
La societa’ dello spettacolo. Cosi Baurillard descriveva decadi fa lo scenario sociale, culturale e politico della tarda modernita’ occidentale. Le acrobazie dell’oggi sulle sponde del Mediterraneo, se non fossero di sostanza tragica, rimanderebbero piu’ efficacemente all’arte circense, all’italica commedia dell’arte. La transizione internazionale avviatasi nel 1989, dalla caduta del muro di Berlino, e’ sfaccettata, complessa e non terminata per definizione. Sul ruolo egemonico statunitense pero’ non vi sono dubbi di sorta. Differenti sono solo i giudizi di valore in merito, spacciati per oggettivita’ scientifica, in realta’ pure asserzioni ideologiche. Una ideologia non dichiarata, per questo unilaterale, pervasiva, trasversale che ha caratteri propagandistici e intolleranti in nulla difformi dai tentativi storici di omogeneizzare la societa’ di massa in un pensiero unico, acritico, funzionale ai meccanismi sociali autoreferenziali del potere.
Mettendo in fila gli episodi che collegano la guerra alla Jugoslavia, le due guerre irachene e quella afghana ancora in corso, svolte dalla comunita’ internazionale sulla spinta della volonta’ d’affermazione planetaria occidentale, l’11 settembre 2001 appare come un semplice drammatico acceleratore di velocita’ degli avvenimenti, con un tale repertorio di falsita’ e strumentalizzazioni, che a destra come a sinistra e’ difficile distinguere al peggio. Dittature che all’occorrenza divengono amiche o nemiche. Guerre preventive non dichiarate, poi ricomposte e metabolizzate in quel comitato d’affari che e’ l’Organizzazione delle Nazioni Unite, dove il diritto internazionale appare come la molla di una bilancia sbalestrata dai dieci pesi e le mille misure.
Dall’ossimoro della ‘guerra umanitaria’ progressista, all’aggressivita’ delle ‘guerre democratiche’, cioe’ di conquista dei ‘nuovi conservatori’, quello che accomuna il pensiero dominante e’ l’universalismo, il determinismo storico, l’etnocentrismo, il sentimento di superiorita’ materiale e quindi redenzione morale occidentale. Pacificatori guerrafondai e pacifisti dell’ingerenza bombardiera, hanno retoriche diverse, ma entrambe perseguono un mondo a loro immagine e somiglianza. Il pantagruelico libero mercato globale degli uni e’ l’altra faccia dell’individualismo apolide e impolitico dell’utopia cosmopolita degli altri.
In tale contesto l’utilizzo polemico dei termini ‘americanismo’ e ‘antiamericanismo’ e’ l’apice dell’ipocrisia argomentativi dei ‘pensatori’ circensi. Agli occhi dei sacerdoti del pensiero liberale, assumere una posizione critica della deriva unilaterale internazionale, significa appartenere ad una sulfurea conventicola ereticale, nemica della liberta’, cioe’ l’antiamericanismo. Poco importa ai fini dialettici, che la stucchevole filastrocca sulla ‘societa’ aperta’ faccia poi rientrare gli ‘eretici’ nelle accoglienti braccia della ‘superiorita” delle istituzioni liberali. Chiunque e’ onesto intellettualmente riconosce che nelle societa’ complesse uguaglianza e liberta’ sono una a scapito dell’altra e non offrono parita’ di manifestazione delle idee, quanto relativismo, censura ed autocensura. Le democrazie liberali hanno caratteri d’esclusione sottile, che ne preservano la funzionalita’ legata ai poteri politici, economici e d’opinione che le condizionano. In tal senso, l’espediente dell”antiamericanismo’, e’ un capro espiatorio ad uso dialettico per delegittimare il contraddittore. Automaticamente, in ogni ambito culturale, gli Stati Uniti diventano un improbabile letto di Procuste storico e filosofico cui sottoporre qualsivoglia anticonformismo, in realta’ per negare dignita’ concettuale e marginalizzare chiunque abbia opinioni difformi sul monismo ideologico della modernita’. Ma si puo’ ridurre millenni di storia, civilta’ e culture allo spirito di redenzione dei Padri pellegrini sbarcati nel Massachussets circa tre secoli fa? Ovviamente no, quindi si inverte la rotta e si fanno sbarcare i marines in ogni dove.
Quello che sta accadendo e’ lo spregiudicato utilizzo dei subalterni rapporti internazionali per affermare nella societa’ italiana un liberalismo acefalo di massa. Non avendo quest’ultimo solide radici autonome, si sradicano le residuali identita’ popolari con una ennesima egemonia culturale fatta ad immagine e somiglianza di un mito edonista secolarizzante. Ora, come non esiste un ‘partito antiamericano’, non crediamo esista in se’ un ‘partito americano’, ma un soggetto culturale multiforme, con una certa aderenza sociale che nella fragilita’ delle posizioni di principio degenera in un difetto caratteriale dei tratti nazionali, il servilismo.
