di Edward Goldsmith – 11/03/2011
Fonte: Arianna Editrice
Lo sviluppo economico, nonostante i suoi devastanti effetti sulle societa’ e l’ambiente, resta il principale obiettivo delle agenzie internazionali, dei governi nazionali e delle corporazioni transnazionali che sono naturalmente i suoi principali sostenitori e beneficiari. Cio’ viene giustificato col fatto che solo lo sviluppo, e ovviamente il libero commercio globale che alimenta, puo’ sradicare la poverta’. Oggi quasi nessuno di coloro che occupano posizioni di comando sembra disposto a mettere in discussione questa tesi, sebbene non sia sostenuta da prove teoriche ne’ empiriche, ne’ serie.
Tanto per cominciare, si consideri che poco dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando il commercio mondiale e lo sviluppo economico erano davvero in atto, quello e’ aumentato di diciannove volte e questo non meno di sei volte ”’ una performance senza precedenti.
Appare evidente che se questi processi fornissero veramente la risposta alla poverta’ mondiale, allora questa dovrebbe ormai essere stata ridotta a poco piu’ di un vago ricordo del nostro barbarico e sottosviluppato passato. Invece, e’ vero il contrario. In Indonesia, la poverta’ e’ aumentata del 50% dal 1997, nella Corea del Sud e’ raddoppiata durante lo stesso periodo, in Russia e’ cresciuta dal 2,9% al 32,7% solo tra il 1966 e il 1998¹. Come nota l’International Labour Organization (ILO) nel suo ‘Rapporto 2000′, praticamente la stessa cosa e’ successa dappertutto, in Sud America come ai Caraibi. Cio’ che soprattutto colpisce e’ che, secondo l’ILO, la percentuale di reddito globale percepito dal 20% piu’ povero della popolazione tra gli anni dal 1960 al 1977 e’ diminuita dal 2,3% all’1%, ossia di piu’ della meta’, mentre solo negli ultimi cinque anni il numero di persone che vivono in condizioni di poverta’ estrema nel mondo e’ aumentato di 200 milioni, principalmente nell’Africa sub-sahariana, in Asia centrale, nell’Europa dell’Est e nel sud-est dell’Asia².
La poverta’ e’ aumentata in modo piu’ impressionante anche nel ricco mondo industriale, dove il tasso di disoccupazione tra il 1997 e il 1998 e’ piu’ che raddoppiato, crescendo dal 2,8% al 6,3% per gli uomini e dal 3,2% al 7,4% per le donne³. Significativamente, la disoccupazione a lungo termine, definita come disoccupazione che dura uno o piu’ anni, e’ salita in molti paesi molto piu’ rapidamente della disoccupazione totale. In Svezia, ad esempio, e’ cresciuta dal 5,5% della disoccupazione totale nel 1980 al 20,6% nel 1997(4). Secondo John Carvel, responsabile degli affari sociali di The Guardian, 37 milioni di persone sono attualmente disoccupate nei ricchi paesi industriali, 100 milioni sono senza tetto e quasi 200 milioni hanno una speranza di vita di meno di 60 anni. Persino nel Regno Unito, paese che ha inventato l’industria e dominato la scena economica per decenni, il numero di adulti in famiglie con meno di meta’ del reddito medio (che e’ l’indice di poverta’ preferito oggi in quel paese) ”’ e’ aumentato di un milione sopra il livello agli inizi degli anni Novanta e il numero e’ ora piu’ che raddoppiato rispetto agli inizi degli anni Ottanta5.
Per gente ragionevole questi fatti dovrebbero essere abbastanza per screditare la tesi che lo sviluppo fornisce i mezzi, e tanto meno i soli mezzi, per sradicare la poverta’. Ma per i sostenitori dello sviluppo cio’ ovviamente indica semplicemente che lo sviluppo non ha proceduto abbastanza in fretta. Essi sono semplicemente incapaci psicologicamente di mettere in discussione quello che e’ il fondamentale principio della religione secolare di oggi. Vinod Thomas, vicepresidente della World Bank’s Education afferma che ‘per invertire questa tendenza economica lo sviluppo e’ cruciale’. Egli presenta come modello il sud-est dell’Asia: ‘Se l’Africa sub-sahariana avesse seguito quel modello nei tre passati decenni, lo standard di vita sarebbe quadruplicato invece di stare ancora appena in piedi, e la poverta’ sarebbe diminuita, non aumentata’6. Naturalmente, egli non dice che nel sud-est dell’Asia anche la poverta’ e’ aumentata durante lo stesso periodo e che solo l’e’lite ha beneficiato, d’altronde temporaneamente, di un boom economico che era poco piu’ di una bolla, peraltro gia’ sgonfiata.
