristretto.

Sulla stessa interpretazione della crisi, si sono fronteggiate una versione minimalista, che ha chiamato in causa disfunzioni della finanza e disattenzioni del regolatore, e altre piu’ attente a fattori strutturali globali; queste ultime indagano sul ruolo che la crescita delle diseguaglianze sociali nelle societa’ occidentali ha avuto nell’innescare la crisi del debito, e dunque sottolineano l’importanza dei fattori distributivi, sociali e istituzionali sui fatti dell’economia: riequilibrando cosi i pesi tra mercato, societa’ e politica, per un lungo periodo decisamente squilibrati a favore del primo.

Si tratta di segnali per un po’ di tempo molto evidenti anche nella percezione pubblica e poi rapidamente dimenticati dopo che la crisi finanziaria e’ rientrata ”’ grazie al pronto soccorso dei governi ”’ mentre e’ esplosa in tutta la sua distruttivita’ quella economica ”’ contro la quale l’intervento della politica e’ stato meno rapido se non assente. Segnali di diversa natura, tutti pero’ concordanti nel mettere in discussione l’assunto che ha nutrito per trent’anni il senso comune dell’economia: quello per cui e’ l’interesse individuale l’unico motore e l’unica chiave interpretativa dei comportamenti umani nella sfera della produzione e dello scambio. In quest’ottica, il mercato da luogo istituzionale dove si scambiano beni, servizi e denaro diventa centro di gravitazione universale, e l’individuo ”’ l’io isolato al centro della scena economica ”’ il protagonista di un modello che, con teorie e tecniche via via piu’ raffinate, ha sempre continuato a battere sullo stesso chiodo: lasciate fare gli interessi individuali, e la loro interazione ci dara’ il massimo raggiungibile per tutti.

Una concezione del mondo che pareva fallita e incartocciata negli scatoloni dei broker di Lehman Brothers, e che e’ stata momentaneamente accantonata [… continua su sbilanciamoci.info]

(Tratto da: http://www.finansol.it)

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