Il buon senso popolare stroncherebbe gergalmente tale mancanza di stile e grossolanita’ ideologica con il termine ‘americanata’, ma il farsesco assume i toni del tragico quando viene meno anche nei singoli individui il senso critico della realta’, disponendo in forme totalitarie il consenso democratico. Si restringono le liberta’ con il pretesto della sicurezza. Per inibire le contraddizioni sociali, per distogliere le persone dal farsi domande, si creano dei nemici onnipresenti, demonizzabili a piacimento, si strumentalizzano i conflitti culturali con l’obiettivo di perpetuare il potere immunizzandolo da ogni presunta ‘minaccia’.
In tal modo la deriva oligopolista delle democrazie rappresentative, piuttosto che la dissoluzione del legame sociale, o la diffusione tumorale della corruttela morale e la diffidenza reciproca nelle societa’ occidentali, e’ abilmente rimosso. La crisi epocale del nichilismo tecnologico e il divario irreversibile tra cultura e natura causato dalla yubris industriale non ha patria nelle ‘felici sorti e progressive’ della civilizzazione planetaria.
La consapevolezza della drammaticita’ degli eventi consiglierebbe ben altro spirito tragico alla commedia umana che stiamo recitando. Occorrerebbe opporsi a tutto cio’ che, entro la ‘logica imperiale’, ha l’effetto di omologare, unire, sedare, ‘pacificare’, orientare verso una meta cosmopolitica e universalistica. L’obiettivo dovrebbe essere quello di sottrarre consenso alla prospettiva di uno Stato mondiale e, nello stesso tempo, di operare perche’ alla gerarchia unipolare delle relazioni internazionali si sostituisca gradualmente un assetto multilaterale: un ‘pluriverso’ di grandi aree di civilta’ in interazione.
Un regionalismo multipolare, ad esempio, potrebbe essere capace di ridurre realisticamente l’asimmetria delle forze oggi in campo e inibire l’unilateralismo occidentale. Senza giri di parole necessita pensare l’attualita’ di una ‘secessione europea’ dalla sua attuale lealta’ e subalternita’ atlantica.
Si pensi come eponimo degli aggressivi interessi statunitensi al mai domo politologo statunitense Robert Kagan. A parere di quest’ultimo e di molti osservatori europei e statunitensi, stanno aumentando le ragioni di un ‘dissenso strategico’ fra le due sponde atlantiche. Stati Uniti ed Europa si dividono su un numero crescente di questioni, soprattutto su temi come il dissesto ecologico del pianeta, il rispetto del diritto internazionale, i rischi connessi alla guerra infinita contro i reprobi di turno, la nuova Corte penale internazionale (ICC). Se il dissenso transatlantico si fara’ piu’ acuto, minaccia Kagan con toni arroganti, gli Stati Uniti saranno costretti a svolgere la loro funzione di guardiano armato del mondo senza tenere in minimo conto le opinioni dei leader politici europei.
Bene, si prenda in parola la presunzione degli onnipotenti di turno. Una Europa affrancata dal soffocante abbraccio atlantico e cioe’ meno occidentale, e soprattutto piu’ mediterranea, potrebbe manifestare una identita’ politica adatta ad un mutamento sostanziale degli equilibri nei rapporti di forza che sottendono la globalizzazione. Una forte autonomia e identita’ europea potrebbe favorire una riduzione dell’uso arbitrario della forza internazionale e attualizzare il principio dell’autodeterminazione dei popoli.
Quanto alla forma politica capace di contrastare il ‘radicalismo liberale di massa’, si ragioni in termini di partecipazione di contro allo svuotamento procedurale oligarchico della rappresentanza, sulla base di comunita’ locali piuttosto che verso la ‘grande societa”. Oltre lo Stato e il Mercato, si puo’ praticare un giusto mezzo tra liberta’ ed eguaglianza, oltre un modello di sviluppo ‘illimitato’, poiche’ la mercificazione dissolve ogni forma di vita comune cui e’ legato. Mirando a una politica conforme alle aspirazioni popolari, creando nuovi ambienti di espressione collettiva sulla base di una politica di prossimita’ orizzontale armonizzata dalla sussidiarieta’ verticale. Opponendosi alle e’lites politicomediatiche, manageriali e burocratiche, tecnocratiche, il comunitarismo e’ incompatibile con tutti i riduzionismi e meccanicismi autoritari. Uscire dal prometeismo occidentale per tornare in grembo alla civilta’ europea, dove la democrazia significa partecipazione comunitaria (polis) e liberta’ cio’ che ha in se’ il principio dei suoi atti.
(Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it)
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