u significativo che la poverta’ non sia vista come un problema isolato, ma come la causa di tutti gli altri nostri problemi. Cosi, la Food and Agricultural Organization delle Nazioni Unite (FAO) insiste nel sostenere che se la gente ha fame e’ perche’ e’ povera e non puo’ permettersi di comprare il cibo di cui ha bisogno, mentre il World Health Organization (WHO) ci assicura altresi che se la gente si ammala e muore giovane e’ perche’ e’ povera e non puo’ permettersi le medicine che la guarirebbe. La risposta sia alla fame che alla malattia e’ percio’ lo sradicamento della poverta’, e dunque piu’ sviluppo.
Cosi la poverta’ e’ equiparata al ‘sottosviluppo’, il che vuol dire che, per definizione, solo lo sviluppo puo’ sradicarla. Nelle condizioni economiche in cui viviamo oggi, questo e’ probabilmente vero, ma quello che dobbiamo capire e’ che, definendo in questo modo la poverta’, in termini puramente monetari, presupponiamo che il denaro e’ sempre stato, e sempre deve essere, un requisito – come piu’ chiaramente e’ oggi – per soddisfare i bisogni reali. Se crediamo questo, comunque, e’ perche’ siamo abituati a guardare i crescenti problemi con i quali oggi ci confrontiamo interamente alla luce delle breve e totalmente aberrante esperienza della societa’ industriale in cui viviamo, che ci hanno insegnato a considerare come la norma.
Cos’e’ allora lo sviluppo? Perche’ crea poverta’?
Cio’ che tendiamo a dimenticare e’ che nelle famiglie e comunita’ tradizionali, nelle quali abbiamo vissuto per forse il 95% del nostro soggiorno su questo pianeta, si progettavano villaggi, si costruivano case, il cibo veniva prodotto, preparato e distribuito, i bambini erano allevati ed istruiti, ci si prendeva cura di vecchi e malati, si organizzavano e celebravano cerimonie religiose, si svolgevano funzioni di governo ”’ e tutto questo in forma completamente gratuita. Cio’ era possibile, come ha notato il grande storico dell’economia Karl Polany, perche’ in tali societa’ ‘l’economia era incastrata in relazioni sociali’7. Tutte le funzioni che oggi considereremmo economiche erano compiute per ragioni sociali piuttosto che economiche, principalmente per soddisfare relazioni di parentela e ottenere prestigio sociale.
Lo sviluppo cambia tutto questo, implicando soprattutto il graduale scioglimento dal loro contesto sociale di tutte quelle funzioni prima svolte gratuitamente, la loro monetizzazione e il loro assorbimento da parte dello stato e delle corporazioni. Ci e’ stato insegnato a vedere questo processo come uno degli accettabili costi del progresso, e per questo pochi sembrano aver considerato le sue reali implicazioni. La prima e’ che si puo’ predire in anticipo che un ampio settore della societa’ non sara’ semplicemente capace di acquistare il denaro per pagare il cibo, la casa e le altre necessita’ di vita, che sono state monetizzate e che prima erano ottenute gratuitamente attraverso il normale funzionamento di famiglie e comunita’. Per questa semplice ragione, lo sviluppo puo’ solo creare un grande numero di poveri e disgraziati, e il loro numero puo’ solo crescere con l’avanzare dello sviluppo, ancor di piu’ diventando quest’ultimo globalizzato.
