Com’è Rosarno un anno dopo la strage

bria-AbruzzoPer le strade intorno Rosarno, i campi dal verde fosco sono punteggiati dal sole: mèlange di arance abbandonate. «A 5 centesimi al chilo, andateveli a raccogliere voi», sbeffeggiano il forestiero amareggiati i caporali a tarda sera, sulla statale 118 che attraversa la Piana e unisce una realtà metropolitana di paesini divisi da ettari di agrumeti e uliveti centenari: Rizzìconi, Rosarno, Laureana, Drosi, San Ferdinando, Taurianova e giù verso il mare le luci del porto di Gioja.
Rumeni, Bulgari, magherebini, persino un improbabile argentino biondo come un Gesù che di giorno fa il cassiere all’Iper, guidano i furgoncini da dove smontano gli africani, la minoranza. Per la gran parte, un migliaio di bulgari, macedoni, rumeni e ucraini che dopo la rivolta del 2010 non se ne sono mai andati, mai stati espulsi. Chi perché comunitario,chi perché bianco. E qui di troppo erano solo i nivuri.
Gli africani, che nel 2011 in gran parte non sono tornati, si vedono in giro solo all’alba e in gruppi divisi per nazionalità: guineani, malesi, ghanesi, pochissimi nigeriani, come in passato moltissimi burkinabé e ivoriani, forgiati da anni nei campi di cacao. Ma lì non pioveva ogni giorno come nel cuore umido della Calabria più verde. «Abbiamo registrato 800 presenze di migranti», conta Peppe Pugliese dell’Osservatorio Migranti CalAfrica, mentre porta in giro un allampanato pastore, David McFarland della chiesa Evangelica, a distribuire coperte. «Hanno superato il migliaio», ribattono dalla rete di Ong del progetto “Radici”, che chiede per i lavoratori un permesso di soggiorno per non faticare in nero.
«Conviene raccogliere le clementine, i mandarini, almeno rendono 20 centesimi, qui si deve affrontare una universale crisi del lavoro nell’agroalimentare meridionale, delle condizioni di lavoro e dei flussi di manodopera: a questi prezzi non conviene assumere, forse nemmeno produrre», allarga le braccia Antonino Calogero della Cgil locale. Per i braccianti la paga continua ad essere da 20 o 25 euro a giornata. Si comincia alle 5 sulla statale poi alle 8, finita la contrattazione col padroncino che può lucrare sulla tua schiena 10 euro, ti ritrovi nel “giardino”. Alle 5 è buio, tutti a casa. Quale casa? Un anno fa esplose la rabbia nelle fabbriche abbandonate e occupate dagli anni 90: la Cartiera a S. Ferdinando, abbandonata coi tetti sfasciati di Eternit in luglio dopo un incendio; rimaneva l’ex fabbrica di succhi “Rognetta” alle porte di Rosarno. Ora demolita, con 800mila euro del Viminale i rosarnesi avranno un mercato, al chiuso.
Dormitori, no. C’erano i silos della ex “Opera Sila” sulla strada per Gioia, dove in contrada Bosco ci sarebbero stati in gennaio gli scontri più animati con l’auto di una donna incinta data alle fiamme. Nelle tre notti successive, 150 bravi pattugliavano i campi con le mazze da baseball battute ritmicamente sull’asfalto della statale a cercare un “cuginetto” che tentasse la sortita. A Rizziconi, alla Collina, in due casoni sequestrati alle sorelle Albanese, clan dei più feroci, in 200 sopravvivevano senza acqua né luce. Tutto finito nel 2011. Ora i nivuri sono meno della metà dei 2500, presenti al momento della rivolta, quando la chiusura delle fabbriche del Nord li spinse verso i campi del Meridione.
Lavoro non ce n’è, non si mettono insieme più di tre giornate a settimana e a sera il western Union vicino l’unico hotel ora ingombrato dalle tv satellitari straripa di africani per spedire i soldi. Dormono tutti in casolari sulle strade tra Rizziconi, San Ferdinando e Rosarno; non più di 20. Hanno paura della caccia. «Da ottobre in bande girano per i casolari a controllare quanti siano gli africani», spiega sconsolato un parroco. Gli unici a ribattere alle mafie sono volontari e Chiesa. In una frazione di Rizzìconi la Caritas locale ha creato il “modello Drosi”: il sacerdote fa da garante e 50 migranti trovano affitto a prezzi moderati.
«In un anno avremo il centro Formazione professionale con 120 alloggi per i migranti regolari», assicura la neosindaco Elisabetta Tripodi. «Intanto sgombereremo il cementificio Beton Medma sequestrato al clan Bellocco; poi in primavera costruiremo tre palazzine, con un milione e mezzo già stanziato».
Secondo “Radici” «gran parte delle 800 presenze censite sono regolari richiedenti asilo – spiega Francesca Chirico – ma all’asilante le questure rilasciano un cedolino che permette il soggiorno: non si può firmare un contratto». Il risultato è lavoro nero. Nonostante gli oltre mille controlli in autunno dichiarati dall’Inps, sempre agli stessi orari, sempre il lunedì. Nonostante l’inchiesta Migrantes di maggio del pm Stefano Musolino e del procuratore di Palmi Giuseppe Creazzo: oltre 30 sfruttatori comunitari in manette.
Articolo di Gianluca Ursini
Tratto da L’Unità del -9/01/2011
http://www.unita.it/sociale/com-e-rosarno-un-anno-dopo-la-strage-1.264426

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