*Anche da bambino rimanevo colpito quando sentivo dire
che per vivere una buona vita bisogna esser ricchi
(Berthold Brecht).
Solo i ricchi possono vivere bene: questo e’ lo scoraggiante messaggio che e’ stato inculcato nelle teste di tutta l’umanita’ nell’ultimo mezzo secolo. Si tratta della dottrina implicita dello ‘sviluppo’: la crescita del reddito funge da esatto criterio del progresso. Tutti, si sostiene, hanno non solo il diritto ma anche il dovere di diventare ricchi e cio’ si applica alle societa’ ancor piu’ che ai singoli individui. L’indicatore piu’ importante e preciso al mondo dello stato di una nazione si pensa sia il reddito medio pro capite, mentre il supremo oggetto di ammirazione non e’ il livello gia’ raggiunto ma l’attuale tasso di crescita.
Logicamente, o quasi, ne consegue che il piu’ grande ostacolo al progresso e’ la crescita della popolazione perche’ frustra, diminuisce, compensa cio’ che la crescita del Prodotto Nazionale Lordo (PNL) altrimenti raggiungerebbe. Qual e’ il punto, diciamo, nel raddoppiare in un periodo il PNL se anche la popolazione, nello stesso periodo, raddoppia? Significherebbe correre veloci per rimanere fermi: il reddito medio pro capite rimarrebbe fermo e non ci sarebbe alcun avanzamento verso l’adorato obiettivo dell’opulenza universale.
Alla luce di questa dottrina ricevuta, la previsione unanime ben prossima dei demografi, secondo la quale la popolazione mondiale, a meno di impreviste catastrofi, raddoppiera’ nei prossimi trent’anni, e’ vista come una minaccia intollerabile. Quale altra prospettiva ci si apre davanti, oltre a quella di una frustrazione senza limite?
Alcuni fanatici della matematica si esaltano ancora nel proiettare le ‘curve della crescita’ economica degli ultimi trent’anni per altri trenta o cinquanta anni, per ‘dimostrare’ che l’intera umanita’ puo’ diventare immensamente ricca nel giro di una generazione o due. Il nostro unico pericolo, suggeriscono, e’ quello di restare vittime, in questa gloriosa ora nella storia del progresso, di un ‘esaurimento nervoso’. Viene presupposta l’esistenza di risorse infinite in un mondo finito, una capacita’ ugualmente infinita della natura di affrontare l’inquinamento e l’onnipotenza della scienza e dell’ingegneria sociale.
Prima la smetteremo di vivere in questo regno dell’utopia di tali previsioni e congetture fantasiose e meglio sara’ e cio’ si applica alle persone dei paesi ricchi come a quelle dei paesi poveri. Il concetto si applicherebbe ugualmente anche se la crescita della popolazione si arrestasse immediatamente.
L’assunto moderno secondo il quale ‘solo i ricchi possono vivere bene’ deriva da una filosofia superficialmente materialistica, in contraddizione con la tradizione universale dell’umanita’. I bisogni materiali degli esseri umani sono limitati e, nei fatti, relativamente modesti, sebbene i nostri desideri materiali potrebbero non conoscere confini. Non si puo’ vivere di solo pane e nessun aumento di desideri puo’ darci la ‘bella vita’.
Per esemplificare cio’ che intendo sostenere, mi si lasci affermare direttamente che esistono gradi di poverta’ che possono essere totalmente ostili a qualsiasi tipo di cultura nel senso comunemente accettato. Sono essenzialmente diversi dalla ‘poverta” e meritano un nome diverso: il termine proposto e’ ‘miseria’. Potremmo dire che la poverta’ prevale quando la gente ha abbastanza per tirare avanti alla meglio ma poco da risparmiare, mentre la miseria non consente di tirare avanti e anche l’anima soffre della privazione. Circa tredici anni fa, quando iniziai seriamente a cercare risposte a queste domande imbarazzanti, scrissi nel mio Roots of Economic Growth (Radici della crescita economica):
‘Tutti hanno sempre saputo, ad eccezione di alcuni che confermano la regola, come sopravvivere, hanno sempre scoperto uno schema di vita adatto alle proprie condizioni di vita naturali. Le societa’ e le culture sono collassate quando hanno abbandonato il proprio schema e sono cadute in decadenza, ma anche allora, a meno di effetti devastanti di una guerra, la gente ha continuato normalmente a provvedere per se stessa, con qualcosa da risparmiare per cose superiori. Perche’ ora non e’ cosi, in cosi tante parti del mondo? Non sto parlando della poverta’ ordinaria, ma della miseria vera e propria, non dei poveri che, secondo la tradizione universale dell’umanita’ sono in qualche modo fortunati, ma di chi vive nella miseria e nella degradazione e che, in virtu’ della stessa tradizione, non dovrebbero esistere affatto e dovrebbero essere aiutati da tutti. La poverta’ poteva essere la regola in passato, ma la miseria no.