Ovviamente, siamo stati addestrati a credere che i popoli preindustriali, che vivevano in economie non monetarie, erano poveri ”’ ma questo e’ semplicemente falso. Questi popoli avevano una vita culturale e cerimoniale ricca, e nel complesso vivevano in un ambiente relativamente non guastato. Di solito, erano anche ben nutriti e in perfetta salute ”’ fino a quando i loro modelli culturali furono scombussolati dalla colonizzazione e piu’ tardi dallo sviluppo economico, e il loro ambiente naturale distrutto. I primi viaggiatori in terre lontane avevano sempre notato quanto in buona salute e ben nutriti fossero i popoli tradizionali da essi visitati. Cosi, Mungo Park, nel suo Travels in Africa, ci dice che il fiume Gambia abbonda di pesci e che la natura ‘con mano generosa’ ha dato agli abitanti della zona ‘le benedizioni della fertilita’ e dell’abbondanza’8. Poncet e Brevedent, due viaggiatori francesi dell’Ottocento, notarono che l’area di Gezira, in Sudan, ora occupata da erosi campi di cotone, era un tempo coperta di foreste e ‘piante fruttifere e ben coltivate’, e che era chiamata Terra di Dio (Belad-Allah) ‘per la sua grande abbondanza’9. Ne vi e’ ragione di supporre che gli aborigeni australiani, oggi considerati i piu’ poveri tra i poveri, fossero sempre a corto di cibo. Sir George Grey, governatore generale della Nuova Zelanda nella prima meta’ del XIX secolo, ha trascorso molto tempo in mezzo a loro e ha sostenuto di aver sempre trovato la piu’ grande abbondanza nei loro rifugi. Molti moderni antropologi hanno notato quanto fossero in buona salute e ben nutriti i popoli tribali, con cui vivevano, e come la loro alimentazione e il loro stato di salute si deteriorassero non appena adottavano lo stile di vita dei loro colonizzatori.
R.R. Thaman dell’University of the South Pacific, ad esempio, osserva che prima del contatto con gli europei, gli abitanti della Melanesia, Polinesia e Micronesia, avevano generalmente abbondanti risorse di cibo, ed erano quasi universalmente riconosciuti per essere popoli dal superiore tipo fisico, robusti e in buona salute. Anche quegli atolli e isole calcaree coralline dove il cibo era relativamente scarso ‘avevano frutti degli alberi del pane, noci di cocco, pandano, spesso taro, una varieta’ di piante selvatiche commestibili e ricche risorse marine. Gli ultimi anni, comunque, hanno visto un drammatico deterioramento della salute degli abitanti delle isole del Pacifico. La crescente tendenza verso un’alimentazione in stile occidentale ha portato con se’ un aumento nell’incidenza delle cosiddette malattie della civilta’, in particolare malattie cardiache, carie e diabeti ”’ malattie quasi sconosciute pochi decenni fa. In Micronesia il numero di persone curate per malattie cardiache nei locali ospedali e’ triplicato tra il 1958 e il 1972 ”’ un incremento spiegabile con i cambiamenti nell’alimentazione e lo stress della vita moderna’10. Innumerevoli altri studi nelle isole del Pacifico e in ogni altra parte del mondo dipingono lo stesso quadro11.
In altri termini, i popoli tribali e gli altri popoli tradizionali non avevano bisogno di sviluppo economico e del denaro che esso fornisce per essere in buona salute e ben nutriti. Molto significativamente, l’edizione 2001 del World Development Indicators (WDI) della Banca mondiale mostra Cuba ”’ il solo paese in via di sviluppo, ad eccezione della Corea del Nord, che dal 1960 non ha ricevuto prestiti della Banca mondiale, e che ha avuto una crescita economica ‘anemica’, in testa a tutti gli altri paesi poveri nelle statistiche relative alla salute e all’istruzione. Persino Joe Ritzen, vice presidente della Banca per la politica di sviluppo, non puo’ evitare di restare impressionato. Egli nota che il sistema cubano ‘e’ estremamente produttivo nei settori sociali’, ma non puo’ non osservare criticamente che esso non da’ alla gente occasioni di prosperita’. Ma gli si potrebbe chiedere, quale uso si fa della prosperita’, se ha ‘un effetto negativo nei settori sociali’?12.
Cio’ che e’ importante e’ che questi popoli preindustriali non si sentivano poveri. Quando Laurens van der Post volle fare un regalo agli amici boscimani presso i quali aveva soggiornato, come segno della sua gratitudine per la loro ospitalita’, semplicemente non sapeva cosa dare loro.
