Povero risparmiatore!

premessa
La categoria dei risparmiatori non sembra, almeno negli ultimi anni, aver ottenuto grandi soddisfazioni sul mercato finanziario dall’impiego, sotto varie forme, dei suoi soldi, piu’ o meno sudati e questo in un quadro ambientale che si e’ presentato certamente nel periodo come abbastanza turbolento.

L’andamento molto altalenante della situazione economica dei vari paesi, la crisi recente dell’economia e della finanza, la presenza e l’invadenza di banche e, piu’ in generale, di intermediari finanziari sempre piu’ avidi e spesso incompetenti, la pubblicita’ di frequente ingannevole che promette rendimenti mirabolanti, l’attivismo dei vari Madoff nazionali ed internazionali che si affacciano ogni tanto sulla scena, le azioni perverse di governi incapaci e disorientati, tutto, messo insieme, congiura a presentare difficolta’ molto rilevanti per i nostri volenterosi investitori.

Proviamo a ricordare, sulla base di un paio di esempi comparsi di recente sulla stampa nazionale e straniera, soltanto alcuni aspetti, se vogliamo sostanzialmente ordinari, di questi problemi appena accennati.

Le polizze vita italiane: il primo caso cui vogliamo fare riferimento e’ tratto sostanzialmente da un articolo a firma Giuditta Marvelli dal titolo Polizze. La Vita? Non vale i BTP e apparso sul Corriere della Sera, supplemento Economia, del 14 marzo 2011; esso riguarda, come si capisce gia’ dal titolo, i rendimenti ottenuti in Italia sulle polizze vita confrontandoli con altri impieghi in qualche modo alternativi.

La ricerca del giornale analizza dunque l’andamento dei rendimenti del settore nel nostro paese, non senza aver prima rilevato come negli ultimi anni, tra il 2008 e il 2010, complice la paura scatenata dalla crisi, la raccolta premi di questi strumenti e’ piu’ che raddoppiata come importi, passando da 31 a circa 68 miliardi di euro. Il Corriere si chiede a questo punto se vale la pena realmente di investire nello strumento indicato, almeno sulla base delle esperienze passate e fa scaturire la risposta da un’analisi dei rendimenti ottenuti nel periodo tra il 2001 e il 2010. Ebbene, complessivamente chi avesse investito 1000 euro in una polizza vita nel 2001, si sarebbe ritrovato in media e sino ad oggi con una rendita annua di circa 548 euro; il risultato sarebbe cosi stato superiore di 278 euro all’anno rispetto ad un investimento di pari importo in azioni, impiego che si conferma come ancora piu’ disastroso nel periodo, ma inferiore invece di 65 euro all’anno rispetto a quanto ottenuto con i semplici BTP. Il rendimento complessivo delle polizze vita e’ stato in ogni caso, secondo le analisi del quotidiano, del 43,2% nel periodo, mentre invece quello dei BTP del 50,8%.
Alla fine, il risultato non appare particolarmente brillante.

I fondi pensione britannici: il secondo caso che vogliamo ricordare riguarda i fondi pensione, con riferimento specifico al caso inglese; ma, a nostro parere, esso acquista un valore di tipo piu’ generale che va al di la’ del contesto nazionale ed interessa nella sostanza anche noi.

In questo caso il giornalista da citare e’ Ruth Sullivan, di nuovo una donna, mentre il titolo dell’articolo e’ DC pension savers head for poverty ( in altri termini, ‘quelli che hanno investito i loro soldi nei fondi pensione a contribuzione definita si ritroveranno poveri’); esso e’ stato pubblicato sul Financial Times del 14 marzo 2011, nel supplemento settimanale dedicato proprio al settore dei fondi.
Prima di andare avanti con la trattazione bisogna sottolineare che negli scorsi decenni i fondi pensione anglosassoni sono riusciti a spostare il mercato dai fondi a prestazione definita, nei quali cioe’ il sottoscrittore sa quale pensione ricevera’ piu’ o meno al momento del ritiro dall’attivita’ lavorativa, a quelli invece a contribuzione definita, nei quali cioe’ l’investitore conosce soltanto, nella sostanza, la cifra che dovra’ versare ogni mese, mentre l’ammontare della pensione sara’ nota soltanto alla fine, in relazione all’andamento nel tempo di una serie di variabili non controllabili.

In effetti, con questa operazione i fondi sono riusciti a suo tempo a scaricare pressoche’ tutti i rischi del settore sui risparmiatori, mentre prima se li dovevano accollare in gran parte loro. Cosi si sono rovesciati sui clienti in particolare i rischi relativi al rendimento degli investimenti ”’tra l’altro era a suo tempo stata diffusa l’idea che l’impiego in azioni sarebbe stata la formula magica per ottenere alla fine una buona pensione-, quelli relativi ancora all’andamento dei tassi di interesse e dei livelli di inflazione, ecc..
Il risultato alla fine e’ quello che, secondo calcoli fatti molto di recente, una persona che nel 2000 avesse avuto 30 anni di eta’, avesse guadagnato nello stesso anno 20.000 sterline all’anno e avesse pagato contributi annui del 12% del salario, prendendo in considerazione anche i contributi versati dal datore di lavoro si sarebbe dovuto ‘ragionevolmente’ aspettare allora di andare in pensione a 65 anni con una somma mensile pari ad un po’ piu’ dei due terzi del salario. Alla fine del 2010, ahime’, l’aspettativa per la stessa persona era ormai per un importo della pensione pari soltanto al 45% dello stesso salario. Inoltre, i rendimenti per le persone che nel 2000 avevano piu’ di 30 anni risultano alla fine del 2010 ancora peggiori di quelli citati.

Un bel risultato. A proposito, come andranno le cose con i fondi pensione integrativi sponsorizzati a suo tempo con tanto entusiasmo anche dai sindacati ”’Cisl, Uil, Cgil- uniti nella lotta? Lascio a voi prevederlo.

(Tratto da: http://www.finansol.it)

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