I contadini e gli artigiani poveri esistono da tempo immemore; ma le migliaia di abitanti indigenti e infelici delle citta’ e le centinaia di migliaia di senza casa, non durante una guerra o come effetto della guerra, ma in periodo di pace e come caratteristica apparentemente permanente, cosa che e’ mostruosa, scandalosa e totalmente anomala nella storia dell’umanita’. Non possiamo essere soddisfatti della risposta sbrigativa secondo la quale cio’ e’ dovuto alla pressione demografica.
Dal momento che ogni nuova bocca che si viene ad aggiungere in questo mondo e’ dotata anche di due mani, la pressione demografica potrebbe essere usata come spiegazione solo se si presentasse un’assoluta mancanza di terra, e sebbene questa situazione potrebbe verificarsi in futuro, per ora ne siamo ben lontani (ad eccezione di qualche isola). Non si puo’ dire che l’aumento della popolazione come tale deve produrre un aumento della poverta’, perche’ le mani che si aggiungono potrebbero non essere dotate del capitale necessario per sopravvivere. Milioni di persone hanno iniziato senza capitale e hanno mostrato che un paio di mani possono fornire non solo il reddito ma anche i beni durevoli, ad esempio il capitale, per un’esistenza civilizzata. Pertanto, la questione rimane aperta e richiede una risposta. Cosa e’ andato per il verso sbagliato? Perche’ queste persone non possono provvedere a loro stesse?’
La risposta, credo, sta nel fatto che queste persone hanno abbandonato la loro indigena ‘cultura della poverta”, il che non significa solo che hanno perso la loro vera cultura ma anche che la loro poverta’ si e’ trasformata, in troppi casi, in miseria.
Una cultura della poverta’ come l’abbiamo conosciuta in innumerevoli varianti prima dell’era industriale si basa su una distinzione fondamentale, non importa quanto istintivamente o coscientemente viene fatta, tra l”effimero’ e l”eterno’. Tutte le religioni, ovviamente, si interrogano su questa distinzione e affermano che l’effimero e’ relativamente irreale mentre solo l’eterno e’ reale. A livello materiale, abbiamo a che fare con i beni e i servizi dove si applica la medesima distinzione: tutti i beni e i servizi possono essere disposti, per cosi dire, su una scala che va dall’effimero verso l’eterno. Inutile dire che non e’ possibile prendere questi due termini in senso assoluto (perche’ non c’e’ niente di assoluto a livello materiale), sebbene possa esserci qualcosa di assoluto nelle intenzioni del produttore: lui/lei potrebbe vedere il proprio prodotto come qualcosa da esaurire, vale a dire, come qualcosa da distruggere nell’atto del consumo, o come qualcosa da usare e di cui godere come risorsa permanente, idealmente per sempre.
Gli estremi possono essere riconosciuti facilmente. Un articolo di consumo, come un filone di pane, e’ pensato per essere esaurito, mentre un’opera d’arte, come La Gioconda, e’ pensata per durare per sempre. I servizi di trasporto che portano i turisti in vacanza sono pensati per essere esauriti e sono, quindi, effimeri, mentre un ponte sopra un fiume dovrebbe essere una struttura permanente. Lo svago e’ effimero mentre l’istruzione (nel senso piu’ ampio) dovrebbe essere eterna.