Eravamo umiliati dalla consapevolezza di quanto poco potessimo dare ai boscimani. Quasi ogni cosa, probabilmente, sembrava rendere loro la vita piu’ difficile, aumentando i rifiuti e il peso della loro routine quotidiana. Non possedevano praticamente beni: una cinghia, una coperta e una cartella di cuoio. Non c’e’ niente che non potessero assemblare in un minuto, riporre nelle loro ceste e trasportare sulle loro spalle per un viaggio di mille miglia. Non avevano il senso del possesso13.
Etichettarli come completamente poveri equivale a non cogliere l’essenziale, per i boscimani, che vivevano nel loro ambiente naturale, e non si sentivano in alcun modo sventurati per la loro mancanza di beni materiali. Helena Norberg-Hodge, che ha trascorso molto del suo tempo durante gli ultimi trent’anni in Ladakh, una societa’ tibetana sull’Himalaia che politicamente appartiene dell’India, e che fino ad epoca recente era in gran parte isolata dal mondo esterno, e’ pienamente d’accordo. Quando per la prima volta si reco’ in Ladakh, alla meta’ degli anni Cinquanta, racconta come un giovane ladakho le fece visitare il suo lontano villaggio chiamato Hemis Shukpachan. Ella rimase impressionata dalla bellezza e spaziosita’ delle case. ‘Ma dove vivono i poveri?’ chiese. Egli resto’ sbalordito da questa domanda. Quando spiego’ cosa intendeva per povero, egli scosse la testa e rispose: ‘Non abbiamo nessuno cosi’. Oggi, tutto e’ cambiato. I ladakhi si affollano intorno ai turisti chiedendo denaro ”’ ‘siamo cosi poveri in Ladakh’, dicono loro pietosamente14. Essi infatti sono stati ridotti in poverta’ dal recente sviluppo economico che ha gia’ devastato la loro societa’ e il loro ambiente naturale e creato i molti nuovi e artificiali ‘bisogni’ che, per la maggior parte della gente, non potranno mai presumibilmente essere soddisfatti.
Essi erano differenti persino alla corte degli imperatori cinesi della dinastia Manciu’, prima che quel paese subisse l’influenza occidentale. Cosi, l’imperatore Ch’ien Lung non fu minimamente impressionato dai manufatti regalatigli dall’emissario britannico di re Giorgio III, che cercava di stabilire rapporti diplomatici con il suo paese. Egli rigetto’ la richiesta britannica e spedi una lettera a re Giorgio che si concludeva con le seguenti parole:
Dominando il vasto mondo, mi prefiggo di mantenere una perfetta amministrazione e di soddisfare le funzioni statali. Oggetti strani e costosi non mi interessano’¦ Come il vostro stesso ambasciatore puo’ vedere, abbiamo ogni genere di cose. Io non do valore a oggetti strani o ingegnosi, e non intendo usare i manufatti del vostro paese15.
Questo atteggiamento non potrebbe esserci piu’ estraneo. Il nostro appetito di beni materiali e congegni tecnologici sembra insaziabile. Infatti, la nostra ricchezza e il nostro benessere sono normalmente valutati sulla base del nostro accesso ad essi. u senza alcun dubbio vero che oggi abbiamo bisogno di molti beni materiali e apparecchi tecnologici, ma non perche’ ne abbiamo un’intrinseca necessita’, bensi perche’, nelle aberranti condizioni nelle quali viviamo, molti sono richiesti allo scopo di soddisfare necessita’ biologiche, sociali, spirituali ed estetiche che in normali condizioni erano una volta soddisfatte gratuitamente.
Nessuna parola per indicare la poverta’
Serge Latouche, che ha a lungo lavorato tra i quartieri poveri rapidamente sviluppati delle citta’ dell’Africa occidentale, ci racconta, nel suo istruttivo libro L’altra Africa, che nelle principali lingue africane addirittura non c’e’ una parola per poverta’, almeno nel senso economico del termine, che egli vede come un’invenzione occidentale. Le piu’ vicine sono le parole che indicano un ‘orfano’16. Marshall Salins fa la stessa osservazione nel suo citatissimo saggio The Original Affluent Society.
