L’Africa non sta ferma

Uno degli obiettivi centrali di chi si occupa di finanza etica e dintorni e’ molto spesso quello di cercare di contribuire in qualche modo con la sua azione alla riduzione della poverta’ e delle disuguaglianze presenti ancora troppo largamente nel mondo.

Probabilmente la fonte maggiore di preoccupazione ”’ nonche’, conseguentemente, il terreno privilegiato di intervento-, della gran parte degli sforzi internazionali, pubblici e privati, su tali fronti riguarda, quasi ovviamente, il continente africano. Il presupposto di tali azioni fa riferimento al fatto che si tratta dell’area del mondo economicamente piu’ depressa e comunque il continente che presenta i maggiori problemi economici, sociali, politici del pianeta. Abbiamo pensato di dedicare due articoli a cercare di fare il punto sulla questione, mirando in particolare ad analizzare criticamente due idee profondamente radicate negli ambienti occidentali piu’ sensibili alla questione e che necessitano a mio parere di una rilevante revisione; la prima ha a che fare con una rappresentazione molto negativa sulla situazione presente e sulle prospettive a medio termine di sviluppo dell’area, mentre la seconda fa riferimento alla diffusa opinione che una forte politica di aiuti internazionali possa essere di aiuto molto rilevante a risolvere i problemi dell’area, in campo economico come sanitario.

Noi non vogliamo cercare di ribaltare queste idee, che hanno per alcuni aspetti una loro plausibilita’, ma intendiamo certamente metterle almeno in parte in discussione, mostrando come la realta’ attuale sia largamente diversa dalle molte convinzioni largamente diffuse e come, in ogni caso, la situazione africana sia in grande movimento, spinta sia da fattori esterni che interni all’area. Cosi questo primo articolo cerca di analizzare la questione relativa a che punto si collochi in generale oggi lo sviluppo (o, forse, il sottosviluppo) africano, mentre il secondo si concentrera’ sulla reale efficacia della politica degli aiuti internazionali, pubblici e privati, al continente. Che le cose sin dall’inizio non girassero come si poteva sperare era gia’ indicato in un vecchio testo del grande agronomo ed esperto economico Rene’ Dumont che, attraverso delle approfondite indagini sul campo poco dopo l’accesso dei paesi africani all’indipendenza, chiamato come consulente da molti governi locali registrava nei primi anni sessanta in un suo libro rimasto famoso come l’Africa avesse imboccato una via sbagliata in materia economica e sociale; il titolo dell’opera era infatti significativamente quello di ‘L’Afrique noire est mal partie’ e la data di prima pubblicazione in Francia, se non andiamo errati, il 1962.

E in gran parte la convinzione anche molto recente di gran parte dell’opinione pubblica occidentale, anche la piu’ sensibile alla causa dello sviluppo del continente, e’ rimasta sostanzialmente nel tempo quella di Dumont. Nulla o quasi sembra nella sostanza cambiato da allora. Per quanto riguarda invece la politica degli aiuti, anche in questo caso un altro grande esperto del passato, Tibor Mende, in un suo testo del 1972, dal titolo abbastanza eloquente ‘De l’aide a la recolonisation’ sottolineava come si andasse diritti verso un totale fallimento di tale politica. Molto piu’ di recente, poi, un’economista africana, Cambisa Moyo, in alcune interviste e in un libro uscito da poco (dal titolo ‘L’aiuto fatale’), cerca anch’essa di mostrare come la politica degli aiuti occidentali verso il continente sia completamente inefficace e riesca soltanto ad alimentare un ristretto ceto di politici corrotti ed incapaci.

Ma le cose stanno veramente cosi sui due fronti? A nostro parere il quadro oggi si presenta come molto piu’ complesso e problematico di quanto si possa comunemente pensare. Partiamo dai dati di base che appariranno certamente sorprendenti a molti. Dopo decenni di lotte intestine, di carestia, di accrescimento della poverta’, in realta’ nell’ultimo periodo il continente sembra finalmente ben partito sulla strada dello sviluppo, sia pure con molti problemi e contraddizioni.
Dall’anno 2000 al 2010 i paesi dell’Africa mostrano cosi un tasso di crescita medio annuo del pil di circa il 5% e piu’ all’anno, nonostante anche la crisi economica mondiale recente. Si tratta di cifre pari a circa il doppio di quelle rilevate nel decennio precedente.

Certamente lo sviluppo e’ innescato e sostenuto dalla crescita dei prezzi delle materie prime e dell’energia ”’cose di cui il continente e’ ricco-, ma esso si va estendendo al mercato dei beni di consumo e a quello delle infrastrutture. C’e’ chi comincia a parlare, in particolare con riferimento ad alcuni paesi collocabili soprattutto all’estremita’ nord e a quella sud del continente, di ‘leoni africani’, in somiglianza dell’espressione ‘tigri asiatiche’, in riferimento ai forti tassi di sviluppo manifestati a suo tempo da alcuni paesi di quel continente. Ma i buoni risultati non riguardano soltanto i paesi collocati alle due estremita’ del continente. Comunque, stati come il Gana, il Ruanda, l’Uganda, la Tanzania, il Mozambico, il Burkina Fasu, presentano una crescita annua di piu’ del 6% e il Mozambico, in particolare, un tasso di sviluppo vicino al 10% da quindici o venti anni.