Tra gli estremi dell’effimero e dell’eterno, si estende un’ampia gamma di beni e servizi nei confronti dei quali il produttore potrebbe esercitare un certo grado di scelta: lui/lei potrebbe produrre con l’intenzione di fornire qualcosa di relativamente effimero o di relativamente eterno. Un editore, ad esempio, potrebbe pubblicare un libro con l’intenzione che venga venduto, letto e fatto tesoro da innumerevoli generazioni. Oppure l’intenzione potrebbe essere quella per la quale il libro viene venduto, letto e gettato il prima possibile.
I beni effimeri sono, per dirla con il linguaggio degli affari, ‘cespiti ammortizzabili’ e devono essere ‘ammortizzati’. I beni eterni, al contrario, non vengono mai ‘deprezzati’ ma ‘mantenuti’ (il Taj Mahal non viene deprezzato, anzi, si cerca di tenere immutato il suo splendore). I beni effimeri sono soggetti a calcoli economici. Il loro unico valore sta nell’essere esauriti ed e’ necessario assicurare che il loro costo di produzione non superi il beneficio che ne deriva distruggendoli. Ma i beni eterni non sono fatti per essere distrutti e non c’e’ motivo di calcolo economico perche’ il beneficio, il prodotto del valore annuale e del tempo e’ infinito e quindi incalcolabile.
Una volta riconosciuta la validita’ della distinzione tra l’effimero e l’eterno, saremo capaci di distinguere, in linea di principio, tra due diversi tipi di ‘standard di vita’. Due societa’ possono avere lo stesso volume di produzione e lo stesso reddito pro capite della popolazione, ma la qualita’ della vita o lo stile di vita potrebbero mostrare differenze fondamentali e incomparabili. L’una concentrerebbe l’attenzione sulle soddisfazioni effimere mentre l’altra si dedicherebbe principalmente alla creazione di valori eterni. Nella prima si avrebbe una vita opulenta in termini di beni effimeri e carestia in termini di beni eterni (cibo, acqua e svago in ambienti insani, sordidi, brutti e miseri). Nella seconda, invece, potrebbe aversi una vita frugale in termini di beni effimeri e opulenza in termini di beni eterni (consumo modesto, semplice e sano in ambienti nobili). In termini di contabilita’ economica tradizionale, le due societa’ sono ugualmente ricche e ugualmente sviluppate. Cio’ dimostra che l’approccio puramente quantitativo manca il bersaglio.
Lo studio di questi due modelli puo’ sicuramente insegnarci molto. E’ chiaro, tuttavia, che la questione: ‘Quale dei due e’ il migliore?’ va oltre il calcolo economico, dal momento che la qualita’ non puo’ essere calcolata.
Nessuno, suppongo, negherebbe che lo stile di vita della societa’ industriale moderna pone maggiore enfasi sulle soddisfazioni effimere ed e’ caratterizzato da un forte abbandono dei beni eterni. Sotto alcune costrizioni immanenti, inoltre, la societa’ industriale moderna e’ impegnata in un processo che si potrebbe definire di ‘effimerizzazione crescente’. Vale a dire che i beni e i servizi, che per loro natura appartengono al lato eterno, sono prodotti come se il loro scopo fosse effimero. Il calcolo economico e’ applicato ovunque, anche al costo di economizzare e lesinare beni che dovrebbero durare per sempre. Allo stesso tempo, beni puramente effimeri vengono prodotti a livelli tali di perfezionamento, elaborazione e lusso che sembrano progettati per servire scopi eterni e durare per l’eternita’.
E nemmeno, suppongo, che nessuno negherebbe che molte societa’ preindustriali sono state capaci di creare culture superlative ponendo l’attenzione su modalita’ esattamente opposte. La gran parte del patrimonio culturale mondiale moderno deriva da queste societa’.
Le societa’ opulente di oggi fanno un uso cosi esorbitante delle risorse del pianeta, creano pericoli ecologici di tale intensita’ e producono un tale livello di nevrosi nella popolazione che non potrebbero servire da modello per quei due terzi o tre quarti dell’umanita’ considerati tradizionalmente sottosviluppati o in via di sviluppo. Il fallimento dell’opulenza moderna, che sembra abbastanza ovvio sebbene non sia liberamente ammesso anche da persone di formazione puramente materialistica, non puo’ essere attribuito all’opulenza come tale, ma e’ direttamente dovuto a priorita’ male interpretate (la cui causa non puo’ essere qui discussa). Una superficiale sovra-attenzione verso l’effimero ed una brutale sottovalutazione dell’eterno. Non a sorpresa, nessuna indulgenza sul lato effimero puo’ compensare la carestia nel lato eterno.