I popoli piu’ primitivi del mondo possiedono pochi beni, ma non sono poveri. Poverta’ non significa avere pochi beni, ne’ e’ propriamente una relazione tra mezzi e fini; e’ soprattutto una relazione tra persone. La poverta’ e’ uno stato sociale. Come tale, e’ un’invenzione della civilta”17.
In questo senso, la poverta’ non e’ associata a una mancanza di denaro, ma piuttosto all’assenza di un rapporto sociale. Per Latouche, la vera idea di poverta’ e’ concepibile solo in una societa’ individualistica, come quella che lo sviluppo necessariamente provoca. Si riferisce soprattutto all’impotenza del sociale isolato.
‘In una societa’ non-individualistica’, ci dice Latouche, ‘il gruppo nell’insieme non e’ ne’ ricco ne’ povero’18. Julius Nyerere diceva grosso modo la stessa cosa. Per lui, ‘in una societa’ africana’¦ nessuno soffriva la fame, o di cibo o di dignita’ umana, perche’ privo di ricchezza personale; ciascuno dipendeva dalla ricchezza posseduta dalla comunita’ della quale era membro19.
Molti di coloro che nel mondo moderno sono economicamente poveri sono anche quelli che hanno un sostegno familiare minimo. Si puo’ includere in quest’ambito il crescente numero di anziani in gran parte abbandonati dalle loro famiglie e dipendenti da una miserabile pensione statale appena sufficiente per sopravvivere. Possiamo altresi includere molte madri separate e i loro bambini. Nel 1974, il noto psicologo infantile Bronfenbrenner osservava che del ‘numero di bambini statunitensi sotto i sei anni che vivevano in poverta’, il 45% di loro erano membri di famiglie di genitori separati’20.
In Australia, Canada, Germania, Lussemburgo, Olanda, Norvegia e Usa, le imposte comunali di poverta’ per famiglie guidate da una madre separata sono almeno tre volte piu’ alte che per due genitori non separati. Da allora la situazione e’ peggiorata, cosa pienamente prevedibile, dal momento che lo sviluppo economico, per sua stessa natura, porta necessariamente alla disintegrazione sociale e all’atomizzazione. Negli Stati Uniti, ad esempio, il numero di famiglie guidate da una donna separata e’ aumentato di due volte e mezzo, nel Regno Unito di circa tre volte e in Canada e’ quasi raddoppiato21.
Non e’ sorprendente che la poverta’ infantile nei paesi dell’OCSE sia in generale sostanzialmente cresciuta durante lo stesso periodo. Tra il 1972 e il 1994, ad esempio, e’ raddoppiata in Germania e triplicata nel Regno Unito22. La poverta’ ha anche un’importante componente psicologica cui il sociologo francese Emile Durkheim si e’ riferito parlando di anomia ”’ termine adottato da altri eminenti sociologi come Robert McIver. Secondo quest’ultimo, le persone soffrono di anomia ‘quando le loro vite sono vuote e senza scopo, prive di significative relazioni umane’23.
u nei quartieri poveri delle citta’ industriali moderne che la disintegrazione e la privazione sociale o anomia che essa determina e’ piu’ avanzata, e questo causa una forma di poverta’ largamente assente nelle societa’ tradizionali, e che sotto certi aspetti e’ persino meno tollerabile di quella che esiste nei quartieri poveri delle citta’ del Terzo Mondo come Calcutta.
Come dice Robert Wurmstedt, ‘la poverta’ nei vicinati neri portoricani nella parte ovest di Chicago e’ peggiore di ogni poverta’ che ho visto in Africa occidentale. Qui la gente e’ guidata da forti valori tradizionali. Non vive nella costante paura della violenza, degli animali nocivi e del fuoco. Non troviamo lo stesso senso di disperazione e mancanza di speranza di un ghetto americano’24.