A livello microeconomico si stanno facendo poi avanti sorprendentemente un certo numero di grandi imprese autoctone, sempre piu’ in grado di competere sui mercati locali e anche mondiali con quelle dei paesi avanzati. Cominciano ad essere presenti all’appuntamento, sia pure ancora in maniera molto selettiva, anche gli investimenti diretti e i finanziamenti esteri, mentre si va formando rapidamente una importante classe media con un certo potere di acquisto.

In effetti, il continente dispone in generale di grandi punti di forza che dovrebbero spingere in avanti il suo sviluppo: ricordiamo, in particolare, un grande potenziale demografico ”’attualmente il continente ospita circa 1 miliardo di abitanti e ne potrebbe avere 2 miliardi nel 2050-, delle grandi riserve di materie prime ”’gia’ citate-, nonche’ di terre arabili non ancora o poco sfruttate ”’la crescita rapida dei paesi emergenti richiede tra l’altro un forte aumento delle produzioni agricole oltre che delle risorse minerarie, mentre si trovano attualmente nel continente circa la meta’ delle terre arabili inutilizzate del mondo-, delle finanze pubbliche, infine, sorprendentemente abbastanza equilibrate in molti paesi dopo molti anni di politiche di aggiustamento.
Bisogna comunque sottolineare i rilevanti limiti di tale processo di sviluppo: come si legge in un testo apparso di recente in Francia (L’Afrique de’colle, numero 3010 del bimestrale Proble’mes economiques, 5 gennaio 2011), ”¦le dinamiche positive all’opera sul continente restano fragili, reversibili e aleatorie..’.

Certe aree del continente sono poco toccate, o molto di meno, da tale ondata di sviluppo, le diseguaglianze tra le classi e tra i paesi non si riducono, la fame e la poverta’ restano molto diffuse (bisogna ricordare che ancora nel 2010 due africani su tre vivevano con meno di due dollari al giorno di reddito), mentre lo sviluppo e’ forse troppo centrato su alcuni settori e l’area e’ piena di regimi politici dispotici; ma, nonostante tutto questo, si va perlomeno diffondendo in giro una speranza di riscatto e di progresso. Le rivolte recenti ed ancora in atto in almeno alcuni dei paesi del Nord Africa nascono proprio dalle contraddizioni indicate. Ad esempio in Egitto, la cui economia cresce del 5,3% all’anno dal 2003, i frutti di tale sviluppo vanno in gran parte ad un’elite molto ristretta della popolazione, mentre permangono nel paese situazioni di estrema indigenza. L’elevato livello di disoccupazione giovanile e il forte rincaro dei prezzi dei generi alimentari hanno cosi fatto ora da detonatore in una situazione da molti anni insostenibile. Per portare avanti ed estendere le conquiste economiche in atto sarebbero comunque necessarie delle politiche ambiziose che puntino a rimuovere i molti ostacoli presenti, sia sul piano tecnico che politico. Bisogna, tra l’altro, ricordare come per uscire rapidamente dalla situazione di poverta’ il continente avrebbe necessita’ di arrivare ad una crescita del pil vicina al 10%; si tratta di un obiettivo di sviluppo dell’economia simile a quello cinese e peraltro non impossibile da raggiungere.

Non si puo’ non citare piu’ in generale, parlando dello sviluppo africano, il ruolo esercitato nel processo dalla stessa Cina. Parlando della presenza crescente del grande paese asiatico in Africa, si rischia di cadere in due trappole di segno opposto: da una parte c’e’, in effetti, chi vede nell’intervento del paese di mezzo il toccasana a tutti i problemi del continente, mentre dall’altra, in particolare molti portavoce dei paesi occidentali affermano che esso e’ di stampo neocoloniale- da che pulpito viene peraltro la predica! In realta’ il contributo del paese asiatico, cosi come quelli crescenti di India e Giappone, sia pure in misura minore, appare molto importante per lo sviluppo del continente, anche se non mancano certo errori e problemi. L’intervento e’ partito dall’interesse cinese per le risorse energetiche e minerarie, ma si e’ poi diffuso alla costruzione delle grandi infrastrutture e infine alla conquista dei mercati locali e anche all’importazione crescente in Asia dei prodotti locali. Lo sforzo di penetrazione e’ portato avanti sia dalle grandi imprese pubbliche e private che da una miriade di piccole e medie iniziative, iniziative che vedono, tra l’altro, centinaia di migliaia di operatori cinesi installarsi con le loro famiglie in pianta stabile nei vari paesi del continente.

Nel disegno cinese e in generale in quello asiatico sembra configurarsi, piu’ in generale, nei confronti dell’Africa ma anche dell’America Latina, un ambizioso tentativo di mettere in piedi un circuito economico Sud-Sud, marginalizzando i paesi ricchi. Non a caso si sta facendo importante nel continente anche la presenza brasiliana.
Nei prossimi anni vedremo probabilmente degli sviluppi interessanti della situazione.

(Tratto da: http://www.finansol.it)

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