Alla luce di queste considerazioni, non e’ difficile comprendere il significato e la fattibilita’ di una cultura della poverta’. Si baserebbe sulla convinzione che i reali bisogni degli esseri umani sono limitati e devono essere soddisfatti ma che quando i desideri tendono ad essere illimitati, non e’ possibile soddisfarli e bisogna resistere loro con la maggior determinazione. Solo tramite una riduzione dei desideri in necessita’ sara’ possibile liberare le risorse per il vero progresso.
Le risorse necessarie non possono essere donate da aiuti esteri, non possono essere mobilitate dalla tecnologia della societa’ opulenta che e’ immensamente a uso intensivo di capitali e a risparmio di lavoro ed e’ dipendente da una complicata infrastruttura enormemente costosa. Il trasferimento di tecnologia acritico dalle societa’ ricche a quelle povere non puo’ che trasferire nelle societa’ povere uno stile di vita che, ponendo maggiore enfasi sulle soddisfazioni effimere, potrebbe essere adatto a piccole minoranze ricche, ma condanna la grande maggioranza povera ad una crescente miseria. Le risorse per il progresso genuino possono essere trovate solo con uno stile di vita che enfatizzi la vita frugale in termini di beni effimeri. Solo questo schema di vita puo’ creare, mantenere e sviluppare una fornitura crescente di beni eterni.
Vita frugale in termini di beni effimeri significa un’accanita aderenza alla semplicita’, l’elusione consapevole di tutte le elaborazioni non necessarie ed una magnanima rinuncia al lusso, o puritanesimo, se preferite, dal lato effimero. Questo renderebbe possibile un alto standard di vita dal lato eterno, come compensazione e gratificazione. Il lusso e il perfezionamento hanno il loro posto e la loro funzione ma solo con i beni eterni, non con gli effimeri. Questa e’ l’essenza di una cultura della poverta’.
E’ necessario aggiungere un ulteriore punto: la risorsa principale di tutte le societa’ e’ la forza lavoro, che e’ infinitamente creativa. Quando l’attenzione principale e’ posta sui beni effimeri, si verifica una preferenza automatica per la produzione di massa, e non ci puo’ essere dubbio che la produzione di massa e’ pia’ congeniale alle macchine che alle persone. Il risultato e’ la progressiva eliminazione del fattore umano dal processo produttivo. Per una societa’ povera, cio’ significa che la sua risorsa piu’ importante non puo’ essere utilizzata. La sua creativita’ resta largamente non sfruttata. Questo e’ il punto su cui Gandhi, con istinto infallibile, insisteva affermando che ‘non la produzione di massa ma solo la produzione dalle masse puo’ servire allo scopo’. Una societa’ che pone maggiore enfasi sui beni eterni preferira’ automaticamente la produzione dalla massa alla produzione di massa, perche’ tali beni, progettati per durare, devono essere adatti alle precise condizioni del loro luogo, non possono essere standardizzati. Questo porta l’intero essere umano all’interno del processo produttivo ed emergera’ che anche i beni effimeri (senza i quali l’esistenza umana e’ ovviamente impossibile) diventano piu’ efficienti ed economici quando viene data una ‘veste’ adatta dal fattore umano.
Quanto detto sopra non e’ altro che un assemblaggio di alcune indicazioni preliminari. Conservo la speranza che, in vista di crescenti minacce alla sopravvivenza della cultura, e anche della vita stessa, ci sara’ un aumento di seri studi sulle possibilita’ di una cultura della poverta’. Potremmo scopire di non aver nulla da perdere e di avere un mondo da guadagnare.
tratto dal libro‘La misura della felicita”ovvero cose in cui credere
di Ernst SchumacherFioriGialli edizionifebbraio 2007 (Tratto da: http://www.ariannaeditrice.it)
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