Una delle molte ragioni per cui lo sviluppo causa disintegrazione sociale e anomia e’ che, essendo sempre di piu’ assunte dallo stato e dalle corporazioni le funzioni chiave un tempo compiute dalle famiglie e dalle comunita’, questi elementi sociali chiave semplicemente si atrofizzano, come muscoli a lungo non utilizzati, e cosi, tra l’altro, la gente viene privata di quella che e’ di gran lunga la piu’ umanitaria e affidabile delle fonti di sicurezza. La massa delle persone nel mondo industriale non se ne rende conto. Per acquisire sicurezza, contano su investimenti personali, sul proprio lavoro e sullo stato sociale. Tuttavia, nel contesto dell’economia altamente instabile che abbiamo creato, gli investimenti sono assai speculativi, come vediamo oggi con il massiccio crollo nelle azioni tecnologiche e con il collasso delle economie asiatiche nel 1997 e all’inizio del 1998. E soprattutto, con l’odierna economia globale c’e’ ora una spietata concorrenzialita’, il che significa che le corporazioni, per sopravvivere, debbono ridurre i costi all’osso, e questo comporta, tra l’altro, che il lavoro deve essere ‘flessibile’, per cui i contratti a lungo termine sono stati sostituiti da contratti a breve termine, molti lavori a tempo pieno sono diventati a orario ridotto, ed e’ sempre piu’ semplice e persino meno caro licenziare impiegati quando risulta conveniente farlo. Il lavoro cosi si precarizza sempre di piu’, mentre al contempo lo stato sociale, per ridurre di nuovo i costi dell’industria, viene sistematicamente smantellato. Poiche’ questo processo riguarda un grande numero di persone che vivono in una societa’ sempre piu’ disumana e sempre piu’ priva del sostegno della famiglia e della comunita’, esse si troveranno praticamente sprovviste di ogni forma di sicurezza e con cio’ confluiranno nella proliferante moltitudine dei poveri e degli indigenti. Tuttavia, la poverta’ odierna non e’ niente paragonata a quello che sara’ quando le ciniche politiche di sviluppo dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) verranno pienamente realizzate.
L’Accordo Generale sul Commercio e i Servizi (GATS) del WTO, relativo appunto a tutti i servizi statali, copre ogni aspetto della cura della salute, dell’istruzione primaria, secondaria e universitaria, i servizi idrici e ambientali; in esso sarebbero inclusi anche la ricerca e il controllo ambientale. Per le corporazioni transnazionali questa e’ ovviamente una fantastica cuccagna, e’ stato loro assegnato un colossale nuovo mercato da sfruttare, con l’istruzione, la salute, e la sola acqua che rappresenta un mercato di 5-6 miliardi di dollari25. Questo significa che proprio tutti i servizi che lo stato in origine prendeva in consegna dalle comunita’ locali, e che erano largamente sovvenzionati dal pubblico e potevano essere gratuitamente forniti ai bisognosi, sarebbero ora tutti gestiti da enormi e totalmente irresponsabili corporazioni transnazionali che farebbero pagare per essi il prezzo massimo possibile ”’ creando un numero senza precedenti di poveri specialmente nei paesi del Terzo Mondo, che con cio’ sarebbero privati dell’accesso alle fondamentali esigenze della vita.
Ma questo non e’ tutto; in conformita’ con le regole del WTO, i mercati sono stati ovunque nel mondo aperti ai molto sovvenzionati prodotti alimentari statunitensi. Cio’ e’ gia’ iniziato in India, con risultati devastanti. Da qualche parte ci sono due-tre milioni di piccoli agricoltori in India, Cina, Indonesia, Tailandia, e in altre zone dell’Asia del sud e di sud-est, dove la dimensione media di una fattoria e’ solo di pochi acri. Pochi probabilmente per sopravvivere all’apertura dei loro mercati ”’ pochi anche per artigiani, piccoli negozianti e venditori ambulanti che dipendono interamente dall’agricoltura comunitaria. La maggior parte di queste persone sfortunate saranno costrette a cercare rifugio nei quartieri poveri delle piu’ vicine conurbazioni e, senza terra su cui far crescere il loro cibo, senza lavoro ”’ dato che il livello di disoccupazione in questi quartieri poveri e’ gia’ spaventoso ”’ e senza sussidi di disoccupazione, saranno ridotti in uno stato di totale indigenza.
Ma il principale contributo dello sviluppo economico all’aumento della poverta’ nel mondo e’ la produzione di sempre piu’ grandi quantita’ di gas responsabili dell’effetto serra che causano il riscaldamento globale. Questo e’ di gran lunga il maggiore problema che l’umanita’ abbia mai affrontato, ed infatti se non invertiamo rapidamente questo processo totalmente distruttivo, molta parte del nostro pianeta sara’ presto largamente inabitabile con sempre piu’ gravi ondate di calore, alluvioni, siccita’, tempeste, aumenti dei livelli marini, che determineranno massicce migrazioni di profughi impoveriti e quasi morti di fame attraverso la superficie del nostro pianeta. Se dunque continueremo a non fare nulla a questo riguardo, lo sviluppo avra’ effettivamente eliminato la poverta’, dato che il mondo diventera’ totalmente inabitabile e gli esseri umani, ricchi o poveri, saranno incapaci di sopravvivere26.
NOTE
1.Chakravarthi Raghavan, Third World Network feature, Ottobre 2000.
2.International Labour Office (ILO), World Report 2000.
3.ILO 1997a e OECD 1999, cit. in ILO World Report 2000.
4.ILO 1999b
5.John Carvel, Social Affairs Editor, The Guardian, 11 dicembre 2000.
6.Vinod Thomas, The Economist, 7 ottobre 2000.
7.Cfr. Karl Polanyi, The Great Transformation, Beacon Press, Boston 1957 (ed. or. 1944).
8.Mungo Park, ‘Travels in the Interior of Africa’, Folio Society, London 1984 (ed. or. 1799), p. 5.
9.Nigel Pollard ‘The Gezira Scheme: A study in failure’, The Ecologist, vol. 11, n° 1, 1981, pp. 24-31.
10.R. Thaman, ‘Food Scarcity, Food Dependency, and Nutritional Deterioration in Small Island Communities’. Saggio presentato al 49° ANZAAS Congress and Tenth New Zealand Geographical Conference, Auckland, Nuova Zelanda. Simposio su ‘Problems and resource use and development in small islands of the Pacific’, 24 gennaio 1979.
11.Cfr. Albert Damon, pp. 216-291. Cfr. p. 481 The Way, US edition. Cfr. anche Ian Prior et al. 1987, ‘Migration and gout: The Tokelau Islands Migration Study’, British Medical Journal, 22 agosto. The Way, p. 494.
12.World Bank.
13.Laurence Van der Post, ‘Venture into the Interior’, p. 278, Hogarth Press 1958.
14.Helena Norberg-Hodge, ‘Ancient Futures: Learning from Ladakh’, Rider Books, London 2000.
15.Ch’ien Lung, 1934, cit. da Arnold Toynbee in ‘A Study of History’, p. 161, Royal Institute of International Affairs, London.
16.Serge Latouche, L’Autre Afrique, p. 99.
17.Marshall Sahlins, ‘The Original Affluent Society’, Stone Age Economics, Aldine, New York, 1972.
18.Serge Latouche, ibid., p. 105.
19.Julius Nyerere Ujaama, ‘The Basis of African Socialism’, in Ujaama: Essays on socialism, Oxford University Press, Dar es Salaam 1968.
20.Urie Bronfenbrenner, ‘The Origins of Alienation’, Scientific American, Agosto 1974.
21.International Labour Office (ILO) 2000, p. 43.
22.OECD 1997a e OECD 1999) ”’ in ILO 2000, p. 43.
23.Robert McIver, 1964, ‘The Ramparts we Guard’, Mcmillans, New York, p. 242.
24.Robert Wurmstedt, cit. da E. Goldsmith, ‘The Way: an Ecological World View’, University of Georgia Press 1998.
25.Cfr. Agnes Bertrand e Laurence Kalafatides, ‘The World Trade Organisation and the Liberalisation of Trade in Healthcare and Services’, in Edward Goldsmith and Jerry Manders Editors, ‘The Case Against the Global Economy and for a Turn Towards Localisation’, Earthscan, London 2001.
26.Cfr. ‘The Ecologist’, marzo 1999, numero speciale sul cambiamento climatico, e ‘The Ecologist’, novembre 2001, secondo numero speciale sul cambiamento climatico.
(Tratto da: http://www.stampalibera.com)
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